Geopolitica e Migrazioni

«Come spazzatura»: il sistema delle espulsioni di massa dei migranti nel deserto

La storia di François, una delle vittime di un metodo sistematico e diffuso in Tunisia, Mauritania e Marocco. Ad alimentarlo sono le politiche di esternalizzazione delle frontiere Ue

Consigliamo la lettura di questo pezzo su desktop per un’esperienza più immersiva.

«Ci hanno detto: “Laggiù c’è l’Algeria, seguite la luce”. “Se vi vedono qui, vi sparano”. Abbiamo iniziato a camminare. A un certo punto ci siamo trovati di fronte a colpi di avvertimento da parte algerina». François ricorda quella notte attimo per attimo, con precisione e dettagli: «Le cose andavano sempre peggio. Cercavo di pensare: cosa farò con il bambino, con mia moglie, come farò a tornare in Tunisia?».

In Breve

François è un uomo camerunese di 38 anni che come tanti sogna l’Europa. Avrebbe sperato di raggiungere l’Italia su un barcone una sera del settembre 2023, insieme alla sua famiglia, al terzo tentativo di traversata. Nei primi due casi il motore dell’imbarcazione s’era rotto e a recuperarli in mare erano stati dei pescatori.

Invece quella volta è stato intercettato e successivamente portato dalla Garde Nationale, la gendarmeria tunisina, al confine tra la Tunisia e l’Algeria, dove è stato abbandonato in una zona desertica lontana da tutto, senza acqua, cibo e senza una qualsiasi forma di assistenza.

«Eravamo disperati. Siamo stati lasciati lì alle 4 del mattino. Faceva freddo. Nessuno aveva un maglione o un cappotto».

Scaricato come spazzatura: quando racconta in francese, usa la parola «ordure».

[icon name=”circle” class=”fa-xs” style=”color:#f51428B3;” fa-objects-align-top fa-beat] [icon name=”circle” class=”fa-xs” style=”color:#f51428B3;” fa-objects-align-top fa-beat] [icon name=”circle” class=”fa-xs” style=”color:#f51428B3;” fa-objects-align-top fa-beat]

Le espulsioni dei migranti in Tunisia, Marocco e Mauritania: un fenomeno sistemico

Le persone nere vengono arrestate arbitrariamente per lo più in città. Sono poi portate in centri di detenzione dove vengono trattenute prima di essere caricate sui veicoli alla volta di aree desertiche, remote e inospitali dove vengono abbandonate senza cibo né assistenza.

Su questa mappa si trovano i luoghi più significativi per le diverse fasi delle espulsioni che abbiamo documentato in Tunisia, Marocco e Mauritania.

Tunisia

Per la Tunisia, i punti caldi sono sia lungo il confine con l’Algeria sia con la Libia.

A Ovest, i migranti vittime delle espulsioni nel deserto vengono scaricati in particolare nei pressi di Gafsa, Kasserine e Jendouba, in alcuni casi oltre la frontiera con l’Algeria.

A Sud-Est invece, uno snodo cruciale è la zona tra Ben Guerdane e la città libica di Ras Jedir. Qui le autorità tunisine espellono i migranti nel deserto oppure, in altri casi, li consegnano direttamente alle autorità libiche.

Marocco

In Marocco, i luoghi delle espulsioni dei migranti sono numerosi e diversi: gli arresti arbitrari delle persone nere avvengono in molte città costiere, a cominciare dalla capitale Rabat.

I punti in cui vengono espulsi questi migranti, invece, sono molti centri dell’interno del Paese, dai confini con l’Algeria fino a quelli con il Sahara Occidentale.

Un’altra zona particolarmente interessata dalle operazioni che portano alle espulsioni nel deserto è quella vicina a Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole nel nord del Marocco.

Mauritania

La città costiera di Nouadhibou, nel Nord della Mauritania, è un luogo strategico per i processi che portano alle espulsioni nel deserto.

Da qui partono le piroghe cariche di migranti dirette alle isole Canarie e qui vengono riportate molte delle imbarcazioni intercettate in mare dalle forze di sicurezza del Paese africano. In città avvengono anche molti arresti arbitrari di persone nere e vi è un centro di detenzione.

I luoghi in cui, invece, le persone vengono espulse nel deserto sono soprattutto nel Sud-Est del Paese, verso Senegal e Mali, dove si trovano anche diverse postazioni di frontiera coinvolti in progetti Ue.

Le espulsioni dei migranti in Tunisia, Marocco e Mauritania: un fenomeno sistemico

Le persone nere vengono arrestate arbitrariamente per lo più in città. Sono poi portate in centri di detenzione dove vengono trattenute prima di essere caricate sui veicoli alla volta di aree desertiche, remote e inospitali dove vengono abbandonate senza cibo né assistenza.

Su questa mappa si trovano i luoghi più significativi per le diverse fasi delle espulsioni che abbiamo documentato in Tunisia, Marocco e Mauritania.

Morti nel deserto

Durante l’estate 2023, l’opinione pubblica internazionale ha scoperto casi simili a quello di François grazie alle testimonianze dirette dei migranti postate sui social network. Cambiava il luogo di espulsione: centinaia di persone provenienti dai Paesi dell’Africa subsahariana erano state cacciate tra la città tunisina di Ben Guerdane e quella libica di Ras Jedir, al di là della frontiera, dove i migranti sono stati lasciati senza acqua né cibo né riparo.

Il lungo confine libico-tunisino è l’altra zona delle espulsioni di massa dalla Tunisia. Per quanto Ras Jedir sia poco distante dal mare, si trova in una zona desertica e inospitale.

La trentenne ivoriana Fati Dosso e sua figlia Marie, sei anni, sono tra le 29 persone decedute in quei giorni tra le dune di sabbia. La foto che ritrae i loro corpi abbracciati nel deserto, ormai senza vita, è diventata un simbolo delle conseguenze di quelle espulsioni di massa.

Qualche giorno prima, il 16 luglio 2023, l’Unione europea aveva firmato un Memorandum d’intesa con la Tunisia, sulla scorta di quanto fatto in Turchia e di altri accordi a livello bilaterale tra Stati membri e Paesi africani. L’Italia è il Paese che ha più sostenuto la Commissione in questo sforzo diplomatico, con l’obiettivo di fermare i flussi di migranti in partenza dal Paese nordafricano. È la logica dell’esternalizzazione delle frontiere che scambia meno partenze con più finanziamenti.

Nell’agosto 2023, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) ha messo sotto accusa il partenariato Ue-Tunisia perché la «futura messa in atto» della sua parte in merito alle intercettazioni in mare, alla gestione delle frontiere, alla lotta al traffico di migranti e alle politiche dei rimpatri – budget complessivo 100 milioni di euro per il primo anno – «potrebbe dare luogo a eventuali violazioni del principio di non-refoulement (non respingimento, ndr) e dei diritti umani dei migranti, compresi i bambini».

Il “non respingimento” è il principio della Convenzione di Ginevra secondo cui una persona che ha potenzialmente diritto alla protezione internazionale non può essere deportata, esclusa o trasferita in luoghi dove la sua vita sia in pericolo, né gli può essere impedito di entrare in un Paese dove cerca protezione.

«L’esternalizzazione delle frontiere e dei controlli migratori – prosegue il rapporto dell’OHCHR – è diventata un elemento centrale della risposta dell’Ue alla gestione della migrazione» eppure nel partenariato con la Tunisia «non esistono linee guida chiare per garantire che il sostegno finanziario o materiale fornito dall’Ue al governo tunisino non contribuisca – direttamente o indirettamente – alle violazioni dei diritti umani e non raggiunga le entità responsabili di tali violazioni».

Ai punti sollevati dall’OHCHR ha risposto immediatamente il Servizio europeo per l’azione esterna, il servizio diplomatico dell’Ue:

«La protezione e il rispetto dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati – assicura la direttrice generale per gli Affari globali Belén Martinez Carbonell – sarà un elemento cruciale» della strategia del partenariato.

In realtà, espulsioni di massa come quelle a cui si è assistito a luglio in Tunisia – e che continuano ancora oggi – sono nuove per dimensioni ma non per approccio. Il fenomeno è molto più ampio, sistematico e grave di quanto non apparisse nell’estate del 2023. E non riguarda solo la Tunisia.

Anche Marocco e Mauritania espellono ogni anno decine di migliaia di migranti nel deserto o in aree remote, per impedire loro di arrivare nell’Ue. Entrambi i Paesi hanno accordi in essere con l’Ue e con i suoi Stati membri per collaborare sulla gestione delle frontiere e dei flussi migratori. Le vittime sono il più delle volte migranti che provengono dalla parte di Africa tra il Sahara e l’Equatore, dove la popolazione ha generalmente la pelle più scura.

Vengono arrestati arbitrariamente dopo essere stati intercettati in mare o alle frontiere, presi nelle loro case o fermati per strada, poi abbandonati a centinaia di chilometri di distanza senza accesso ai beni di prima necessità.

In Tunisia, come in Marocco e Mauritania, le nostre ricerche dimostrano che l’Unione europea è consapevole del fatto che queste operazioni vengano condotte sistematicamente e da anni, anche utilizzando equipaggiamenti donati dai Paesi europei nell’ambito di accordi di collaborazione internazionale.

In Mauritania non esistono dati sulle espulsioni dei migranti alla frontiera in zone remote o desertiche. In Marocco si stimano circa 57 mila migranti arrestati all’interno del Paese, ma non esistono numeri sulle espulsioni ai confini terrestri. In Tunisia, la Garde Nationale ha comunicato di aver intercettato alla frontiera algerina e libica – nel solo primo quadrimestre del 2024 – 21.462 persone, circa il quadruplo dei fermati nello stesso periodo del 2023.

La Missione di supporto alla Libia delle Nazioni Unite (UNSMIL) ha contato «8.664 migranti e persone bisognose di protezione internazionale intercettate al confine con la Tunisia dal ministero dell’Interno libico, dal ministero della Difesa, dalle guardie di frontiera libiche e dai funzionari doganali libici», si legge in un rapporto di aprile 2024. Il periodo preso in esame va dall’estate 2023 al marzo 2024.

Nella sola Tunisia, attraverso foto, video e testimonianze, nel periodo tra il luglio 2023 e maggio 2024 abbiamo verificato 11 casi in cui le forze tunisine hanno espulso gruppi di persone in zone remote o desertiche nei pressi dei confini con la Libia e con l’Algeria, due casi di espulsioni all’interno del Paese e una consegna di migranti dalle forze tunisine alle milizie libiche. Immagini e video di operazioni del genere continuano a essere pubblicate sui social media o condivise con i giornalisti che hanno lavorato a quest’inchiesta, ma non c’è stato il tempo per verificarle con la stessa precisione. 

Intercettato in mare, abbandonato alla frontiera

François è arrivato in Tunisia all’inizio del 2023. Lavora come piastrellista per mettere via i soldi con cui pagarsi la traversata del Mediterraneo. Vive con la moglie e il figlio di lei. Le sue due figlie sono rimaste in Camerun. Sono il motivo per cui ci ha messo tanto a partire: ci pensa dal 2014. È partito solo nel momento in cui ha realizzato che il suo Paese è diventato insicuro, tra difficoltà economiche e tensioni con la sua comunità.

Le politiche xenofobe e razziste applicate dal presidente Kais Saied hanno finito per rendere pericolosa anche la Tunisia per François e per tutti i migranti con la pelle più scura. È stato questo a spingerlo a cercare di raggiungere l’Italia quattro volte via mare tra luglio e dicembre dello scorso anno, senza esserci mai riuscito.

Oggi è ancora bloccato a Tunisi.

La sua esperienza è simile a quella vissuta da molte altre persone con cui abbiamo parlato. François però è riuscito a non farsi confiscare il cellulare dalle forze di sicurezza. Grazie a dati, immagini e video in esso contenuti, abbiamo potuto verificare la sua testimonianza. E abbiamo ricostruito il terzo tentativo di attraversare il Mediterraneo, quello avvenuto nella seconda metà di settembre 2023.

François si mette in mare per raggiungere Lampedusa dalla zona di El Amra, vicino a Sfax, la capitale economica della Tunisia. La barca sulla quale viaggia, dopo alcune ore, viene intercettata dalla Garde Nationale, la gendarmeria tunisina che si occupa di migrazione sia in mare sia ai confini terrestri e che è controllata dal potente ministero dell’Interno.

Le persone a bordo dell’imbarcazione vengono riportate in porto dove gli agenti «ci hanno colpito, frustato. Alcuni di noi sono svenuti», racconta François. Le intercettazioni della Garde Nationale Maritime, il corpo della Garde Nationale che opera in mare, sono state circa 70 mila nel 2023 e oltre 21 mila nel primo quadrimestre del 2024.

[icon name=”circle” prefix=”far” class=”fa-xs” style=”color:#f51428E6;” fa-objects-align-top fa-beat] [icon name=”circle” prefix=”far” class=”fa-xs” style=”color:#f51428E6;” fa-objects-align-top fa-beat] [icon name=”circle” prefix=”far” class=”fa-xs” style=”color:#f51428E6;” fa-objects-align-top fa-beat]

La partenza

François, insieme alla sua famiglia, salpa alla volta dell’Italia a bordo di un’imbarcazione partita dalla zona di El Amra, a nord di Sfax.

L’intercettazione

L’imbarcazione su cui viaggia François con altre decine di persone viene intercettata dalla Garde Nationale tunisina.

Il viaggio in bus

La Garde Nationale riporta i migranti intercettati in mare al porto di Sfax. Dopo alcune ore, François e la sua famiglia, insieme a circa 300 persone, vengono caricati su dei bus.

Il cambio di mezzi

A una struttura con una cancellata, nella regione di Le Kef, alcune decine di migranti, tra cui François e la sua famiglia, vengono fatti scendere dai bus e caricati su dei pickup.

L’espulsione nel deserto

François e le altre persone con lui vengono scaricate dai pickup vicino al confine tra Tunisia e Algeria. Viene ordinato loro di attraversarlo. Dalla parte algerina della frontiera arrivano degli spari di avvertimento.

Fermato a piedi

Insieme ad alcune delle persone rimaste con lui, François si mette in cammino per cercare aiuto, ma viene nuovamente intercettato dalle forze di sicurezza tunisine e scaricato nel deserto una seconda volta, più a nord.

Nove giorni di cammino

François insieme ad altre persone, dopo nove giorni di cammino in una regione desertica e inospitale, riesce a raggiungere il centro di Tajerouine. Da qui tornerà poi nella zona di Sfax.

L’odissea di François

François, insieme alla sua famiglia, s’imbarca per cercare di raggiungere clandestinamente l’Italia. L’imbarcazione su cui si trova viene intercettata dalla Garde Nationale tunisina, che riporta i migranti a Sfax e da lì li carica su dei bus che li portano nella regione di Le Kef. Da qui vengono portati con dei pickup più vicino alla frontiera.

Viene loro intimato di andare in Algeria, i migranti cominciano a camminare ma sentono degli spari oltre confine. Tornano indietro e li riacciuffa la Garde Nationale che li porta in un’altra zona di confine più a Nord.

Da lì inizia una camminata di nove giorni che riporta François e la sua famiglia in un centro abitato da cui può poi tornare vicino Sfax, dove abita.

Quando François si imbarca, sono giorni caldi per le relazioni bilaterali tra la Tunisia e l’Italia, uno dei suoi principali partner in Europa. Le partenze sono tante, il clima è favorevole. Il 14 settembre il Comune di Lampedusa dichiara lo stato di emergenza dopo che circa settemila migranti sono arrivati sull’isola in meno di 48 ore.

La presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni vuole «fermare gli arrivi in Italia», ma non vede «risposte concrete» da parte dell’Unione europea e degli Stati membri. In realtà la diplomazia si muove eccome. Una fonte Ue che preferisce restare anonima parla di «pressioni» esercitate dall’Ue affinché le autorità tunisine «si assumessero le proprie responsabilità in termini di gestione delle frontiere».

Un documento del Consiglio dell’Ue pubblicato da Statewatch conferma che l’11 settembre la commissaria europea agli Affari interni Ylva Johansson ha parlato al telefono con il ministro degli Esteri tunisino Nabil Ammar e lo stesso ha fatto il 21 settembre Olivér Várhelyi, commissario europeo per l’Allargamento e la politica di vicinato. 

Cinque mesi dopo il fallito viaggio di François, abbiamo raccolto prove su un altro episodio avvenuto al porto di Sfax a seguito dell’intercettazione in mare dei migranti. Risale al 18 marzo 2024: una foto satellitare – elaborata e analizzata con l’aiuto dei colleghi di PlaceMarks – mostra una serie di imbarcazioni accatastate sulla terraferma, compatibili con quelle usate per le traversate alla volta dell’Italia e probabilmente sequestrate.

In mare, ormeggiati, vi sono gommoni e motovedette della Garde Nationale Maritime. A terra, proprio accanto alle motovedette, c’è un gruppo di circa 50-60 persone. Un altro gruppo meno numeroso, tra le 30 e le 40 persone è in fila indiana, a metà strada tra le imbarcazioni e, dall’altro capo del molo, un autobus articolato. Mezzi di questo genere, secondo tutte le informazioni raccolte sia con interviste sia con materiale visivo, sono sempre andati alla frontiera per scaricare i migranti in aree desertiche.

L’immagine satellitare analizzata da PlaceMarks mostra il porto di Sfax il 18 marzo 2024. La presenza di un grosso autobus articolato, nella parte destra della foto, fa ipotizzare che la Garde Nationale stia organizzando l’espulsione dei migranti che si vedono in fila. Il progetto di ricerca con PlaceMarks è finanziato da JournalismFund
L’immagine satellitare analizzata da Placemarks mostra il porto di Sfax il 18 marzo 2024. La presenza di un grosso autobus articolato, nella parte destra della foto, fa ipotizzare che la Garde Nationale stia organizzando l’espulsione dei migranti che si vedono in fila. Il progetto di ricerca con Placemarks è finanziato da JournalismFund

Tutto questo non sta succedendo

Dopo l’intercettazione, François rientra al porto di Sfax con altre 300 persone. L’espulsione vera e propria inizia quando scende la sera, «perché quello che stanno facendo non esiste ufficialmente», dice. I migranti sono costretti a salire su tre autobus: «Abbiamo viaggiato dalle 19 all’1 o le 2 del mattino. Hanno detto che ci avrebbero riportato a casa, ma non hanno specificato dove».

Secondo il suo racconto, per una parte del percorso gli autobus, a bordo dei quali si trovano «cinque agenti della Garde Nationale, armati di pistole e lacrimogeni», sono scortati da veicoli con il simbolo della gendarmeria tunisina. Si fermano nel governatorato di Le Kef, in un’area desertica nella parte nord-occidentale della Tunisia vicino al confine con l’Algeria, come confermano i dati GPS del cellulare di François.

Secondo François sono a una caserma della Garde Nationale, un edificio protetto da cancellata (non abbiamo potuto verificare questa informazione, ndr). Qui alcune delle persone vengono caricate su pickup, «alcuni bianchi, altri neri».

«[Eravamo] venti per pickup, schiacciati uno contro l’altro sul retro. Forse cinque pickup in totale. Ci hanno lasciato da qualche parte, a 30-50 km dalla base della Garde Nationale».

È il luogo da dove ha inizio il suo racconto, una delle “discariche di migranti” che costellano i confini della Tunisia.

Per quanto avvengano nottetempo, le espulsioni non sono invisibili. Nemmeno per l’Unione europea. La Commissaria europea agli Affari Interni Ylva Johansson a gennaio 2024 ha ammesso di fronte al Parlamento europeo di aver «visto questi report di persone che sono state deportate nel deserto». «Alcuni di questi problemi sono stati risolti – ha detto -, ma non posso dire che questa pratica sia cessata. Quindi questo è, ovviamente, molto preoccupante».

Sempre nel suo intervento alla commissione LIBE dell’europarlamento, ha negato ogni corresponsabilità europea per ciò che sta succedendo in quanto «l’Ue non sponsorizza le espulsioni (in originale “deportations”) dei migranti» e non è a conoscenza di «effetti negativi dei finanziamenti dell’Ue per quanto riguarda i diritti fondamentali».

La nostra inchiesta dimostra però che mezzi e strumentazioni fornite dall’Ue e dai suoi Paesi membri sono della stessa tipologia di quelle impiegate dalle forze coinvolte nelle espulsioni di massa in Tunisia, Marocco e Mauritania. 

In uno dei video girati da François in mare, si vede l’imbarcazione della Garde Nationale Maritime tunisina che intercetta lui e gli altri migranti. È una motovedetta dotata di un coppia di motori Yamaha dello stesso modello che la Tunisia aveva chiesto all’Italia in un incontro bilaterale dell’ottobre 2017 e che nei mesi successivi sono stati oggetto di gare d’appalto della Polizia di Stato, documenti nei quali si legge espressamente che le forniture sono «destinate allo Stato della Tunisia».

Oltre ai fondi italiani, la Garde Nationale è uno dei principali beneficiari dei progetti Ue in ambito migratorio, sostenuti sia dal Fondo fiduciario di emergenza dell’Ue per l’Africa (EUTF) sia dal più recente Strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale – Europa globale (NDICI-Europa globale). 

In Marocco, i video dell’inchiesta mostrano che nel corso degli arresti arbitrari dei migranti si utilizzano anche dei Toyota Land Cruiser. Veicoli della stessa marca e modello sono stati donati al ministero dell’Interno dall’agenzia governativa spagnola FIIAPP, come hanno potuto verificare i giornalisti di PorCausa. L’agenzia spagnola è parte di un progetto EUTF per «combattere l’immigrazione irregolare» in Marocco che durerà fino al 2025.

Anche in Mauritania, la Direzione della sorveglianza territoriale (Dst), cui fanno riferimento le forze che compiono le espulsioni nel deserto, è sostenuta da un progetto EUTF da 4,5 milioni di euro, iniziato nel 2021 e in scadenza il prossimo settembre. Tra i mezzi usati per queste operazioni, vi sono dei pickup Toyota che sono dello stesso modello di quelli donati dall’agenzia spagnola FIIAPP alla Mauritania, anche in questo caso in una dinamica simile a quella marocchina.

Il gioco sporco

«Quando sei in mezzo al Mediterraneo – racconta François -, è spaventoso ma in un certo senso è bello». Forse per l’attesa di arrivare sull’altra sponda, in Europa. Quando si ritrova vicino a Le Kef, in uno scenario drammatico e inaspettato, ricorda di aver vissuto momenti di «preoccupazione e disperazione».

È insieme a una parte delle persone scaricate dalla Garde Nationale. I gendarmi intimano loro di camminare. François ricorda che dopo qualche tempo il gruppo di migranti sente degli spari. Spaventati, tornano indietro. Sulla strada, la Garde Nationale intercetta nuovamente il gruppo e lo riporta più a Nord sempre verso l’Algeria. I migranti però non vanno verso l’Algeria ma verso l’interno della Tunisia.

«Devi essere sicuro di andare nella direzione giusta», dice. Il viaggio a piedi dura nove giorni, fino alla città di Tajerouine. Da lì François torna poi a Sfax, sempre insieme alla moglie e al bambino. I tre abitano poco distanti dalla città, nella zona di El Amra, dove restano un paio di mesi. È novembre quando la Garde Nationale fa irruzione in casa e lo arresta senza motivo, scaricandolo questa volta tra le dune di sabbia e i massicci rocciosi della regione di Tozeur (non è stato possibile geolocalizzare François attraverso i dati del suo telefono, in questo caso, ndr).

Dal luogo dell’espulsione, François percorre i chilometri che lo dividono dalla cittadina di Nefta, da cui trova i contatti per tornare dalla famiglia a Sfax.

[icon name=”circle” class=”fa-xs” style=”color:#cb8644B3;” fa-objects-align-top fa-beat] [icon name=”circle” class=”fa-xs” style=”color:#cb8644B3;” fa-objects-align-top fa-beat] [icon name=”circle” class=”fa-xs” style=”color:#cb8644B3;” fa-objects-align-top fa-beat]

Nel limbo di campi improvvisati

Lungo la costa tunisina a nord di Sfax da cui partono la maggior parte delle imbarcazioni dirette in Italia, in una striscia di terra qualche chilometro all’interno rispetto al mare, si sono sviluppati diversi insediamenti informali nel corso dell’ultimo anno. Li hanno creati migliaia di migranti subsahariani.

Nelle foto satellitari elaborate da Placemarks, e sostenute da Journalismfund Europe, viene ricostruita la storia di uno di questi insediamenti, al chilometro 34 della strada che collega Sfax alla città di Mahdia. Costretti a lasciare le loro case per via di discriminazione e razzismo, i migranti si sono accampati in luoghi come questo, nella speranza di partire presto via mare e di non essere vittime dei costanti raid delle forze dell’ordine, che in alcuni casi finiscono per distruggere completamente questi spazi.

Un campo sul quale sorgerà l’insediamento nel luglio 2023 è vuoto
Nell’aprile 2024 l’insediamento conta circa 400 ripari di fortuna. Stimando tre persone per riparo, fanno 1.200 abitanti
Nel maggio 2024, il campo è occupato solo da alcuni piccoli cumuli di detriti sul perimetro, perché l’insediamento è stato sgomberato

Nel limbo di campi improvvisati

Lungo la costa tunisina a nord di Sfax da cui partono la maggior parte delle imbarcazioni dirette in Italia, in una striscia di terra qualche chilometro all’interno rispetto al mare, si sono sviluppati diversi insediamenti informali nel corso dell’ultimo anno. Li hanno creati migliaia di migranti subsahariani.

Un campo sul quale sorgerà l’insediamento nel luglio 2023 è vuoto
Nell’aprile 2024 l’insediamento conta circa 400 ripari di fortuna. Stimando tre persone per riparo, fanno 1.200 abitanti

Nelle foto satellitari elaborate da Placemarks, e sostenute da Journalismfund Europe, viene ricostruita la storia di uno di questi insediamenti, al chilometro 34 della strada che collega Sfax alla città di Mahdia.

Costretti a lasciare le loro case per via di discriminazione e razzismo, i migranti si sono accampati in luoghi come questo, nella speranza di partire presto via mare e di non essere vittime dei costanti raid delle forze dell’ordine, che in alcuni casi finiscono per distruggere completamente questi spazi.

Un mese dopo c’è una nuova occasione per lasciare il Paese così François ci prova una quarta volta. È insieme al bambino, sua moglie non riesce a salpare con loro. La Garde Nationale Maritime intercetta l’imbarcazione dopo un’ora di navigazione. Sbarcato a Sfax, viene espulso di nuovo. Qui non ci sono elementi per verificare le sue parole: racconta di essere stato espulso vicino Haïdra, l’antica Ammaedara, una città che all’epoca romana era lungo il cammino tra Cartagine, l’odierna Tunisi, e Tebessa, allora in Numidia, oggi in Algeria. Intorno, il solito paesaggio arido e desolato.

Scaricato per l’ennesima volta, sa cosa fare: rientra alla periferia della città e trova un modo per contattare delle persone che lo possono riportare a Sfax. Non sa che si tratta di un gruppo di criminali di strada che guadagna dai riscatti che si fa pagare dai migranti. Quando arriva nella città della costa, viene tenuto prigioniero e torturato, come provano foto e video di cui è in possesso. Impiega una settimana per trovare i soldi con cui pagare la sua libertà. 

I gruppi criminali che lucrano sull’industria delle migrazioni irregolari secondo François «stanno sfruttando una situazione creata dalle autorità tunisine». La macchina delle espulsioni genera più vittime a cui estorcere denaro. «Perché – si domanda François – l’uomo subsahariano è visto come spazzatura?».

La sua storia testimonia come il razzismo, anche in Nord Africa, sia la base attraverso cui “giustificare” pratiche disumane nei confronti delle categorie più vulnerabili, come i migranti. «L’Europa – accusa – non vuole fare da sola il lavoro sporco». 

«L’Ue è coinvolta nel migliorare la situazione sul terreno», risponde ai giornalisti un portavoce della Commissione europea, ma «le autorità nazionali dei Paesi partner sono responsabili delle proprie forze di polizia». «Non ci risparmiamo per dare risposte adeguate e adeguarci alle nostre leggi nazionali e agli obblighi previsti dalle leggi umanitarie internazionali», è la risposta del governo tunisino.

Silenzio invece dalle autorità italiane: no comment dall’Ufficio della Presidenza del Consiglio, nessuna risposta dal ministero dell’Interno mentre quello degli Esteri consiglia «di rivolgersi alle Amministrazioni che hanno una competenza primaria in materia», dimenticandosi che «ha reso prioritaria la cooperazione migratoria con Tunisi: dall’insediamento del Governo, sono stati forniti strumenti e mezzi per svolgere attività di pattugliamento delle coste e dell’entroterra», come scriveva l’ufficio stampa della Farnesina in una nota del maggio 2023. Ignorate le richieste di delucidazioni.

L’Italia è l’unico Paese coinvolto nell’inchiesta ad aver declinato in questo modo il confronto con i giornalisti. 

Nonostante tutto ciò che ha subito, François non demorde: «Il mio scopo rimane lo stesso, ma non voglio raggiungerlo in modo clandestino. Voglio arrivare in Europa, in America o in Canada, per garantire un futuro migliore alla mia famiglia».

Argomenti correlati