Elezioni in Israele, chi si oppone a Netanyahu

Sono indietro nei sondaggi o non hanno proprio espressione partitica. Ma esistono. Voci da partiti e movimenti che esprimono una diversa visione della società israeliana. E che non si accontentano di mandare a casa Bibi

Sheikh Jarrah. Due fronti ai lati della stessa strada: in primo piano giovani israeliani con una bandiera del Likud, sullo sfondo manifestanti con bandiere palestinesi. Al centro della disputa, le case di venticinque famiglie palestinesi, rivendicate da un’organizzazione di coloni
Sheikh Jarrah. Due fronti ai lati della stessa strada: in primo piano giovani israeliani con una bandiera del Likud, sullo sfondo manifestanti con bandiere palestinesi. Al centro della disputa, le case di venticinque famiglie palestinesi, rivendicate da un’organizzazione di coloni © Gianluca Cecere

Il voto del 27 ottobre per il rinnovo della Knesset, il parlamento israeliano, sarà un plebiscito sull’attuale premier Benjamin Netanyahu.

Lo schieramento oggi al potere ruota attorno al Likud, partito che gode ancora del sostegno trasversale dalle destre europee: è l’unico partito al mondo che, stando ai rispettivi siti, oltre a essere “partner globale” del gruppo europeo dei conservatori (Ecr), dal febbraio 2025 è anche il primo e unico a godere dello stesso status per il gruppo europeo dei Patrioti – di cui fanno parte Fidesz, la Lega, Afd, Vox e gli altri partiti della destra più estremista.

Avevamo scritto del ruolo del Likud nella costruzione dell’agenda e dell’identità dei partiti di estrema destra che si definiscono conservatori in Europa nella serie #TerraPromessa, nel 2022.

In Breve

Al governo con il Likud ci sono i partiti vicini ai coloni, in particolare Otzma Yehudit (Potere ebraico) dell’attuale ministro Itamar Ben-Gvir e Tzionut HaDatit (Sionismo religioso) di Bezalel Smotrich.

A destra e al centro, la principale opposizione alle urne – quella che potrebbe vincere, complici le ultime rivelazioni della stampa israeliana e internazionali su quanto Netanyahu sapesse dell’attacco programmato da Hamas per il 7 ottobre – è rappresentata dal fronte a cui appartengono i partiti Yashar! (Diritto!), guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, alleato con Beyajad (Insieme) di Naftali Bennett, e Yisrael Beiteinu (Israele Casa Nostra) di Avigdor Lieberman, quest’ultimo ministro di Netanyahu dal 2009 al 2016.

Questi gruppi si sono uniti contro l’attuale premier, riprendendo anche il tema della corruzione del sistema Netanyahu che aveva portato prima del 7 ottobre in piazza – ogni sabato – migliaia di persone che chiedevano le dimissioni dell’eterno leader politico.

Sul programma, però, le differenze sulla questione palestinese sono nulle: sicurezza nazionale, riforme istituzionali, una commissione d’inchiesta indipendente sugli eventi del 7 ottobre. A questo si aggiunge l’introduzione della leva militare obbligatoria per gli ebrei ultraortodossi in nome di una certa fermezza rispetto alla laicità dello Stato, punto che denota una certa ipocrisia rispetto a una coalizione di governo che si nutre di una narrazione messianica della conquista di tutta la Palestina.

Nella società israeliana esistono, però, visioni alternative, rappresentate da partiti e movimenti. Queste sono le loro voci.

Bancarelle di libri in una strada di Mea Shearim, il quartiere di Gerusalemme considerato, con Bnei Brak, il cuore del mondo ultraortodosso in Israele.
Bancarelle di libri in una strada di Mea Shearim, il quartiere di Gerusalemme considerato, con Bnei Brak, il cuore del mondo ultraortodosso in Israele. © Gianluca Cecere

Rappresentanza partitica a rischio

Gli arabi-israeliani o “palestinesi del ‘48” rappresentano il 21% della popolazione. Discendono dai palestinesi che decisero di restare dopo la proclamazione dello Stato d’Israele il 15 maggio 1948, divenendone cittadini. Il partito che più ambisce a rappresentarli nel prossimo parlamento, la Lista Unita, nella legislatura precedente era diviso in tre formazioni diverse e contava complessivamente dieci seggi su 120. 

Il 23 settembre il Likud e altri partiti della destra radicale hanno presentato ricorso alla Commissione elettorale centrale d’Israele per chiedere l’esclusione di due delle tre formazioni che compongono la Lista: Balad, accusata di minare la natura “ebraica” dello Stato d’Israele, sancita dalla Legge sullo Stato-Nazione del 2018 e Hadash, accusata insieme al leader Sami Abu Shehadeh di aver partecipato a manifestazioni di «sostegno al terrore» e alla resistenza armata palestinese.

Ricorso che è stato accolto dalla Commissione ma che il 2 ottobre è stato completamente ribaltato. Lo stesso giorno il leader di Hadash Sami Abu Shehadeh ha ufficializzato il ritiro della propria candidatura personale, accogliendo la raccomandazione dei giudici.

La posizione della Commissione «è in linea con la politica del sistema giudiziario degli ultimi tre anni e, per molti versi, ne è una conseguenza ovvia. Si sono sviluppate due diverse sfere di libertà di espressione: una per gli arabi, che hanno dovuto affrontare un numero crescente di incriminazioni per aver espresso opinioni, e una per gli ebrei». Lo sostiene l’avvocata Hadeel Abu Salih, che IrpiMedia ha incontrato ad Haifa nella sede di Adalah (Giustizia), la prima organizzazione gestita da arabi palestinesi all’interno di Israele.

La legale ricorda che già durante il primo mese di guerra, almeno il 95% di chi è stato arrestato per incitamento o solidarietà con organizzazioni terroristiche, un articolo di una legge del 2016, ha origini arabe. Questa discriminazione nella libertà di esprimersi «dal 7 ottobre 2023 è violenta e progressiva – aggiunge – ma le persone come me la conoscono da sempre». E chiude: «I nostri nonni hanno scelto di vivere in Israele convinti che si sarebbero integrati, ma la generazione più giovane ha scoperto che non è così».

Ancora tre partiti diversi

La Lista Unica sostiene che non ci sarà mai vera uguaglianza senza la fine dell’occupazione in Cisgiordania e Gaza, parla di uno Stato unico, per tutti, con eguali diritti, ma per accordi di un evenutale governo si dichiara favorevole al modello dei due Stati, con un percorso verso la nascita dello Stato palestinese e il contrasto alla discriminazione ai cittadini arabi d’Israele.

Quest’anno uno dei partiti che la compongono, Hadash, ha ottenuto un risultato storico sul piano locale, un voto forse indicativo anche delle possibilità sul piano nazionale: l’avvocato Amir Badran a giugno 2026 è diventato il primo vicesindaco arabo-israeliano in 105 anni di storia di Tel Aviv.

IrpiMedia lo ha incontrato nel suo ufficio, a Giaffa, la città araba fondata quattromila anni fa, nel tempo assorbita da quello che nel 1921 era solo il quartiere di Tel Aviv.

«Ho accettato l’incarico per avere un impatto sulla qualità della vita della comunità araba d’Israele», racconta. Ci è voluto «un momento storico – prosegue – e un forte messaggio politico e sociale contro il razzismo e la discriminazione, a sostegno dell’uguaglianza tra cittadini ebrei e non ebrei». Nella comunità araba-israeliana c’è chi ritiene che la sua elezione abbia “normalizzato” la situazione della minoranza sotto attacco in Israele. Una polemica che si aspettava, ma «non dobbiamo arrenderci», spiega, perché questo è il momento più duro per gli arabi-israeliani dal 1948. Ma «questo – conclude – è anche il nostro Paese».

Hadeel Abu Salih, legale di Adalah ed editorialista di Haaretz. Dal 7 ottobre 2023, dice, in Israele «si sono di fatto sviluppate due diverse sfere di libertà di espressione: una per gli arabi e una per gli ebrei»
Hadeel Abu Salih, legale di Adalah ed editorialista di Haaretz. Dal 7 ottobre 2023, dice, in Israele «si sono di fatto sviluppate due diverse sfere di libertà di espressione: una per gli arabi e una per gli ebrei» © Gianluca Cecere

Anche Rula Daood, attivista arabo-israeliana, ha subito critiche, insieme a chi con lei ha fondato Makom LeKulanu/Likulina Makan (Un posto per tutti noi, in ebraico e in arabo).

Il partito è nato dal Omdim Beyachad/Naqif Ma’an (Stare insieme), uno dei più grandi e dinamici movimenti sociali della sinistra ebraico-araba israeliana. È una novità delle prossime elezioni, un soggetto con ambizioni parlamentari che va oltre la divisione tra arabi-israeliani e il resto del Paese. Lo identifica il colore viola, simbolo – spiega l’attivista – della partnership arabo-ebraica, della giustizia sociale e della fine dell’occupazione.

«Dopo tre anni di guerra, la distruzione di Gaza e l’escalation con l’Iran – aggiunge Daood – in Israele manca ancora un partito che parli alla popolazione di un’alternativa concreta e del “giorno dopo”». Pace, giustizia sociale, sicurezza reale per ebrei e palestinesi, contrasto al costo della vita e servizi pubblici sono i temi centrali. «La destra, in trent’anni, ha devastato i diritti, l’educazione e l’economia – aggiunge –. Queste prime elezioni post 7 ottobre definiranno il modello di società in cui si vivrà». 

Il terzo partito che si presenta allo stesso bacino di elettori è Ra’am (Lista Araba Unita), un movimento islamista moderato, che pur riconoscendo le ragioni della causa palestinese, dichiara che i cittadini arabi in Israele devono pensare prima ai propri diritti civili e sociali, focalizzando il suo programma su ottenere risorse economiche per la comunità, lotta alla criminalità e politiche per il Negev che tutelino la minoranza beduina.

Il partito prosegue la linea inaugurata nel 2021, quando entrò nella coalizione del “governo del cambiamento” (guidato dai politici di destra Bennett-Lapid). Il leader Mansour Abbas punta sull’integrazione pragmatica: disponibilità a far parte o sostenere qualsiasi coalizione politica in cambio di risorse socioeconomiche, finanziamenti per le comunità arabe e misure per il contrasto alla criminalità nei villaggi arabi. 

Per ciascuno dei tre partiti, cedere a compromessi per presentarsi insieme è impossibile: «Secondo i sondaggi recenti – prosegue Rula Daood –  una nostra alleanza con la Lista Unita può portare tre seggi aggiuntivi. Valuteremo, ma non possiamo accontentarci di programmi che non siano radicali».

Amir Badran, avvocato e vicesindaco di Tel Aviv per Hadash, guarda fuori dalla finestra del suo studio legale a Giaffa. «Ci sono voluti 105 anni per un vicesindaco arabo», dice
Amir Badran, avvocato e vicesindaco di Tel Aviv per Hadash, guarda fuori dalla finestra del suo studio legale a Giaffa. «Ci sono voluti 105 anni per un vicesindaco arabo», dice © Gianluca Cecere

Il voto visto dagli ultraortodossi

«Questa classe dirigente non rappresenta affatto l’ebraismo: non ne osserva le leggi e agisce contro la Torah». IrpiMedia incontra il rabbino Aviad Neiger nel suo appartamento a Bnei Brak, una città dove il 90% dei 230mila abitanti circa sono haredi. Sono infatti membri della comunità ultraortodossa e non vanno confusi con il movimento nazional-religioso, di cui fanno parte molti coloni, per i quali lo Stato secolare di Israele va sviluppato in quanto patria del popolo ebraico.

Qualche haredi ha stretto quello che il rabbino Neiger chiama «un patto scellerato con quello che c’è» convivendoci, ma a Bnei Brak si vedono ancora gli effetti di uno stile di vita più strettamente legato ai dettami religiosi e meno ai principi del sionismo: dalle ore immediatamente precedenti al tramonto del venerdì fino alla sera del sabato, l’intera città si trasforma in un luogo silenzioso dedicato alla preghiera e alla famiglia.

La comunità degli ultraortodossi è tra le più influenti nella vita politica israeliana: una componente tra l’80% e il 90% vota, contro un tasso di partecipazione in media al 70% per il resto del Paese.

I loro parlamentari utilizzano il peso dei seggi per proteggere le esenzioni o i ritardi di arruolamento militare per i giovani delle yeshivot (scuole rabbiniche), garantire sussidi e fondi pubblici per le loro scuole, istituzioni caritatevoli e famiglie numerose.

Il rabbino Neiger appartiene al 10% che boicotta il voto ed è una delle sue voci riconoscibili: scrive libri e usa YouTube per diffondere le sue posizioni. È convinto che molti coloni siano completamente a digiuno di precetti religiosi, ma manipolati e pericolosi.

Il rabbino Neiger tra i banchi di libri di una strada di Mea Shearim, il quartiere di Gerusalemme considerato, con Bnei Brak, il cuore del mondo ultraortodosso in Israele
Il rabbino Neiger tra i banchi di libri di una strada di Mea Shearim, il quartiere di Gerusalemme considerato, con Bnei Brak, il cuore del mondo ultraortodosso in Israele © Gianluca Cecere

«Secondo la nostra dottrina – spiega – non ci è permesso prendere parte a ciò che fanno i sionisti, né alle elezioni, né nell’esercito» che « non è adatto a chi conduce una vita haredi. Uno stile di vita che conviveva con gli arabi senza problemi, prima di Israele».

Secondo Aviad Neiger, le comunità ultraortodosse – ferite dalla repressione dell’obiezione di coscienza al servizio militare e dalla violenza contro le comunità – voteranno diversamente da come hanno sempre fatto: i partiti Giudaismo unito della Torah (Utj) per gli ultraortodossi di origine ashkenazita (europea), oppure Shas per gli ultraortodossi sefarditi e mizrahi (provenienti dai Paesi arabi e mediorientali). 

Insieme, questi due partiti garantiscono alla comunità circa 16-18 seggi su 120 alla Knesset, rendendoli determinanti per la formazione di qualsiasi governo di coalizione guidato dalla destra (e in particolare da Benjamin Netanyahu). Ma i dati, per ora, sono profondamente incerti. 

Il voto del 27 ottobre dirà se esiste un mondo politico ed elettorale capace di guardare oltre Netanyahu per un futuro diverso di Israele e della regione, ma difficilmente cambierà sostanzialmente la situazione dei palestinesi.

Al momento, la violenza contro i palestinesi e gli Stati vicini sembra dare l’unico momento di unità a un Paese altrimenti preso dalla lacerazione tra laicismo e confessionalismo e tra le diverse anime di una società sempre più divisa.

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