Costruire fiducia. Il ruolo cruciale di Mario Paciolla per l’accordo di pace in Colombia

Il ruolo del cooperante delle Nazioni Unite, trovato morto nel 2020, è spesso stato derubricato a lavoro d’ufficio. In realtà, è stato decisivo per fare da tramite fra lo Stato colombiano e gli ex guerriglieri

© Beatrice Cambarau

«Ero un’infermiera in prima linea, con il fucile e la borsa piena di medicinali». Con lo sguardo impassibile, Adriana Villa racconta la sua esperienza nelle Forze armate rivoluzionarie colombiane, le Farc, il principale gruppo guerrigliero del Paese. «Bisognava imparare a eseguire interventi chirurgici, a fare di tutto», spiega. 

Adriana – questo era il suo nome di battaglia – è entrata nelle Farc da adolescente e ha vissuto per vent’anni nella foresta amazzonica. La sua casa è stata per due decenni sulla linea di combattimento. Oggi sul corpo porta ancora le cicatrici di quegli anni, e quando racconta è come se fosse ancora lì. 

La incontriamo un giorno di giugno a El Doncello, un villaggio nella regione del Caquetà, al confine con l’Amazzonia colombiana. Per arrivarci abbiamo viaggiato per due ore e mezza dalla capitale della regione, San Vicente del Caguán, su un piccolo taxi che sobbalzava sulla strada dissestata ai piedi della Cordigliera delle Ande.

In Breve

Dopo una breve pausa, riempita dalla cumbia e dalle voci dei bambini che corrono per il porticato, Adriana riprende. Ci parla degli accordi di pace del 2016 tra le Farc e il governo colombiano. «Quando abbiamo intrapreso questo processo, ho studiato infermieristica per ottenere la mia laurea».

Quell’accordo ha messo fine a un conflitto armato durato oltre cinquant’anni tra lo Stato e il gruppo guerrigliero di matrice marxista-leninista, radicato nelle zone rurali del Paese. I cardini dell’accordo sono due: la riconsegna delle armi da parte degli ex combattenti e il loro reintegro alla vita civile. 

Parque de Los Fundadores, El Doncello, Caquetà
Parque de Los Fundadores, El Doncello, Caquetà © Gabriele Ciraolo

Adriana oggi vive in un insediamento di casette prefabbricate ai margini del villaggio, insieme a un’ottantina fra ex combattenti e famigliari. Il suo processo di ritorno alla vita civile è iniziato molto lontano da qui, a Miravalle, nel nord del Caquetà.

Un tempo roccaforte della guerriglia, dopo la consegna delle armi sotto la supervisione delle Nazioni Unite, Miravalle è diventato uno dei luoghi simbolo del processo di pace. Qui il governo aveva creato uno degli spazi sicuri dove gli ex combattenti firmatari dell’accordo di pace potessero trovare un lavoro, formarsi e vivere in sicurezza.

Costruire la fiducia tra il governo e i guerriglieri che hanno appena deposto il fucile, però, non è facile. A questo serve la Missione delle Nazioni Unite a cui, dopo la verifica dell’avvenuto smantellamento degli arsenali delle Farc, viene affidata la supervisione degli altri punti dell’accordo di pace. La diffidenza, da entrambe le parti, è forte. C’è bisogno di figure capaci di fare da cerniera tra le richieste dei firmatari e i progetti governativi.

Dall’agosto 2018 una di queste era un trentunenne napoletano esperto di cooperazione internazionale: Mario Paciolla. Per due anni lavorerà all’ufficio Onu di San Vicente del Caguán, e i progetti dello spazio sicuro di Miravalle diventeranno la sua occupazione principale.

Figli della pace

La Missione dell’Onu ha il compito di verificare che l’accordo di pace venga rispettato. Sul campo vuol dire stare nei territori, ascoltare ex guerriglieri e attivisti, fare da tramite con le istituzioni, e sostenere i progetti dei firmantes, gli ex guerriglieri che hanno aderito all’accordo. 

Sulla strada tra San Vicente del Caguan e El Doncello
Sulla strada tra San Vicente del Caguán e El Doncello © Gabriele Ciraolo

Mario, però, era una figura particolarmente importante. Era l’unico che parlava davvero agli ex guerriglieri, grazie a una sensibilità e un’etica del lavoro che nessun altro all’interno della Missione dimostrava di avere. Ideava con loro alcuni di questi progetti e, anche se l’Onu non poteva realizzarli direttamente, si è sempre impegnato affinchè alcuni di questi diventassero realtà.

Lo faceva in una delle zone più isolate e pericolose del Paese, seguendo da vicino i progetti di Miravalle e la protezione degli attivisti nel nord del Caquetà. «Mario è stato mandato lì perché molto bravo, il Caquetà è una sede difficile», ci spiega una fonte anonima delle Nazioni Unite che ha lavorato in Colombia all’interno della stessa Missione. Dopo la morte di Mario, di questo aspetto della sua professione si è parlato poco, derubricandola a semplice lavoro d’ufficio. Chi lo ha incontrato lo ricorda in modo diverso.

In un hotel del centro di Bogotà incontriamo Karime, in passato funzionaria dell’Agenzia statale che gestisce il ritorno degli ex guerriglieri alla vita civile. È la prima volta che parla di Mario con dei giornalisti.

«Ha contribuito enormemente al rispetto degli accordi e al mantenimento dei rapporti con la collettività. Aveva un forte potere di persuasione in termini di credibilità, perché rispettava tutti gli accordi che prendevamo al tavolo delle trattative e questo ha contribuito in modo significativo a far progredire le cose». Mentre ricorda, ha la voce rotta.

Un giorno, a Miravalle, Adriana gli chiese di togliersi il gilet dell’Onu per parlare «come una persona normale», non «come un funzionario». Da lì è nata la fiducia.

«Ero incinta di quattro mesi quando l’ho detto a Mario. Lui mi ha risposto: “Quando nascerà il bambino sarò il suo padrino”. A me sembrava una bella idea perché non mi fidavo di nessuno». Mario non ha mai visto nascere quel bambino, che oggi ha sei anni. 

Dopo lunghe conversazioni, lui e Adriana avevano ideato Hijos de paz, Figli della pace, un progetto educativo e sanitario per tutti i bambini nati dopo la firma degli accordi. Bisognava censirli uno per uno in tutta l’area, perché «c’erano bambini che non figuravano nemmeno all’anagrafe», ricorda Adriana.

«Ha persino messo mano al proprio portafoglio per procurarsi il carburante necessario per andare in moto a cercare quanti bambini ci fossero. Ci siamo riusciti dopo molti mesi e molto lavoro».

Dove l’alba non faccia paura

Dopo la morte di Mario la missione di verifica a San Vicente del Caguán è stata lentamente dismessa. Lo spazio sicuro di Miravalle è rimasto attivo fino al 2024. Poi sono arrivate le minacce dei dissidenti, le frange delle Farc che hanno rifiutato l’accordo del 2016 e hanno scelto di continuare la lotta armata.Premio Roberto Morrione

Ancora oggi considerano traditori gli ex compagni che hanno deposto le armi. Ad agosto 2024 Adriana – e con lei decine di altri ex combattenti con i loro famigliari – hanno dovuto abbandonare Miravalle in una carovana diretta a El Doncello, scortata dalle autorità e accompagnata dalla Missione Onu.

Il trasferimento ha significato anche il parziale abbandono dei progetti sociali. Tra quelli nati a Miravalle uno portava l’impronta di Mario: Remando por la paz, una squadra agonistica di rafting sul Rio Pato, un fiume che nasce dalla Cordigliera delle Ande. 

Due anni dopo aver lasciato Miravalle, oggi il gruppo di ex guerriglieri vive tra paura e incertezza. «Mi viene voglia di andarmene, prendere mio figlio e sparire in un posto dove possa stare tranquilla, dove l’alba non mi faccia paura, dove possa andare a letto serena e dove mio figlio possa sentirsi al sicuro».

A qualche metro di distanza il tavolo da biliardo all’aperto si è riempito di giocatori. «Mio figlio sta crescendo molto in fretta. Non voglio che ripeta la mia storia. Non me ne vergogno affatto, ma non voglio che la ripeta. Voglio che abbia delle opportunità nella vita».

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