Gli affari delle università telematiche con i corsi di abilitazione

E-Campus e Pegaso sono le università telematiche con i ricavi dei nuovi corsi di abilitazione più alti. Per l’Anvur, però, ci sono delle criticità sui dati forniti dalle università

Vista di un'aula magna dell'Università di Amburgo
Vista di un'aula magna dell'Università di Amburgo © Marcus Brandt

Per un aspirante insegnante delle scuole medie e superiori, la via per la stabilità economica – ovvero l’assunzione di ruolo – passa obbligatoriamente per i corsi di abilitazione, cioè quelli che permettono di acquisire la licenza per insegnare una specifica materia. Tutti a pagamento, sono erogati da università sia in presenza sia telematiche e hanno un prezzo massimo complessivo di 2.500 euro, limite stabilito dal governo.

Del regolamento introdotto col decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) del 4 agosto 2023 abbiamo parlato nell’inchiesta uscita a novembre dello scorso anno. Se prima era possibile accedere ai concorsi col sistema dei 24 crediti formativi universitari (cfu) – conseguibili durante gli anni dell’università senza costi aggiuntivi – i nuovi corsi di abilitazione di 60 cfu si trasformano in una nuova possibilità di guadagno per gli atenei.

In Breve

Secondo l’ultimo rapporto sul sistema della formazione superiore e della ricerca dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur), l’organo del Mur che valuta tutti gli atenei italiani in base alle informazioni che riceve dagli stessi, le università telematiche «mostrano una redditività straordinaria – con un utile medio di bilancio che nel 2024 è doppio rispetto a quello delle università statali».

Questi numeri sono il risultato del contenimento dei costi di personale, con una quota di spesa che non raggiunge un quarto di quella delle università in presenza, e alla formazione post-lauream, tra cui rientrano anche i corsi per gli insegnanti che rappresentano tra il 35% e il 44% dei proventi della didattica.

Grazie ai dati pubblicati dall’Ustat, l’Ufficio di statistica e studi del ministero dell’Università e della ricerca (Mur), IrpiMedia ha analizzato le entrate che le università telematiche hanno incassato dopo la “riforma dei 60 cfu” per l’abilitazione.

Al vertice per studenti iscritti e ricavi, c’è il consolidato duopolio di e-Campus e Multiversity, quest’ultima finita al centro di una nuova indagine della procura di Napoli la scorsa settimana.

Il boom di “corsi di abilitazione”

E-Campus, fondata nel 2006 da Francesco Polidori – detto sui giornali Mister Cepu –  nell’anno dell’entrata in vigore della riforma, il 2024, alla voce «corsi di abilitazione» ha incassato più di 54 milioni di euro. Nessun altra università telematica ha numeri simili: la seconda ha totalizzato meno di 5 milioni di euro. Tra il 2020 e il 2023, invece, e-Campus prodotto incassi pari a zero.

Nel 2024, anno a cui risale anche l’ultimo rapporto Anvur sull’accreditamento periodico – il documento conclusivo a seguito delle ispezioni approfondite sulle università – emerge che e-Campus è stata “rimandata”. Ha infatti ottenuto un «accreditamento condizionato», cioè una “licenza con data di scadenza” (due anni dopo) da rinnovare dopo «il superamento delle raccomandazioni e delle condizioni evidenziate».

Tra i problemi riscontrati, lacune nella governance e nei piani di sviluppo. Più nello specifico, l’Anvur ha osservato il massiccio affidamento di insegnamenti a docenti a contratto, che secondo gli esperti dell’Agenzia non favorisce una prospettiva stabile di miglioramento della qualità né della didattica né della ricerca scientifica e ha riscontrato problemi nella pubblicazione dei bilanci.

Trascorsi due anni non si trovano riscontri online di altre visite dell’Anvur. In merito alle questioni di bilancio, però, l’Agenzia nel rapporto 2026 scrive che l’ateneo «ha modificato significativamente il proprio mix: la quota di proventi da corsi di laurea è scesa in pochi anni dall’81,5% al 64,2%, con un incremento speculare degli “altri corsi” dal 18,5% al 35,8%». È in questa seconda categoria che rientrano anche i corsi post-lauream per l’accreditamento degli insegnanti.

L’università e-Campus non ha però voluto rispondere alle nostre domande sul  picco di ricavi del 2024, sulla rendicontazione della contribuzione studentesca e sul numero di studenti dei corsi di abilitazione dalla messa in vigore del dpcm del 4 agosto 2023.

Zero iscritti, ma il corso è erogato ugualmente

A guidare il gruppo Multiversity è, invece, l’università telematica Pegaso. Nel biennio 2023 e 2024 non ha registrato entrate alla voce «corsi di abilitazione». Al contrario di e-Campus, negli anni prima delle nuova riforma, tra il 2019 e il 2022, ha dichiarato ricavi per 47 milioni e mezzo di euro.

In quel periodo l’abilitazione avveniva tramite concorso. Poi, nel biennio 2023 e 2024, l’università telematica non ha registrato entrate alla voce «corsi di abilitazione».

Contattata da IrpiMedia, Pegaso ha però spiegato che i corsi di abilitazione sono stati e vengono ancora erogati: «Lo zero riportato negli open data pubblicati da Ustat, a partire dal 2023, nella voce relativa ai “corsi di abilitazione” non è riconducibile alla cessazione dell’erogazione di tali attività formative, ma alla classificazione utilizzata ai fini della relativa rendicontazione». 

Questa risposta mostra il margine di manovra che le università telematiche hanno sulla rendicontazione: possono riportare uno zero alla voce “corsi di abilitazione” anche quando vengono erogati.

«Pur non mettendo in discussione la veridicità delle dichiarazioni degli atenei – scrive Anvur nel rapporto 2026 in merito, in generale, alla qualità delle informazioni che riceve dalle università telematiche – non si può escludere che parte di queste variazioni derivi da una diversa accuratezza o tempestività nel conferimento dei dati». L’Agenzia quindi auspica «l’attivazione di puntuali verifiche sulla gestione e sul conferimento dei dati (anche passati) di alcuni atenei telematici».

Tra le voci che contribuirebbero a formare un quadro completo della situazione, c’è il numero di studenti iscritti ai singoli corsi: esiste infatti solo il totale. Per questo abbiamo chiesto alla Pegaso di fornirci il numero di studenti iscritti ai corsi di abilitazione nel triennio 2023/2025. La risposta è stata: 44mila studenti per l’intero triennio.

Ipotizzando che ciascuno abbia speso il tetto massimo stabilito dal ministero, Pegaso potrebbe aver ricavato fino a un totale di 110 milioni di euro. Si tratta di proiezioni perché – secondo quanto confermato dalla stessa università – oltre ai cosiddetti “corsi di abilitazione” da 60 cfu previsti dalla riforma, l’ateneo ha erogato anche «i corsi parziali da 36 cfu per quanti erano in possesso dei 24 cfu».

I 24 cfu erano crediti nelle discipline antropo-psico-pedagogiche e nelle metodologie didattiche richiesti in passato per accedere ai concorsi della scuola secondaria. È stato possibile chiederne il riconoscimento per coloro che li hanno conseguiti prima della messa in vigore del dpcm del 4 agosto, in modo da ridurre a 36 invece che 60 il numero di crediti da ottenere per l’abitazione.

Quando i dati sono comunicati in modo scorretto, parziale o intempestivo, Anvur rischia di non essere nelle condizioni di svolgere il suo lavoro. E già con quelli a disposizione l’Agenzia è in grado comunque di evidenziare delle criticità di Pegaso: nella verifica conclusa a novembre 2025, l’università telematica «presenta solo un corso su 14 in regola con i requisiti (7%).

L’ateneo dispone di 287 docenti a fronte di un fabbisogno stimato di 470, con un deficit di 183 unità (-64%)», prosegue il rapporto 2026. Sebbene con il piano di assunzioni straordinario comunicato a febbraio 2026 l’ateneo sia riuscito a sanare la situazione di nove corsi, l’Anvur certifica che permangono tuttora 4 corsi di studio non conformi ai requisiti minimi di docenza.

Date le lacune nella rendicontazione, abbiamo chiesto all’Ufficio Statistico di Pegaso maggiori dettagli. Ci hanno risposto di inoltrare le domande alla Direzione generale della didattica e del personale delle istituzioni private. Dalla Direzione generale, però, nessuna risposta.

Meno qualità nella formazione

Secondo il sindacalista Marco Vulcano, del Centro nazionale federazione lavoratori della conoscenza della Cgil, rendere le università telematiche enti che possono erogare corsi di abilitazione ha penalizzato la qualità formativa dei futuri prof di medie e superiori. «Questi percorsi di formativo, molto spesso, hanno davvero poco. Appaltare la formazione a delle università private basate su una didattica for profit è una scelta politica precisa che privilegia il mercato a discapito della qualità della formazione».

In effetti  l’Anvur registra forti anomalie evolutive nel comparto, con una rapida impennata dei cfu acquisiti al primo anno e un balzo nel numero di laureati. Pegaso nel 2020 ha toccato un picco di 487,2 laureati per ciascun docente di ruolo, quasi due laureati al giorno per docente, un carico definito dall’Agenzia «pressoché impossibile per assicurare lo svolgimento di un’attività adeguata agli standard minimi richiesti». 

A questo si aggiungono le criticità riscontrate dall’Anvur nello specifico Rapporto di accreditamento periodico dell’Ateneo Pegaso, sempre del 2026: qui la Commissione segnala «documentate segnalazioni di talune irregolarità nello svolgimento degli esami di profitto» e una marcata disomogeneità tra le prove dichiarate dai docenti, quelle percepite dagli studenti e quelle formalizzate nei regolamenti ufficiali.

Dal punto di vista dei futuri insegnanti, quindi, il sistema si trasforma in quella che Vulcano definisce una «costosissima raccolta punti» che non apporta nulla alla qualità dei futuri insegnanti, ma che offre un’ulteriore possibilità di guadagno per le università telematiche. 

Secondo il sindacalista la soluzione a lungo termine per superare il precariato è l’aumento dell’organico. «Se andiamo ad aumentare gli organici, vuol dire che dovremmo assumere più personale scolastico, docenti e Ata (personale amministrativo, tecnico e ausiliario) senza tutte le inutili discussioni sulla modalità di reclutamento più idonea». 

Per farlo bisogna attingere alle già capienti graduatorie dei concorsi precedenti. «A quei docenti che stanno aspettando il posto di lavoro a scuola, dopo aver superato un concorso, bisogna dare delle risposte. C’è chi ha superato il concorso nel 2016 e nel 2020 che sta ancora aspettando. Nel frattempo il governo ha fatto altri tre concorsi» conclude Vulcano.