La corsa ai crediti degli insegnanti precari passa per le università telematiche

Per accedere ai concorsi per il posto fisso, gli aspiranti docenti devono seguire corsi e ottenere certificazioni. Un sistema che penalizza gli insegnanti con minori mezzi economici e, sempre più spesso, avvantaggia gli atenei on line

© NurPhoto / Getty

Per diventare insegnante di ruolo, in Italia, non basta la laurea: servono dei crediti, prima facoltativi e ora anche obbligatori. È un sistema che penalizza i docenti precari, soprattutto quelli coi mezzi economici più limitati. Ma è anche una grande occasione di affari per le università private telematiche.

Gli attori di questo settore sono pochi e influenti, con legami storici e solidi con i partiti di governo, in particolare Forza Italia e Lega. Nell’ultimo decennio almeno, gruppi come eCampus e Multiversity hanno finito per erogare la stragrande maggioranza dei corsi che i precari frequentano a pagamento per acquisire certificazioni e crediti, sperando così di avere maggiori chance di passare i concorsi. 

In Breve

«Dal punto di vista economico per me è stato un peso», racconta Antonio, insegnante precario originario di una regione meridionale, che lavora in un liceo del nord Italia e che ha ottenuto tutti i crediti possibili. 

Ora, una decisione del governo Meloni potrebbe offrire alle università telematiche ulteriori possibilità, senza garanzie che questo migliori il sistema scolastico italiano. Con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (Dpcm) del 4 agosto 2023, infatti, l’esecutivo ha introdotto un’ulteriore formazione obbligatoria per i docenti che vogliono partecipare ai concorsi per i posti a tempo indeterminato.

Manuela Calza, segretaria nazionale della Federazione lavoratori della conoscenza della Cgil (Flc), parla di un «mercato dei titoli».

Spiega che «in questi anni c’è stata una grande affermazione delle attività a distanza che favoriscono in particolare le università telematiche» e ritiene che la scelta del governo apra un nuovo settore nel mercato della formazione degli insegnanti precari, del quale potrebbero beneficiare proprio questi attori.

La corsa alle certificazioni per scalare la graduatoria

In Italia ci sono circa 950mila insegnanti in attività, con un’età media di 52 anni. Di questi, stando ai dati dell’ultimo anno scolastico, 240mila sono precari con un contratto che, nella migliore delle ipotesi, scade alla fine dell’anno scolastico. 

Per scalare le graduatorie ci sono due strade. La prima è maturare una serie di anni di servizio effettivo nella scuola, per un massimo di dodici punti all’anno. La seconda, invece, sono le certificazioni, che forniscono punti aggiuntivi. Tramite dei corsi a pagamento, si possono ottenere certificazioni informatiche, linguistiche e Clil (un acronimo inglese che sta per Content and language integrated learning), che permettono di insegnare la propria materia in una lingua straniera.

Complessivamente, questi corsi possono portare a un massimo di quindici punti, molto utili a salire in graduatoria soprattutto per chi non ha maturato esperienza nella scuola pubblica. Sono certificazioni spesso decisive, dal momento che anche mezzo punto può fare la differenza tra il posto fisso e la precarietà.

Tra i docenti, infatti, si parla di una vera e propria corsa alle certificazioni. E, come in tutte le gare, chi ha più mezzi arriva più lontano e si aggiudica i premi più ambiti.

Le certificazioni informatiche, per esempio, garantiscono solo un massimo di due punti e, poiché praticamente tutti gli insegnanti le acquisiscono, fanno poca differenza in graduatoria. Quelle di maggior valore, quindi, sono quelle linguistiche e Clil. Le certificazioni Clil di per sé valgono due punti che, in combinazione con le certificazioni linguistiche incrementano i punti totali. In questo caso, il numero di punti dipende dalla specializzazione linguistica acquisita. In pratica, un livello C2 di inglese vale più di un B2 e così via…

Il sistema attualmente in vigore è stato disciplinato da una serie di norme approvate tra il 2010 e il 2011, anno in cui è stato chiarito che le certificazioni per i docenti possono essere rilasciate sia dalle università pubbliche sia da quelle private, comprese quelle telematiche.

IrpiMedia ha svolto una ricerca on line sui siti delle principali università italiane: è emerso che la stragrande maggioranza dei corsi per i docenti precari è offerta da università telematiche.

Sui siti web di alcuni dei principali atenei italiani statali (la Federico II e l’Orientale di Napoli, l’Università degli Studi di Salerno, la Sapienza, Roma Tre, la Statale di Milano, l’Università di Padova e quella di Pisa) non vi è alcuna traccia di corsi per ottenere certificazioni informatiche, linguistiche o Clil. 

L’offerta delle telematiche, invece, è molto più ricca, strutturata e, per certi versi, allettante. Ci sono corsi per i diversi tipi di certificazioni e, in alcuni casi, per un costo di circa mille euro, anche delle formule per ottenere tutte quelle necessarie ad arrivare al massimo dei 15 punti. È un pacchetto attraente, sia perché non prevede la presenza fisica, sia per i metodi usati, come quello del “paniere”. 

«Ho comprato le certificazioni in un’università telematica», riprende Antonio, che preferisce non usare il suo vero nome. L’insegnante precario spiega che, prima dell’esame, l’università telematica gli ha fornito un paniere con una lunga lista di risposte alle domande che avrebbe potuto incontrare nelle prove scritte. Così, conclude, «gli esami sono ovviamente più facili di quelli universitari». 

L’oligopolio delle università telematiche

La crescita delle università telematiche è un fenomeno recente, e strettamente legato a una serie di decisioni politiche. Nell’anno accademico 2008/2009 gli iscritti a corsi di laurea in questi atenei erano 20.874. Sedici anni dopo, nel 2024/2025 hanno superato quota 300mila, un aumento di oltre quattordici volte che le ha portate a pesare per il 15 per cento di tutti gli universitari e le universitarie in Italia.

I numeri di iscritti nelle università italiane

Il numero di iscrizioni alle università telematiche è aumentato di 14 volte in 16 anni, e nell’anno accademico 2024/2025 rappresenta il 15 per cento delle iscrizioni nelle università in Italia

Gli iscritti alle università telematiche nell’anno accademico 2024/2025

IrpiData | Dati: Ustat | Creato con: Flourish

Tra loro, vi sono molti studenti lavoratori, sopra i 31 anni, ma anche una quota crescente di nuovi immatricolati che scelgono di cominciare la loro carriera in questi atenei. Lo spiega il rapporto della Flc Cgil Piano Inclinato, che presenta anche i principali attori di questo settore, che è di fatto un oligopolio. 

I due gruppi principali sono Multiversity e l’università eCampus. Il primo, cui fanno capo le università Pegaso, Mercatorum e San Raffaele di Roma (nessun legame con Università Vita-Salute San Raffaele di Milano), conta più di 170 mila studenti. La seconda ne ha 44mila ed è stata fondata dall’imprenditore Francesco Polidori, una figura storica e centrale per capire l’evoluzione di questi atenei. 

Polidori è diventato noto al grande pubblico come “Mister Cepu”, dal nome dell’impresa da lui fondata negli anni Novanta per offrire servizi agli studenti universitari, tra cui soprattutto la preparazione degli esami. Oltre un decennio dopo, è arrivata eCampus, creata nel 2006, a quattro anni di distanza dal provvedimento che ha istituito le università telematiche in Italia e nel periodo in cui nascono tutti i principali atenei di questo tipo ancora oggi attivi.

Poco dopo, un’altra Polidori entra in politica. È Catia, più giovane di Francesco ma anch’essa nata a Città di Castello, in Umbria. Per anni, molte testate italiane l’hanno indicata come cugina dell’imprenditore. Lei ha smentito al Corriere della sera ogni «legame di sangue», ma ha confermato che i due sono «legatissimi». L’intervista in cui fa queste dichiarazioni arriva all’indomani di un passaggio cruciale della sua carriera politica.

Catia Polidori, infatti, viene eletta nel 2008 alla Camera nelle file del Popolo della libertà, che allora riuniva Forza Italia ed Alleanza nazionale. Nell’estate del 2010, le due formazioni si dividono e lei rimane nel gruppo parlamentare di Gianfranco Fini ma, poco dopo, a dicembre, vota a sorpresa per non far cadere il governo Berlusconi. Da quel momento, fino ad oggi, è stata ininterrottamente confermata deputata, sempre con Forza Italia.

Nel 2011, ha ricoperto per alcuni mesi il ruolo di vice ministra allo Sviluppo economico del quarto governo Berlusconi. Come abbiamo visto, è il periodo in cui arrivano anche i provvedimenti che aprono la strada all’ingresso degli atenei telematici nel mercato delle certificazioni per i docenti.

Le donazioni alla Lega di Salvini e Valditara 

Anche il 2020 e il 2022 sono snodi importanti nelle vicende imprenditoriali di eCampus. Nel 2020, Francesco Polidori acquisisce Link University mentre Catia Polidori entra a far parte del coordinamento di presidenza di Forza Italia. Nel 2022, il partito torna al Governo e la deputata è confermata alla Camera. Contestualmente, Francesco Polidori inizia a legare il suo nome anche alla Lega di Matteo Salvini.

Nel 2022, a ridosso delle elezioni politiche, come già raccontato da IrpiMedia, Monte Finanziario Europeo (società posseduta dai figli di Polidori, Pietro Luigi e Martina) versa 100mila euro alla Lega. Nel 2023, lo stesso Francesco dona 10mila euro a suo nome, 30mila tramite l’Università eCampus, 10mila tramite Monte Finanziario Europeo, altrettanti tramite Polimedia Srl e cinquemila tramite Scuola Radio Elettra (entrambe queste ultime società fanno sempre capo alla famiglia di Polidori). Un’altra donazione personale di Polidori da 25mila euro viene registrata anche lo scorso anno.

Complessivamente, fanno 190mila euro di donazioni in tre anni. Sono transazioni registrate e pubbliche, perfettamente legali, ma che testimoniano uno stretto rapporto tra il gruppo di Polidori e il partito del vice presidente del Consiglio Salvini e dell’attuale ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara.

Né Francesco Polidori né le aziende che hanno effettuato donazioni alla Lega hanno risposto alle richieste di commento di IrpiMedia.

Proprio Valditara, fino a quando è diventato ministro nel 2022, è stato presidente dell’Osservatorio inter-ateneo per la ricerca università Link ed eCampus. La stessa deputata Catia Polidori, nei documenti richiesti dalla Camera per presentare la sua ultima candidatura, a fine 2021, diceva di svolgere la professione di «professore presso eCampus» e, ancora oggi, sul sito dell’ateneo compare una scheda docente col suo nome e corsi previsti anche per il 2025.

Intanto, lo scorso ottobre, il ministero dell’Università e della ricerca ha stanziato l’annuale contributo per le università telematiche. Complessivamente, si tratta di un milione e 660mila euro: il dato è il secondo più basso dal 2020, l’anno scorso era stato ancora meno elevato mentre la cifra più alta si era registrata nel 2023, quando aveva superato i due milioni e mezzo di euro.

Lo stanziamento totale, quindi, è stato altalenante negli ultimi cinque anni, ma dal 2023 vi è una costante: e-Campus è sempre stata l’università a ricevere la quota di fondi più sostanziosa. 260mila euro circa quest’anno, quasi 320mila lo scorso e più di 530mila nel 2023.

Il Governo crea un nuovo mercato

È questo il contesto in cui è stato approvato il Dpcm del 4 agosto 2023, entrato in vigore con l’anno scolastico 2024/2025.

«Con questo Decreto abbiamo varato una riforma del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza, ndr) che era attesa da oltre un anno», ha dichiarato in quell’occasione Valditara. «Grazie a queste misure – ha aggiunto il ministro – avremo una nuova generazione di insegnanti fortemente strutturati, con alle spalle un importante percorso di formazione disciplinare e pedagogica e meccanismi di valutazione che garantiranno l’efficacia didattica».

Il provvedimento lascia intatto il sistema dei 15 crediti facoltativi, da accumulare tramite certificazioni, ma ne aggiunge altri 60 obbligatori che garantiscono l’abilitazione e, quindi, la possibilità di partecipare ai concorsi per i contratti a tempo indeterminato (per alcune categorie di precari, come quelli che hanno già svolto un servizio di almeno tre anni scolastici, sono previsti percorsi più brevi).

Per ottenere questi nuovi crediti, è necessario frequentare dei corsi – anche presso le università telematiche – che hanno un costo massimo di 2.500 euro, che prevedono sia lezioni frontali sia momenti di tirocinio in aula e che si concludono con un esame finale, composto da una prova scritta e una lezione simulata. Precari e sindacati hanno criticato duramente la nuova misura. Calza della Flc Cgil, sostiene innanzitutto che crei «una prima selezione in ingresso determinata dalle possibilità economiche più che dall’effettivo merito delle persone». 

Antonio, che ha già ottenuto i 60 crediti grazie a un corso dell’Università Ca’ Foscari di Venezia durato tre mesi e costato proprio 2.500 euro, conferma le difficoltà.

«Se guadagni 1.700 euro al mese, togli l’affitto, il costo del percorso, cosa ti resta in quei mesi?», si chiede. Il docente precario è critico anche sulla reale utilità del percorso svolto. Nonostante lavorasse già da due anni, ha dovuto fare un tirocinio non retribuito di 120 ore a scuola, mentre insegnava e al di fuori dell’orario lavorativo. «È una pagliacciata. Sono stato mattina e sera a scuola per un mese», attacca.

Il corso seguito da Antonio presso un’università pubblica ha previsto lezioni sia in presenza sia da remoto. Per quanto riguarda i 60 crediti obbligatori, l’offerta degli atenei statali sembra essere maggiore di quella estremamente limitata che, come abbiamo visto, caratterizza i 15 crediti facoltativi.

Le università private telematiche, però, sono anche qui della partita e ci sono diverse ragioni per ipotizzare un loro ruolo centrale pure in questo nuovo mercato. Gli aspiranti insegnanti di ruolo, infatti, devono barcamenarsi tra gli incarichi precari e la preparazione dei concorsi, a partire dall’ottenimento di tutti i crediti necessari. L’esperienza di Antonio lo fa capire: non hanno tempo da perdere.

Investire senza certezze

«In questi anni c’è stata una grande affermazione delle attività a distanza che favoriscono in particolare le università telematiche», riprende Calza della Flc Cgil. A suo parere, questo vale anche per i nuovi corsi per i 60 crediti obbligatori: «In origine era previsto che le attività online di questi corsi non dovessero eccedere il 20 per cento del monte ore complessivo, mentre adesso è stato previsto un 50 per cento delle attività».

La sindacalista fa riferimento alla fase transitoria stabilita dal ministero dell’Istruzione per l’avvio del nuovo sistema, che inizialmente avrebbe dovuto riguardare solo l’anno 2024/2025 mentre ora è stata prolungata anche a quello in corso. Per lei, è una scelta che «rischia di essere pagata con uno svilimento della qualità della formazione. Ci risulta addirittura che anche per le attività che richiedono la presenza dei corsisti a volte i docenti sono comunque a distanza».

Nell’attesa che la fase transitoria finisca, l’unica certezza è che gli aspiranti docenti di ruolo dovranno spendere di più, in termini di tempo e soldi, per sperare di stabilizzarsi. Ai possibili costi per le certificazioni facoltative ora vanno aggiunti i 2.500 del corso obbligatorio per l’abilitazione. 

Quindi, ai lavoratori precari di un settore come l’istruzione, che in Italia garantisce salari tra i più bassi dell’Unione europea, viene chiesto di spendere almeno tremila euro solo per avere la possibilità di partecipare ai concorsi pubblici. E, attacca Calza, «senza poi offrire una prospettiva di stabilizzazione nel rapporto di lavoro». La sindacalista sottolinea come questi corsi di formazione non incidano minimamente sulla reale possibilità di diventare insegnanti con un contratto a tempo indeterminato. «È un paradosso», conclude.

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