Senza più lavoro: le ragioni dell’esodo palestinese dalla Cisgiordania (senza precedenti)

Dal 7 ottobre 2023 è saltato il sistema che autorizza l’ingresso dei lavoratori palestinesi in Israele. Gli impatti sull’economia dell’Autorità palestinese sono devastanti. E dopo il voto in Israele del 27 ottobre potrebbero aggravarsi

Gerusalemme. Un negoziante nel suo negozio di biancheria porge il resto a una donna lungo i vicoli di pietra della città vecchia
Gerusalemme. Un negoziante nel suo negozio di biancheria porge il resto a una donna lungo i vicoli di pietra della città vecchia © Gianluca Cecere

Il 27 ottobre prossimo, per la prima volta dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, i cittadini israeliani si recheranno alle urne per quello che sembra una sorta di plebiscito sulla figura di Benjamin Netanyahu, il premier che – con alcune interruzioni – guida il Paese da oltre vent’anni.

Nel dibattito politico la questione palestinese è quasi assente, soprattutto tra le forze di centro-destra ed estrema destra favorite dai sondaggi. Anche il tema del lavoro viene affrontato solo dal punto di vista israeliano nonostante, dopo il 7 ottobre 2023, il blocco quasi totale dei permessi di lavoro abbia causato un crollo occupazionale per i palestinesi della Cisgiordania, del tutto estranei agli attacchi di Hamas.

Tra di loro cresce quindi il timore che l’assenza di lavoro possa essere uno strumento di spinta all’esodo più impellente della stessa occupazione e del regime di apartheid nel quale vivono.

In Breve

A questo si aggiunge il problema della dipendenza dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) dal sistema bancario israeliano: l’unica moneta esistente è lo shekel. Le banche palestinesi non sono autorizzate presso la Banca centrale israeliana. Ogni operazione che effettuano deve essere compensata da un istituto bancario israeliano.

Fino al termine del 2026 sarà in vigore una deroga per la quale le banche corrispondenti israeliane – gli istituti privati di credito che intermediano il passaggio del denaro nelle banche palestinesi – sono immuni da responsabilità legali dirette nel caso in cui i beneficiari del denaro transato siano soggetti a sanzioni.

La garanzia dell’operatività bancaria nei territori palestinesi è il frutto di forti pressioni internazionali, ma l’attuale ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, la cui coalizione elettorale secondo gli ultimi sondaggi potrebbe aggiudicarsi cinque o sei seggi in parlamento, dal 2024 ha cercato più volte di sopprimere la deroga e promette di raggiungere il risultato nel caso fosse eletto di nuovo.

Gerusalemme. Un negoziante nel suo negozio di biancheria porge il resto a una donna lungo gli stretti corridoi di pietra della città vecchia
Gerusalemme. Un negoziante nel suo negozio di biancheria porge il resto a una donna lungo gli stretti corridoi di pietra della città vecchia © Gianluca Cecere

Cancellata la deroga il rischio è che anche i lavoratori del pubblico dell’Anp – 120mila persone, il 28% del totale – non possano più ricevere i loro stipendi, compromettendo la stessa esistenza della macchina statale palestinese.

Senza più accesso al lavoro

Come riportato da IrpiMedia, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) «i lavoratori palestinesi della Cisgiordania hanno perso complessivamente 155mila posti di lavoro. Di questi, circa 140mila riguardavano posti di lavoro in Israele e negli insediamenti, con una perdita annua di salari pari a tre miliardi di dollari». «C’è incertezza, mancanza di occupazione e difficoltà come mai prima d’ora nell’ultimo mezzo secolo», è la considerazione finale del rapporto.  

La limitazione dei permessi di lavoro è scattata fin dalle prime ore successive all’attacco di Hamas nel sud d’Israele. Mentre la Striscia di Gaza era polverizzata dalle armi, la Cisgiordania iniziava a soffocare, stretta tra meccanismi di occupazione sempre più duri e coloni più aggressivi e più impuniti. Da quel momento, secondo l’Ilo, nei soli primi tre mesi del 2025 – ultimo dato disponibile – quattromila palestinesi sarebbero stati arrestati per ingressi irregolari nel Paese. 

Ramallah, Cisgiordania. Un lavoratore palestinese di Gaza, bloccato in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, disteso sul suo materasso di fortuna, nel centro sportivo Ibsa di Ramallah. La struttura, originariamente destinata allo sport, è stata trasformata in un campo profughi improvvisato, con centinaia di materassi ammassati per ospitare persone che non possono né tornare a Gaza né restare sul loro posto di lavoro
Ramallah, Cisgiordania. Un lavoratore palestinese di Gaza, bloccato in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, disteso sul suo materasso di fortuna, nel centro sportivo Ibsa di Ramallah. La struttura, originariamente destinata allo sport, è stata trasformata in un campo profughi improvvisato, con centinaia di materassi ammassati per ospitare persone che non possono né tornare a Gaza né restare sul loro posto di lavoro © Gianluca Cecere

Secondo i dati aggiornati al secondo trimestre del 2026, diffusi dal Palestinian central bureau of statistics (Pbcs), i lavoratori pendolari rimasti provenienti dalla Cisgiordania sono circa 53mila, 35mila all’interno di Israele e la quota restante negli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

La perdita strutturale e continuativa dai livelli precedenti all’ottobre 2023 è di circa 120mila-140mila posti di lavoro, la disoccupazione nel secondo trimestre del 2026 è al 27,9%, un valore che interessa circa 284mila persone in cerca di occupazione.

La chiusura parziale dei canali d’ingresso ufficiali costringe molti lavoratori a ripiegare sull’economia locale o sull’impiego informale, dove i salari medi giornalieri (corrispondenti a circa 33 euro) sono nettamente inferiori rispetto a quelli percepiti in precedenza nel mercato israeliano (superiori a al corrispettivo di 75 euro).

Il crollo dell’occupazione pendolare

IrpiData | Dati: Centro statistico nazionale palestinese (Pcbs) | Creato con: Flourish

Mollare tutto

«In ogni famiglia palestinese ci sono generazioni di lotta e sofferenza, come fosse un’eredità, un destino. Prima la pulizia etnica del 1948, poi è arrivata l’occupazione del 1967, poi le intifade, l’apartheid, la carceralità di massa, i checkpoint, le violenze dei coloni. Ma in fondo non abbiamo mai mollato. Questa è la prima volta che penso a mollare tutto, ad andarmene, con i miei figli, o almeno a mandar via loro. Perché abbiamo sopportato tutto, ma senza un lavoro, senza la possibilità di sfamare i miei figli, di curarli e di farli studiare, non c’è futuro. Anche se sei ancora vivo». 

Hussein ha un negozio a Ramallah, vende abiti da sposa. Lo ha ereditato da suo padre, che prima lo aveva ereditato dal nonno. Un negozio grande, in pieno centro, vicino a piazza al-Manar. Lui rischia di essere la prima generazione della sua famiglia a chiudere per mancanza di lavoro.

«In tanti andavano a giornata in Israele, in particolare nel settore agricolo e dei servizi, all’improvviso ai controlli hanno iniziato a fermarti e ad accusarti d’immigrazione illegale», racconta Hussein. La stessa percezione, a Gerusalemme, è quella di Walid, cristiano palestinese, titolare di una bottega nel mercato del Santo Sepolcro.

«Il turismo, soprattutto quello religioso, è in calo. Le botteghe chiudono, vessate da regolamenti punitivi e norme sempre nuove, non ci sono più soldi da spendere… qui nella strada hanno già chiuso in tanti – racconta Walid –. Anche se parlano di “emigrazione volontaria” solo per la gente di Gaza, lo stanno facendo anche qui. Là scapperanno perché non si potrà più vivere in quell’inferno, qui non ci sarà più lavoro per sfamare i nostri figli. E andremo via, senza neanche che siano loro a cacciarci».

Sostituzione di manodopera

Israele sta sostituendo la manodopera palestinese con altri lavoratori stranieri. Sono già 250mila, il numero più alto di sempre, secondo i dati dell’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione. Una decisione del governo di Israele del maggio 2024, atto amministrativo emesso dall’esecutivo, stabilisce per la prima volta un nuovo limite massimo: il 3,3% della popolazione, cioè poco più di 330mila persone.

I lavoratori stranieri in Israele

Da dove viene la manodopera precaria e sfruttata che sta sostituendo quella palestinese

IrpiData | Dati: Autorità per la popolazione e l’immigrazione di Israele (Piba) | Creato con: Flourish

Secondo i dati dell’Autorità per la Popolazione e l’Immigrazione, il 26,5% di tutti i lavoratori stranieri, sia regolari che irregolari, proviene dalla Thailandia, il 21,7% dall’India, l’11,8% dalla Cina, l’11,2% dallo Sri Lanka, il 9,5% dalle Filippine, l’8,9% dall’Uzbekistan, il 4,4% dalla Moldavia e l’1,7% dal Nepal.

Per accelerare le procedure, che inizialmente avanzavano a rilento, il governo israeliano ha affiancato ai tradizionali accordi bilaterali di Stato una nuova regolamentazione che permette ad agenzie di collocamento autorizzate di reclutare e far entrare i lavoratori stranieri direttamente dalle nazioni partner in tempi molto più rapidi, come è stato raccontato dal The New Yorker.

L’economia soffocante dell’Anp

Ismat Quzmar è un ricercatore in economia che ha lavorato per diverse istituzioni dell’Anp. Accoglie IrpiMedia a Ramallah, nell’ufficio di Madar – The Palestinian forum for Israeli studies, il centro studi per il quale lavora.

«Immaginare un’emigrazione massiva verso l’estero dei palestinesi, in questa fase storica, non è azzardato – dice –. Potremmo conoscere un fenomeno senza precedenti dal 1948, dove la fuga non era volontaria, ma causata dal contesto di pulizia etnica e violenze. Qui, almeno a livello simbolico, ci troveremmo davanti a una migrazione “volontaria”, se così si può dire».

«Abbiamo già molti casi di famiglie, o singoli, che se riescono emigrano per non tornare. Il collasso del lavoro è evidente e manca la sostenibilità per i nuclei familiari –  continua –. La sospensione dei permessi di lavoro palestinesi dopo il 7 ottobre 2023 ha messo in luce la fragilità di lunga data della manodopera palestinese in Israele e ha evidenziato gli scopi politici a cui serve questo regime lavorativo».

Specifica che non sono disponibili dati di quante siano le persone che hanno lasciato la Palestina finora ma aggiunge che «attingendo a fonti d’archivio, storiche e contemporanee, si dimostra come il lavoro palestinese non ha funzionato come uno scambio economico neutro, bensì come uno strumento centrale del sistema coloniale».

La politica del lavoro d’Israele, dichiara ancora Quzmar, intreccia tre logiche – eliminazione, sfruttamento e disciplina – attraverso le quali «i lavoratori vengono resi contemporaneamente indispensabili per settori chiave e permanentemente vulnerabili alla sorveglianza, alla precarietà e alle sanzioni politiche». «Il regime dei permessi, l’informalità tollerata e la riproduzione sociale esternalizzata costituiscono una tecnologia di controllo che gestisce la mobilità frammentando al contempo l’azione collettiva». Più della cooperazione internazionale a soffrire la crisi del lavoro sono stati i settori produttivi come agricoltura e costruzioni, ragiona. 

Le partenze dei palestinesi (e il blocco dei permessi dei lavoratori che ne è una delle concause) impattano anche le casse dell’Anp, spiega Quzmar. Secondo gli accordi di metà anni Novanta, l’autorità israeliana riscuote le imposte per conto dell’Anp e gliele versa mensilmente. La stragrande maggioranza di questo gettito – circa il 99% – deriva dalle imposte sulle merci destinate ai territori palestinesi (Iva, dazi e accise).

Il restante 1%, invece, deriva dalle trattenute sul reddito dei lavoratori palestinesi impiegati all’interno dei confini del 1948 dello Stato di Israele. Il divieto d’accesso in Israele quindi impatta su entrambi i fronti: meno gettito dalle buste paga e soprattutto meno gettito dalle imposte indirette, perché senza stipendi non ci possono essere nemmeno consumi.

Yaser Abou Kishk, 55 anni, ritratto nella sua abitazione nel campo profughi di Askar, Nablus. Ex elettricista presso un'azienda israeliana, Yaser è uno dei tanti lavoratori palestinesi rimasti improvvisamente disoccupati dopo il 7 ottobre, quando Israele ha bloccato l'impiego di manodopera proveniente dai territori occupati
Yaser Abou Kishk, 55 anni, ritratto nella sua abitazione nel campo profughi di Askar, Nablus. Ex elettricista presso un'azienda israeliana, Yaser è uno dei tanti lavoratori palestinesi rimasti improvvisamente disoccupati dopo il 7 ottobre, quando Israele ha bloccato l'impiego di manodopera proveniente dai territori occupati © Gianluca Cecere

Questo meccanismo, prosegue l’economista, ha permesso a Israele di sospendere o trattenere fondi a sua discrezione. Infatti, il governo israeliano ha sospeso il trasferimento delle tasse palestinesi più volte da quando questo sistema è stato ideato e ha anche detratto somme equivalenti ai sussidi versati dal governo palestinese alle famiglie dei prigionieri e delle vittime palestinesi. «Questo – conclude – significa soffocare l’Anp, che ormai da mesi non è in grado di pagare gli stipendi».

Dipendenza reciproca

A dare questa lettura non sono solo economisti palestinesi. Studiosi come Esteban Klor, professore di economia dell’Università ebraica di Gerusalemme e ricercatore dell’Institute for National Security Studies (Inss) ritengono che la presenza di canali di lavoro regolamentati non costituisca di per sé un rischio di sicurezza ingestibile.

Al contrario, un’interruzione drastica e prolungata dei permessi di lavoro, unita al tentativo di rimpiazzare interamente questa forza lavoro con immigrati da altri Paesi, rappresenta un aggravio per l’instabilità politica.

Anche Haggay Etkes, economista ed esperto di economia palestinese e dei mercati del lavoro legati a Israele, si è occupato di analizzare gli effetti dei permessi di lavoro, dei flussi di reddito dai lavoratori pendolari verso la Cisgiordania e della dipendenza reciproca tra i due mercati.

Le sue ricerche e le prese di posizione congiunte con altri accademici hanno evidenziato che tagliare fuori i lavoratori palestinesi da un lato strozza l’economia palestinese (che riceveva una quota vitale del proprio Pil dai salari percepiti in Israele), dall’altro crea colli di bottiglia cronici, inflazione e rincari record in settori chiave dell’economia israeliana come l’edilizia e l’agricoltura. 

Rivolgersi a manodopera straniera a basso costo per sostituire quella palestinese produce situazioni che IrpiMedia ha già raccontato più volte, in contesti diversi:

«La mia esperienza in Israele è molto diversa da quella che mi aspettavo – dichiara un lavoratore proveniente dall’India a Globes, giornale economico israeliano –. Spesso c’è un divario enorme tra ciò che era stato promesso e le condizioni reali».

Agenzie di intermediazione fittizie, abitazioni sovraffollate, totale assenza di dispositivi di sicurezza, omertà indotta dai ricatti dei lavoratori: lo sfruttamento lavorativo è poi sempre lo stesso.