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La missione delle marine militari europee Irini ha modificato i suoi obiettivi. Ora il suo focus è fermare la “flotta ombra” nel Mediterraneo. Documenti e fonti confidenziali rivelano cosa stia dietro questa cambio di priorità
Irini, “pace” in greco, è la missione congiunta delle marine militari dell’Unione europea nata nel 2020. Scopo iniziale: far applicare l’embargo sulle armi istituito dalle Nazioni Unite nei confronti della Libia, come previsto proprio dalle risoluzioni delle Nazioni Unite del 2011 e del 2016.
Onu e Ue avevano infatti l’obiettivo comune di pacificare il Paese e supportare la popolazione verso un processo di pace interna. La Libia era divisa tra l’ovest, riconosciuto dall’Onu come unico interlocutore legittimo nel 2016, e l’est, guidato dal generale Khalifa Haftar, all’epoca considerato un ribelle. Oggi la frammentazione resta, per quanto sia avviato un processo di avvicinamento tra le due fazioni. A cambiare sono stati gli interessi europei sulla Libia, sempre meno allineati.
In Breve
Nata nel 2020, Irini aveva il compito di pacificare la Libia, impedendo l’ingresso e l’uscita di armi dal Paese. Era la missione delle marine militari dell’Ue ma aveva un mandato Onu
Da maggio 2026 Irini perde questo mandato internazionale mantenendone uno “europeo”: contrastare la flotta ombra “russa”. Più che un allargamento dell’operatività si tratta di un cambio di priorità frutto delle divergenze europee
Fonti confidenziali illustrano quanto fosse difficile per il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite votare delle sanzioni contro i libici
La Grecia, in particolare, teme la capacità di Haftar di utilizzare i migranti come un’arma quindi non lo vuole indispettire. Arrivando anche a fare pressione per permettere il passaggio di armi in Cirenaica
Il nuovo mandato di Irini è così frutto del compromesso tra le agende dei Paesi membri
Con la migrazione ridotta dalle politiche di esternalizzazione, l’Ue usa Irini come strumento di compromesso per costringere i Paesi mediterranei refrattari (come Cipro e Grecia) ad agire contro la flotta ombra. Durerà la collaborazione?
Irini conserva il mandato delle Nazioni Unite fino a maggio 2026, quando Francia e Grecia rinunciano a chiederne il rinnovo in sede di Consiglio di sicurezza. Da quel momento la missione si concentra sempre più sugli interessi dell’Unione europea nel Mediterraneo, diventando il principale strumento europeo per il contrasto alla flotta ombra “russa” dopo l’introduzione delle sanzioni. Il focus della missione si sposta così dalla Libia – dove resta per la formazione della marina e della guardia costiera libica – alla sicurezza marittima europea.
Tre mesi prima, siamo a febbraio 2026, il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) – cioè il ministero degli Esteri Ue, l’istituzione a cui risponde la missione – in un documento di lavoro per il Consiglio dell’Unione europea aveva descritto Irini come una missione con un’operatività più ampia.
La fine del mandato internazionale a vantaggio di quello “europeo” per contrastare il contrabbando di petrolio è invece l’effetto della progressiva perdita dei Paesi dell’Ue per stabilizzare la Libia. Lo rivelano documenti confidenziali contenuti nei #MedSeaLeaks e tre analisti vicini a Irini che hanno preferito rimanere anonimi.
Veti incrociati
I tre Paesi che hanno un ruolo più importante dentro Irini – Francia, Grecia e Italia – hanno infatti perseguito agende politiche molto diverse. Italia e Francia – la prima più vicina alla Tripolitania, la seconda legata alla Cirenaica – durante gli ultimi sei anni avrebbero bloccato le sanzioni nei confronti di diversi soggetti indicati dal Panel di esperti Onu, per mantenere intatti i legami con le controparti libiche.
La Grecia, a sua volta, ha sempre temuto ripercussioni da parte di Khalifa Haftar, l’uomo al potere nella Cirenaica, l’area orientale della Libia antistante le coste di Creta. A complicare lo sforzo congiunto europeo, la presenza di attori internazionali come Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Pakistan, che negli anni hanno osteggiato le risoluzioni Onu e hanno spesso stretto accordi per l’invio di armi in Libia.
Questa difficoltà svela anche un altro fatto: l’impegno Ue per la stabilizzazione della Libia rispondeva a una politica di contenimento dei flussi migratori. Con la diminuzione degli arrivi, favorita dalle politiche di esternalizzazione, una Libia in pace e stabile è un obiettivo superato: è sufficiente finanziare le forze di frontiera libiche.
«Irini nasce già debole in un contesto pieno di contraddizioni – spiega il ricercatore in studi politici dell’Università la Sapienza Jacopo Scudero – e stupisce che sia anche durata così tanto».
L’allargamento del mandato al contrasto della flotta ombra “russa” e del contrabbando di petrolio, aggiunge, «sembrerebbe confermare una riconfigurazione dovuta al mancato raggiungimento degli obiettivi precedentemente fissati», e cioè l’embargo sulle armi, mentre «i contratti sulle armi firmati dal governo Haftar con Cina, Pakistan e Arabia Saudita negli ultimi anni sembrano sconfessare la politica estera europea nell’area», sostiene il ricercatore.
Una visione condivisa anche da un analista che ha lavorato diversi anni in Libia, per cui il contrasto alla flotta ombra “russa” combacia molto più con gli obiettivi di politica estera e securitaria di alcuni Stati membri come Francia e Grecia, entrambi più vicini alla Libia orientale di Haftar, che considerano «l’embargo sulle armi importante ma il contrasto al contrabbando di petrolio di più».
«Qualsiasi proposta di sanzione contro qualcuno proveniente dalla Libia orientale sarebbe stata bloccata dal veto della Francia. Viceversa, sulla Libia occidentale sarebbe stata l’Italia a porre il veto», racconta una fonte a conoscenza delle delibere europee non autorizzata a parlare con la stampa. Entrambi gli Stati membri si sarebbero opposti alla scelta di sanzionare persone o società libiche coinvolte nel traffico di armamenti pur di perseguire la propria politica estera: dal 2011 la Francia ha spostato i suoi interessi verso la Libia orientale, posizionandosi vicino alla famiglia Haftar.
Le aree sotto il controllo delle principali fazioni in Libia
L’Italia è legata da interessi energetici alla Libia dell’ovest, dove è basata la compagnia petrolifera di Stato, Noc, con cui Eni coopera da anni. «Si potevano solo individuare persone o entità su cui gli Stati avrebbero concordato a livello Onu, come ad esempio enti degli Emirati Arabi Uniti, ma non sarebbe stata una sanzione significativa per l’implementazione dell’embargo», prosegue.
Un documento riservato di cui IrpiMedia è entrata in possesso dimostra che numerose società indicate anche dal Panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia che hanno agito nel corso del 2019 in violazione dell’embargo non sono state sanzionate e agiscono tuttora indisturbate.
Estate 2025: dalla paura della Grecia alle pressioni su Irini
«Haftar controlla il flusso migratorio nei suoi territori e ha voluto far paura alla Grecia per spingerla a ripensare la sua posizione nel Mediterraneo» spiega un analista che chiede di parlare mantenendo l’anonimato. «E quando si ha solo paura si perde la capacità di reagire».
L’affermazione si basa su due eventi accaduti l’estate del 2025. Il primo: la Turchia – eterna rivale della Grecia nel Mediterraneo orientale, sempre più vicina a entrambi i governi libici – ha firmato un ultimo memorandum per fare rilievi geologici e geofisici in quattro blocchi offshore in acque antistanti la Cirenaica.
La Grecia ha concesso ugualmente licenze per esplorare i fondali a sud dell’isola, innescando la protesta di Libia e Turchia. Per tutta risposta, Haftar avrebbe permesso ai migranti di partire per Creta e la piccola isola a sud, Gavdos. Secondo ong come Refugee support aegean (Rsa), quell’anno sono arrivati sulle coste oltre 20mila migranti (di cui 3.600 solo a luglio); un aumento del 400% sull’anno prima.
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Il secondo evento riguarda direttamente Irini. A luglio 2025 la missione ha fermato la nave cargo Aya 1, sospettata di violare l’embargo: ispezionata al porto di Astakos, in Grecia, si è scoperto trasportava veicoli militari dagli Emirati Arabi Uniti, alleati di Haftar, a Bengasi, in Cirenaica.
Saputo dell’intercettazione, «il governo greco ha telefonato al governo di Tripoli (riconosciuto dalle Nazioni Unite, ndr) per chiedere di produrre un documento che certificasse il carico come destinato all’ovest». Questo lo avrebbe reso regolare.
«Il documento – aggiunge la fonte – è stato consegnato a Irini che pochi giorni dopo ha rilasciato il carico che alla fine è giunto nell’est libico, contravvenendo così l’embargo». Lo conferma una seconda fonte: «il documento dato a Irini dai libici è stato prodotto solo dopo che l’intercettazione era già avvenuta al solo scopo di far passare il carico».
Anche Bruxelles si sarebbe attivata per risolvere velocemente la questione. «Quando si ispeziona una nave con carico sospetto si attiva una serie di procedure che di fatto bloccano il porto in cui è ormeggiata», continua la fonte.
Pochi porti europei nel Mediterraneo avrebbero potuto ospitare un carico di operazioni elevato, «e in ogni caso l’organizzazione sarebbe stata un grattacapo politico per Bruxelles. Per questo dall’Ue è arrivata la chiamata a Irini chiedendo di rilasciare il carico».
Pressata da più fronti, Irini ha ceduto. I veicoli militari provenienti dalla Libia hanno permesso alle Rapid support forces (Rsf), forze alleate di Haftar nella guerra in Sudan, di prendersi il Nord Darfur alla fine del 2025.
Sei mesi dopo l’evento, nel documento riservato di #MedSeaLeaks che il Seae scrive per il Consiglio dell’Ue si legge che «il compito fondamentale di far rispettare l’embargo sulle armi è ora meno efficace a causa di limitazioni politiche e operative».
Contrastare il contrabbando
Tra i documenti dei #MedSeaLeaks che permettono di capire l’evoluzione di Irini c’è una bozza di una valutazione interna datata 2024 dove si legge che «sin dal suo avvio nel marzo 2020, Irini ha dovuto fare i conti con un’obiezione esplicita e ufficiale da parte dell’allora governo di accordo nazionale (il governo dell’ovest di base a Tripoli)». Il documento rivela che il governo di Tripoli sosteneva che l’operato di Irini avesse finito per favorire le forze di Haftar, tanto che i tentativi di coinvolgere i libici nell’operazione sono stati poi fallimentari.
Già all’epoca il contrasto al contrabbando di gasolio era una missione secondaria della missione, ma il documento di valutazione si spinge a chiedere un «allargamento del mandato» per la raccolta di informazioni sul contrabbando di petrolio. «Il valore aggiunto delle ispezioni – si legge – consentirebbe di ottenere un effetto deterrente credibile e, di conseguenza, di impedire il contrabbando su larga scala di carichi illegali sia verso la Libia che fuori dal Paese».
Ma il documento metteva in guardia su un punto in particolare. Nel presentare la proposta sull’autonomia delle ispezioni in alto mare occorreva «prestare attenzione affinché non offra l’occasione ai membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, piuttosto critici nei confronti dell’embargo sulle armi, di approfittarne per indebolire la base giuridica del compito principale». Timore che si è rivelato essere fondato.
Torniamo al documento relativo allo stato dell’arte di Irini del febbraio 2026 da cui siamo partiti. Gli autori del Seae scrivono che «il proprio ruolo (di Irini, ndr) nell’implementazione dell’embargo sulle armi si è ormai significativamente ridotto» a causa di una perdita di autonomia da parte degli Stati membri nell’operazione e un accentramento del controllo da parte del Consiglio di sicurezza. Sottolineano come il monitoraggio delle navi appartenenti alla flotta ombra russa e le informazioni raccolte consentano invece di ottenere risultati più evidenti e proteggere gli interessi europei nel Mediterraneo.
Dalla ricostruzione documentale emerge dunque che uno spostamento degli obiettivi legati alla pace in Libia verso la sicurezza marittima europea nel Mediterraneo fosse già nell’aria molto prima del mancato rinnovo Onu e avesse accompagnato la missione durante tutte le fasi operative. L’interesse per un maggiore coinvolgimento nel contrasto alla flotta ombra russa era già presente prima che questo nuovo compito venisse formalizzato. Resta da capire se si trattasse di una richiesta della stessa Irini o di un comando calato dall’alto.
Contattato da IrpiMedia, il Seae ha confermato che la missione è stata autorizzata a effettuare le ispezioni a bordo di imbarcazioni sospettate di appartenere alla flotta ombra russa, rimarcando al contempo che Irini «è la prova tangibile dell’impegno europeo nel supportare la stabilità e la pace in Libia, nel garantire la sicurezza marittima e promuovere la stabilità nel Mediterraneo». Ma è ancora così?
Una delle prime critiche è partita dall’Irlanda, vincolata alla missione di pace dal mandato Onu senza il quale è stata costretta a ritirarsi. «La decisione dimostra che la partecipazione dell’Irlanda è limitata dalle decisioni politiche di altri Stati, senza tener conto della nostra volontà nazionale – precisa un portavoce del ministero della Difesa irlandese – ma il nostro coinvolgimento non può essere soggetto a minacce o all’uso di veto da altri Paesi».
Il riferimento è al possibile veto che Turchia e Russia avrebbero potuto usare durante il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e al voto dello scorso maggio in cui Francia e Grecia hanno di fatto bloccato il rinnovo del mandato.
Paesi come l’Irlanda che avrebbero potuto continuare a partecipare alla missione con l’obiettivo di applicare l’embargo sulle armi non hanno potere di veto e si trovano così esclusi. Il mancato rinnovo, dunque, non amplia affatto le possibilità di intervento europeo: sul fronte dell’embargo, le restringe, sottraendo risorse proprio a questo scopo.
Più che garantire la pace, il passaggio riflette quindi il compromesso europeo su una strategia comune. E le prime conferme arrivano già nelle settimane successive.
Il 30 agosto 2026 Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, annuncia che una nave di Irini ha abbordato la petroliera Sun nel Mediterraneo. «Le vendite illegali di petrolio da parte delle navi della flotta ombra sono una linfa vitale fondamentale per la guerra della Russia in Ucraina, e continueremo a interromperle», scrive su X.
Illegal oil sales from shadow fleet ships are a critical lifeline for Russia’s war in Ukraine, and we’ll continue to cut them off.
The oil tanker MV SUN, suspected of sailing under false flag in breach of international maritime law, was boarded on 30 August in the Mediterranean… pic.twitter.com/6HNcOYNcdh
Mentre i Paesi che affacciano sul Mar Baltico riconoscono una priorità politica europea nel contrasto alla flotta ombra russa, gli Stati dell’Europa meridionale, soprattutto Grecia e Cipro, hanno sempre avuto un atteggiamento molto più morbido, per via della loro fiorente industria marittima. Così l’Unione europea ha usato Irini come strumento di compromesso per avere una forma di contrasto alla flotta ombra anche nel Mediterraneo.
Alla luce dei pregressi disallineamenti tra Paesi che ne fanno parte, il rischio è che anche questa nuova funzione incontri difficoltà, lasciando scoperti ancora una volta i problemi intrinseci della Libia. «Questo cambio di rotta verso il Mediterraneo ha favorito tutti – commenta la fonte che ha lavorato in Libia – anche gli stessi libici non sono contrari perché così hanno avuto la conferma che la missione europea non impedirà loro di continuare i propri traffici (di armi ndr)».
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