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Abdallah, sudanese, è una delle migliaia di vittime di questo scaricabarile. L’ultima espulsione lo porta in Niger, dove il numero di espulsi provenienti dai Paesi vicini è in aumento dal 2023
Abdallah, sudanese, è una delle migliaia di vittime di questo scaricabarile. L’ultima espulsione lo porta in Niger, dove il numero di espulsi provenienti dai Paesi vicini è in aumento dal 2023. Abdallah, dopo essere fuggito dalla guerra in Sudan, è arrivato prima in Libia e poi a Tunisi. Ma dalle coste del Mediterraneo, in meno di due mesi, si è ritrovato prima in Algeria e poi in Niger, a oltre tremila chilometri di distanza.
IrpiMedia, grazie alla collaborazione con ricercatrici e attivisti, ha ricostruito le ripetute espulsioni che ha subito. Insieme a decine di altre persone, Abdallah è infatti stato cacciato dalle autorità tunisine al confine con l’Algeria e poi, nuovamente, dalle forze di sicurezza algerine alla frontiera col Niger.
In Breve
I migranti sono ripetutamente espulsi lungo i confini terrestri di Tunisia, Libia, Algeria e Niger. La pratica viola i loro diritti ed è uno scaricabarile di responsabilità politiche che va avanti da anni
Secondo stime attendibili di ong il fenomeno è in crescita. La Tunisia nel 2024 ha espulso novemila persone verso l’Algeria. Le espulsioni dall’Algeria verso il Niger sono state circa 31mila lo scorso anno e 16mila in soli due mesi, tra aprile e maggio 2025
Abdallah, una delle migliaia di vittime del sistema delle espulsioni a catena, finisce nell’ingranaggio dopo essere stato sgomberato da un campo informale. La sua storia è stata ricostruita grazie ai messaggi che ha inviato all’ong Refugees in Liby
Nonostante sia titolare di un tesserino da richiedente asilo, Abdallah viene abbandonato dalle forze di sicurezza tunisine, insieme a circa 500 persone, in un’area vicino al confine con l’Algeria. In una settantina cercano, come Abdallah, di tornare verso Tunisi
Arrivati vicino alla capitale, i migranti vengono riportati in una zona sconosciuta, ancora vicino al confine Tunisia-Algeria. Questa volta Abdallah va in Algeria, dove vive prima in un campo di fortuna, poi viene fermato e detenuto
L’Algeria dal 2014 ha un accordo mai formalizzato per consegnare alle autorità del Niger i migranti di origine nigerina. Quelli di altre nazionalità vengono espulsi nel deserto in una zona chiamata point zero. È dove finisce Abdallah, che riesce poi a raggiungere le strutture per migranti di Agadez, in Niger
Nel 2024, con l’aumento delle espulsioni verso il Niger, è arrivata l’Alleanza del Maghreb, un’iniziativa dell’Algeria intrapresa con Libia e Tunisia che molti analisti leggono in chiave anti-marocchina. Punta anche a rafforzare il controllo delle frontiere
In molti casi (ma non in tutti), i migranti coinvolti in pratiche come queste sono persone che vorrebbero raggiungere i Paesi dell’Unione Europea, dove non potrebbero essere immediatamente respinte perché, sulla base del diritto Ue e internazionale, potrebbero fare domanda di protezione internazionale. Le espulsioni a catena, quindi, da un lato, contribuiscono a limitare gli arrivi sulle coste europee. Dall’altro, se analizzate più dal punto di vista politico, rivelano anche alcuni cambiamenti in corso negli equilibri di potere regionali, influenzati anche dalle politiche di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione europea.
«Dal 2023 si è registrato un aumento delle espulsioni a catena», ha scritto l’ong Alarm phone sahara, organizzazione di base in Niger attiva nelle aree di frontiere con Algeria e Libia. Un rapporto del 2024 delle due agenzie delle Nazioni Unite che si occupano di migranti – Unhcr e Iom – realizzato insieme al Mixed migration center, centro studi specializzato del Danish refugee council, conferma questo fenomeno parlando di «rischi di respingimento a catena per le persone con esigenze di protezione internazionale».
Abdallah, il cui nome è stato cambiato per tutelare la sua vera identità, è una di queste persone. E la sua storia comincia nel maggio 2024 a Tunisi, proprio a pochi passi dalle sedi delle due agenzie Onu.
Lo sgombero e l’espulsione dalla Tunisia
Nella notte tra il 2 e il 3 maggio 2024, un insediamento informale di persone che si trova a Tunisi di fronte alla sede dell’Unchr e a pochi centinaia di metri da quella dell’Iom viene sgomberato dalle forze di sicurezza tunisine, con violenza e senza alcun preavviso. Il campo era stato creato da migranti e richiedenti asilo, soprattutto di origine subsahariana, vittime del razzismo e della repressione crescenti nel Paese arabo.
Abdallah, che ci viveva da febbraio 2024, con il suo smartphone documenta l’accaduto. Il migrante sudanese a dicembre 2023 aveva ottenuto il tesserino di richiedente asilo rilasciato dall’Unhcr, documento che avrebbe dovuto garantirgli protezione nel Paese. Invece, dopo lo sgombero, viene arrestato insieme ad altre 500 persone circa e caricato su dei bus dalle forze di sicurezza tunisine. Il gruppo viene espulso nel deserto, in una zona vicina al confine con l’Algeria.
«Siamo stati portati in un luogo sconosciuto, dopo che la polizia ci ha insultati e perquisiti. Siamo stati tutti lasciati senza cibo né acqua, comprese donne e bambini», scrive in un messaggio a Refugees in Libya il 4 maggio 2024.
L’uomo, insieme a una settantina di altre persone, prova a tornare verso Tunisi: alcune persone (non è chiaro se cittadini comuni, funzionari pubblici o forze di sicurezza) impediscono loro di prendere un treno e, infine, si spostano a piedi, fino a che le forze di sicurezza tunisine li arrestano nuovamente, ad alcune decine di chilometri dalla capitale. Qui vengono accusati di ingresso illegale nel Paese e vengono condannati dal vicino tribunale di Tebourba a tre mesi di detenzione. La pena viene sospesa, il gruppo viene rilasciato, ma poi diviso in due. Senza che vengano fornite motivazioni, famiglie, donne e bambini vengono portati in un centro, mentre dodici giovani alla questura di Tunisi. Abdallah è tra questi ultimi.
Il 18 maggio, ancora una volta senza alcuna spiegazione da parte delle autorità, i giovani vengono caricati su due veicoli delle forze di sicurezza tunisine e vengono espulsi nuovamente, non lontano da dove erano già stati abbandonati in precedenza.
In una notte piovosa, si ritrovano in una zona di montagna dalla fitta vegetazione. «Quando ho guardato a destra, ho visto un cartello con la scritta “Confine algerino-tunisino”», ricorda Abdallah, che ha condiviso anche in questo caso la posizione Gps con Refugees in Libya.
Lo sgombero dell’insediamento in cui viveva Abdallah a Tunisi è un episodio noto e raccontato e la pratica di cui è stato vittima Abdallah è stata svelata dall’inchiesta Desert Dumps, che ne ha sottolineato la sistematicità e il coinvolgimento dell’Ue.
A essere nuova è la catena di ripetute espulsioni da un Paese all’altro che ha subito Abdallah. E che, dati e analisi più recenti, confermano essere una prassi diffusa.
L’insediamento informale dove viveva Abdallah a Tunisi viene sgomberato e lui espulso verso l’Algeria. Torna verso la capitale, a piedi, ma viene fermato ed espulso nuovamente verso il confine. Entra in Algeria, raggiungendo Tebessa. Anche qui, le forze di sicurezza lo arrestano, lo detengono per giorni e, infine, lo abbandonano alla frontiera col Niger, insieme anche a donne e bambini.
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Lo sgombero a Tunisi – maggio 2024
L’insediamento informale dove viveva Abdallah a Tunisi viene sgomberato.
Insieme ad altre persone, tra cui donne e bambini, viene espulso verso il confine con l’Algeria. Torna nelle vicinanze della capitale, a piedi, ma viene fermato nuovamente.
L’espulsione in Algeria – maggio/giugno 2024
Abdallah viene espulso nuovamente verso il confine tra Tunisia e Algeria e lo attraversa. Raggiunge la città algerina di Tebessa, ma poi si nasconde con altre persone sulle montagne vicine per sfuggire ai raid delle forze di sicurezza.
L’espulsione in Niger – giugno 2024
Abdallah viene arrestato dalle forze di sicurezza Algerine, viene detenuto in una struttura a Tebessa e poi in una a Tamanrasset, in pessime condizioni.
Quindi viene espulso alla frontiera col Niger insieme ad altre persone: donne, bambini, vittime di violenza.
Le proteste ad Agadez – ottobre 2024/settembre 2025
Il gruppo cammina per 40 chilometri nel deserto, sotto il sole, fino ad Assamakka.
Da qui, supera il confine Algeria-Niger e raggiunge autonomamente prima Arlit e poi Agadez.
Oggi, Abdallah vive nel centro umanitario di Agadez, gestito dal governo nigerino e Unhcr. Da settembre 2024, i richiedenti asilo e i rifugiati ospiti protestano contro le carenze della struttura e chiedono il reinsediamento in un altro Paese.
Le espulsioni nel 2024
Nel 2024, le espulsioni dalla Tunisia verso l’Algeria e dall’Algeria verso il Niger sono state oltre 40.000. I dati del 2025 sono al momento ancora parziali, ma fino a giugno se ne contano almeno 24.000. Cifre che dimostrano l’esistenza di un fenomeno sistemico, con decine di migliaia di storie simili a quella di Abdallah.
Dati: Omct, Alarm phone sahara, Infomigrants, Governo del Niger
Secondo l’Organizzazione mondiale contro la tortura (Omct), le autorità tunisine hanno espulso più di novemila persone al confine tra Tunisia e Algeria nel 2024 e almeno settemila a quello con la Libia. Quest’anno, i dati sono in crescita. «Si stima che oltre 12mila persone siano state deportate dalle autorità tunisine tra gennaio 2025 e aprile 2025. Oltre ottomila persone sarebbero state deportate verso l’Algeria, esponendole al rischio di un’ulteriore deportazione in Libia o il Niger», si legge in un rapporto pubblicato dall’organizzazione a inizio settembre.
In Paesi come Marocco e Mauritania, le espulsioni vanno avanti da molti anni. In Algeria, sono documentate da decenni, mentre in Tunisia sono un fenomeno più recente.
Prima del 2023, scrive il giornalista algerino Sofian Philip Naceur, «la stragrande maggioranza delle persone in movimento attraversava l’Algeria verso la Tunisia, sia in cerca di lavoro in Tunisia, sia in viaggio verso la Libia o l’Italia». Da quando le autorità tunisine hanno iniziato a organizzare raid regolari contro le persone in movimento nel 2023, continua Naceur, «anche le deportazioni di massa verso i confini con l’Algeria o la Libia sono state normalizzate».
Naceur ha curato per l’ong tunisina Fdtes il rapportoSuppression of movement (Repressione degli spostamenti, in italiano), nel quale spiega che «l’Algeria ha risposto a questa nuova realtà al suo confine nord-orientale aumentando la presenza delle forze di sicurezza e effettuando respingimenti, nonché deportazioni a catena, verso il Niger o la Libia».
Le due forme di espulsione dall’Algeria al Niger
Abdallah, insieme al gruppo di persone espulse con lui nel deserto, questa volta entra in Algeria. Si trova alle porte della città di Tebessa, nell’est del Paese, dove dice di aver trovato «molti dei miei amici che erano con noi in Tunisia e che erano in pessime condizioni di salute, a causa delle percosse e delle torture inflitte loro dalle forze di sicurezza tunisine». Anche loro erano stati espulsi.
Un paio di giorni dopo, Abdallah spiega che «la situazione qui è molto difficile e ci sono notizie di operazioni della polizia algerina oggi nella capitale. […] Arriveranno qui domani o dopodomani, operazioni di espulsione verso il Niger». Per questo, lui e suoi compagni si nascondono. Senza successo. Secondo quanto raccontato da Abdallah in seguito, infatti, le autorità algerine trovano i migranti in un campo di fortuna sulle montagne intorno a Tebessa e li arrestano.
L’analista Tasnim Abderrahim spiega che la «controversa pratica» delle espulsioni dall’Algeria è stata avviata a metà degli anni 2000. «Nel dicembre 2014, l’Algeria ha ampliato questo approccio grazie a un accordo non ufficiale con il Niger, consentendo il rimpatrio annuale di migliaia di migranti, la maggior parte dei quali provenienti dal Niger. […] Il processo di espulsione prevede tipicamente retate della polizia in città come Algeri e Orano, durante le quali i migranti vengono detenuti in strutture temporanee prima di essere trasferiti a Tamanrasset, nel sud del Paese. Da lì vengono rimpatriati tramite convogli militari in Niger», aggiunge in un articolo per l’European council on foreign relations.
Così oggi esistono due modalità di espulsioni verso il Niger: quelle che fanno seguito all’accordo ufficioso del dicembre 2014, valide principalmente per i cittadini del Niger, e quelle “non ufficiali”.
Nel primo caso le autorità dei due Paesi si accordano per la consegna direttamente ad Assamakka, una piccola cittadina desertica del Niger nei pressi del confine algerino. Nel secondo, tutte le persone di altre nazionalità vengono abbandonate al cosiddetto point zero. È un punto nel nulla, in pieno deserto, al confine tra i due Paesi, dal quale le persone espulse sono costrette a camminare per circa 15 chilometri, fino ad Assamakka. Proprio quel che è successo a Abdallah.
Dopo l’arresto, prosegue il giovane, ha trascorso undici giorni detenuto in una struttura a Tebessa e poi è stato trasferito in un’altra struttura nella zona di Tamanrasset, nel sud del Paese, a oltre 1.500 chilometri di distanza. La prima struttura era «sovraffollata», le condizioni erano «catastrofiche», il modo in cui le persone venivano trattate «pessimo».
«Quando venivano a distribuire il cibo, portavano con sé bastoni e dispositivi per le scosse elettriche. Un giorno, all’interno della sala scoppiò una rissa e furono utilizzati gas lacrimogeni contro donne e bambini», ricorda Abdallah. «A Tamanrasset – aggiunge – dopo aver sopportato l’inferno, sono iniziati i pestaggi, gli insulti e le maledizioni». Infine, è arrivata l’espulsione vera e propria.
Tra le otto e le nove di mattina, le persone sono state caricate su dei bus diretti a sud, quindi, sono state abbandonate senza acqua, cibo né assistenza al confine col Niger, lungo la strada che porta ad Assamakka. La zona è quella di point zero, anche se è difficile stabilire se Abdallah sia passato esattamente da lì. Donne, bambini e uomini vittime di violenze si ritrovano a camminare per chilometri nel caldo del deserto. A guidare il gruppo, alcune persone che conoscevano già il percorso: per loro, non si trattava della prima espulsione.
Secondo un documento di fine agosto agosto della Commissione europea, che cita come fonti l’Unchr e il servizio diplomatico dell’Ue (Eeas), «la situazione nel Sahel continua a essere caratterizzata da sfollati causati dai conflitti, espulsioni diffuse e rimpatri in condizioni avverse». Il documento conferma che le espulsioni dall’Algeria verso il Niger «continuano» e «colpiscono anche i rifugiati e i richiedenti asilo registrati».
Una nuova alleanza del Maghreb
Il percorso di Abdallah fa pensare a un’immagine che si usa spesso in Italia per commentare le politiche migratorie, quella dello “scaricabarile”. La cinica idea è che le persone in movimento siano un peso e che, quindi, ogni Stato provi a “scaricarle” a quello che lo precede lungo le diverse rotte.
Il concetto inizialmente si applicava tra Paesi europei ma, con le politiche di esternalizzazione delle frontiere Ue, ha coinvolto anche gli Stati mediterranei. Ora, questo schema è evidente anche tra gli stessi Paesi africani. Per questo, le espulsioni sono diventate in più occasioni causa di tensioni diplomatiche, tra Algeria e Niger o tra Tunisia e Libia, per esempio. Al tempo stesso, però, queste pratiche avvengono in un momento di maggiore collaborazione e coordinamento tra i Paesi del Maghreb, in particolare Algeria, Libia e Tunisia.
Nel corso di più interviste, Moctar Dan Yaye di Alarm phone sahara ha spiegato che l’ong, nel suo lavoro umanitario al confine tra Niger e Algeria, è dal febbraio 2023 che si imbatte «in persone che dicono di provenire dalla Tunisia». L’organizzazione ha raccolto sul suo sito numerose testimonianze simili a quella di Abdallah e, sulla base di quanto osserva, Yaye sostiene che «queste espulsioni a catena avvengono regolarmente dall’inizio del 2024».
Ed è proprio nell’aprile del 2024 che, a Tunisi, i capi di Stato dei tre Paesi (per la Libia c’era il presidente del Consiglio presidenziale della Libia Mohamed al-Menfi) si sono riuniti per il primo summit di una nuova Alleanza del Maghreb. Nel corso dell’iniziativa, che secondo diversi osservatori sarebbe promossa dall’Algeria in funzione anti-Marocco, i tre Paesi hanno deciso di «costituire gruppi di lavoro congiunti incaricati di coordinare gli sforzi volti a proteggere la sicurezza delle frontiere condivise dai pericoli e dai flussi migratori irregolari e da altre forme di criminalità organizzata».
«La migrazione è emersa come punto focale [del summit]», ha scritto ancora Abderrahim per Ecfr.
L’analista ha spiegato che i Paesi del Nord Africa hanno a lungo resistito ad approfondire la loro cooperazione, ma che il numero crescente di persone arrivate nella regione – e le crescenti tensioni sociali legate agli arrivi – li hanno spinti a cambiare posizione. «L’interesse dei leader per la migrazione non è stato forse una sorpresa», ha aggiunto, ricordando i «molti anni di colloqui, accordi e intese tra gli Stati nordafricani e le loro controparti europee».
Colloqui, accordi e intese che proseguono ancora oggi, in particolar modo con l’Italia. E, anzi, in alcuni casi, si sono intensificati.
«Il governo italiano si considera pioniere di un nuovo modello di relazioni con il Nord Africa», ha scritto l’analista Anthony Dworkin. Il nostro Paese ha svolto un ruolo centrale nelle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee in Libia e Tunisia e ora gode di ottimi rapporti anche con l’Algeria, con cui aveva discusso la materia migratoria già con i ministri dell’Interno Marco Minniti (2016-2018) e Luciana Lamorgese (2019-2022).
Il loro successore, l’attuale ministro Matteo Piantedosi, ha firmato proprio con l’Algeria un accordo in materia di sicurezza nel 2024, per «monitorare, prevenire e contrastare i trafficanti di esseri umani». Piantedosi ha incontrato ministri di Algeria, Libia e Tunisia in più occasioni: nel maggio 2024 al Viminale, a ottobre li ha invitati a un summit del G7 a guida italiana e, infine, li ha nuovamente visti a Napoli lo scorso aprile. «Dobbiamo continuare a lavorare insieme per intensificare i rimpatri volontari assistiti […] mantenendo salda la coesione di questo formato», ha dichiarato il ministro nel capoluogo campano.
I rimpatri volontari dai Paesi del Maghreb sono uno strumento controverso. Sono implementati dall’Iom, grazie a finanziamenti dell’Ue e degli stati membri. A determinate condizioni, possono essere utili. In altre situazioni, la loro reale volontarietà è messa in discussione dalle condizioni in cui i migranti si trovano. Il loro utilizzo nei paesi del Maghreb, però, è in costante crescita, anche in Algeria.
Dopo anni di collaborazione molto limitata con l’Ue in materia di politiche migratorie, infatti, «le autorità algerine hanno mostrato un rinnovato interesse per la cooperazione in materia di migrazione», in particolare per «i rimpatri volontari verso l’Africa subsahariana». Lo sostiene un documento del Consiglio dell’Ue datato luglio 2024 e ottenuto da Statewatch mentre un altro documento della Commissione parla di arrivare fino a «10mila rimpatri volontari all’anno dal Paese». Per quanto in aumento, però, si tratta di numeri limitati e, infatti, Algeria, Libia e Tunisia proseguono con raid ed espulsioni.
Tra aprile e l’inizio di giugno, le autorità nigerine hanno dichiarato che le persone espulse sul loro territorio dal Paese maghrebino sono state oltre 16mila. In pratica, in poco più di due mesi, è arrivata la metà delle persone espulse l’anno precedente. Nel 2024, erano state più di 31mila, l’anno prima circa 26mila.
Ultima fermata Agadez
Dopo essere arrivato ad Assamakka, Abdallah è riuscito a proseguire autonomamente prima verso la città di Arlit e poi fino ad Agadez, il principale centro del nord del Paese. Qui, a partire dall’ottobre 2024, ha trovato posto nel centro umanitario della città ma le sue condizioni di vita non sono migliorate.
La struttura, aperta nel 2018 e sostenuta da fondi europei e italiani, è gestita dal governo nigerino insieme ad Unhcr e altre organizzazioni partner. A metà settembre, ospitava circa duemila persone, molte provenienti proprio dal Sudan e da altri Paesi dell’Africa subsahariana. Sono rifugiati, ma soprattutto richiedenti asilo, che attendono che lo Stato nigerino dia una risposta alla loro domanda di protezione internazionale, a volte da anni. Secondo Infomigrants, la maggior parte di loro è arrivata dopo essere stata espulsa nel deserto dalle forze algerine.
La struttura, secondo Refugees in Libya, è un «campo di confinamento nel deserto». In una recente pubblicazione intitolata Book of shame, l’ong ha scritto che Unhcr «tiene i rifugiati in tende nel deserto per anni, senza soluzioni, pur rivendicando il linguaggio della protezione. Di fronte a questo, le persone hanno rifiutato il silenzio».
Qualche settimana prima che vi arrivasse anche Abdallah, infatti, al centro sono iniziate delle proteste, in corso ancora oggi. «Continueranno fino a quando le nostre semplici richieste non saranno soddisfatte. Non vogliamo restare qui, meritiamo di vivere come ogni essere umano», si legge in una lettera firmata dalle persone ospiti del centro. Chiedono condizioni di vita migliori e soprattutto di essere reinsediati in un altro Paese.
«Purtroppo, le opportunità di reinsediamento a livello globale sono estremamente limitate», risponde Fafa Olivier Attidzah, di Unhcr Niger, spiegando che l’organizzazione Onu continua «a sollecitare i governi ad ampliare i programmi di reinsediamento», ma «la domanda supera di gran lunga l’offerta di posti disponibili». Attidzah definisce la situazione al centro «difficile, soprattutto in un contesto di riduzione dei finanziamenti umanitari» e aggiunge che Unhcr sta continuando «a sensibilizzare i donatori per ottenere risorse aggiuntive».
Com’è il Niger dopo il colpo di Stato
Il governo nigerino ha risposto alle proteste con intimidazioni e arresti nei confronti degli organizzatori: alcuni sono stati espulsi, altri liberati, di altri ancora, a metà settembre, non si sapeva nulla dopo che sono state fermati a fine agosto. Del resto, già lo scorso gennaio, il ministro dell’Interno nigerino aveva dichiarato che le persone espulse dall’Algeria stavano «compromettendo la sicurezza del Niger» mentre lo scorso maggio il governo ha annunciato un piano di rimpatrio per quattromila migranti, insieme all’Iom.
C’è chi però nel proprio Paese non può tornare. Abdallah e tutte le persone provenienti dal Sudan, per esempio, a causa della guerra in corso.
Per loro, riprende Attidzah di Unhcr, «la soluzione più immediata e realistica è una maggiore inclusione nei sistemi nazionali del Niger – istruzione, servizi sanitari ed economia locale – ove possibile». «Ove possibile» è una precisazione quanto mai necessaria, in questo caso.
Il Niger è un Paese molto povero, al 188° posto su 193 nell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, che misura salute, tenore di vita e accesso alla conoscenza. Da anni, ospita molte persone in fuga e, secondo gli ultimi dati, ad oggi sono presenti oltre 430mila rifugiati, soprattutto da Mali e Nigeria, ma anche più di 460mila sfollati interni.
Negli ultimi anni, il Paese è stato anche uno dei più solidi alleati dell’Ue nell’applicare le politiche di esternalizzazione delle frontiere europee. Con progetti per 250 milioni di euro totali tra 2015 e 2020, è stato il principale beneficiario del Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione europea per l’Africa, nato proprio per limitare l’immigrazione irregolare.
La situazione, però, è drasticamente cambiata con il colpo di Stato del luglio 2023.
Uno dei primi provvedimenti della nuova giunta militare che ha preso il potere nella capitale Niamey è stata l’abrogazione della legge 36 del 2015 che criminalizzava il traffico illegale di migranti, interrompendo di fatto la cooperazione con l’Ue in questo ambito. E creando ripercussioni anche sui Paesi vicini. L’aumento dei flussi di persone dal Niger verso l’Algeria e la Libia potrebbe essere uno dei fattori che, per reazione, ha contribuito a far crescere le espulsioni da quegli stessi Paesi.
Così, oggi, tra i Paesi di transito dei migranti, il Niger è il più povero, quello che già ospitava il maggior numero di rifugiati e richiedenti asilo e quello che, finora, ha mostrato minore capacità di continuare il crudele schema dello scaricabarile a danno dei migranti. È il Paese che soffre di più le espulsioni a catena. E, con lui, tutte le persone che come Abdallah ne sono vittime.
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