IrpiMedia è un periodico indipendente di giornalismo di inchiesta.
Scriviamo inchieste basate sui fatti e in profondità.
Aiutaci a garantire un’informazione libera e di pubblico interesse.
Mozioni, risoluzioni, sentenze. In Europa migliaia di documenti denunciano l’Azerbaijan come regime liberticida. Eppure aumenta la dipendenza energetica da Baku, che intanto si rivolge politicamente a Russia e Cina
In Europa, esistono migliaia di pagine di risoluzioni, documenti e indagini promosse dalle istituzioni e dai singoli Stati membri dell’Unione che mettono nero su bianco le violazioni dei diritti umani commesse dalla famiglia Aliyev, al potere in Azerbaijan fin dall’epoca sovietica, dentro e fuori i confini del Paese. L’ultima risoluzione in ordine di tempo è del Parlamento europeo: approvata il 24 ottobre del 2024 a larghissima maggioranza (453 voti a favore, 31 contrari e 89 astensioni) denuncia, fra le altre cose, la repressione contro la società civile e i media, chiedendo il rilascio dei prigionieri politici azerbaigiani e armeni detenuti.
I documenti sono tanti, le mosse concrete nessuna. Senza dubbio, non è solo una questione di crimini commessi, ma anche di volontà politica e convenienza economica. Oggi l’Unione europea e l’Italia sono sempre più dipendenti per gas e petrolio azerbaigiano, principale fonte di introiti del regime. Politicamente, però, il “blocco occidentale” di Ue e Usa vede scemare la propria influenza nel Caucaso meridionale a causa della propria politica estera frammentata e incoerente.
In Breve
Diverse risoluzioni del Parlamento europeo denunciano la repressione e le violazioni dei diritti umani operate dal regime di Ilham Aliyev fuori e dentro dal Paese, senza che però ci siano conseguenze o siano applicate sanzioni, mentre cresce la dipendenza italiana ed europea dal gas e petrolio di Baku
A partire dal 2021, ovvero subito dopo la fine della seconda guerra del Karabakh, che ha visto Baku recuperare per intero questo territorio, una serie di iniziative giudiziarie sono state avviate tanto nella Corte internazionale di giustizia che nella Corte penale internazionale per denunciare i presunti crimini compiuti nei confronti della popolazione autoctona del Karabakh
Nel 2024 l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa decide di non ratificare le credenziali della delegazione parlamentare azerbaigiana, sospendendo di fatto una collaborazione avviata nel 2001, a causa del mancato rispetto dei diritti umani e della mancanza di libere elezioni
Il 16 gennaio 2025 è iniziato un processo contro gli ex parlamentari tedeschi Eduard Lintner e Axel Fischer, sospettati di aver ricevuto tangenti da Baku con il fine di influenzare le decisioni dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa
Qualcuno considera ancora l’Azerbaijan come uno dei principali partner della regione eppure ormai Baku sembra guardare altrove: a ottobre del 2024 ha fatto domanda per entrare nel Brics – il gruppo delle economie emergenti – con l’intento di rinsaldare la cooperazione anche sul piano energetico con Russia e Cina. E Mosca è il suo principale sponsor.
Le mosse (vane) degli organismi parlamentari europei
La risoluzione approvata dal Parlamento europeo in data 24 ottobre 2024 non era certo la prima. Già una del 25 aprile 2024 chiedeva il rilascio dei prigionieri politici, dichiarava la situazione dei diritti umani a Baku incompatibile con il Cop29, che ha visto l’Azerbaijan – che pur basa, con contraddizione evidente, la sua economia in modo preponderante sui combustibili fossili – nelle veste di Paese ospitante, e aveva chiesto di vincolare future partnership politiche e economiche alle questioni umanitarie, chiedendo sanzioni contro ufficiali azeri che abbiano commesso crimini.
È datata 13 marzo 2024 la risoluzione dell’Europarlamento che definisce «pulizia etnica» quella operata dal regime di Baku contro gli armeni del Karabakh per quanto avvenuto in seguito al conflitto del 2020. La risoluzione chiede un’amnistia per i prigionieri politici armeni e azerbaigiani e che siano rispettati tutti i diritti degli armeni del Karabakh, incluso quello al ritorno, condannando le incursioni azere in territorio armeno. Dato significativo, condanna la Commissione europea e il Consiglio d’Europa per essersi congratulati con Aliyev per la vittoria elettorale, denunciata come farsesca da molti osservatori internazionali. Esprime inoltre preoccupazione per i monumenti armeni del Karabakh e chiede un intervento dell’UNESCO, con un contributo europeo, per il «monitoraggio della distruzione sistematica del patrimonio culturale armeno».
Ancora una volta, nulla di significativo ne è seguito sul piano pratico e operativo.
Di «pulizia etnica» in Karabakh si parlava ancor prima, nella risoluzione del 5 ottobre 2023. Oltre al ritiro delle truppe azerbaigiane dal territorio sovrano dell’Armenia e alla cessazione di minacce di un’invasione territoriale, si chiedeva «una revisione completa delle relazioni dell’Ue con l’Azerbaijan, tenendo conto dei recenti sviluppi e del peggioramento della situazione dei diritti umani nel Paese», si legge nel documento. Si esprimeva poi preoccupazione per la crescente quota di gas russo importato dall’Azerbaijan anche in vista del fabbisogno energetico previsto dagli accordi con l’Unione europea.
Il gruppo dei Verdi/Alleanza Libera Europea ha parlato di Azerbaijan anche in una mozione che esprimeva sostegno all’invio di armi all’Ucraina, approvata il 19 settembre 2024. Gli europarlamentari hanno chiesto maggiore attenzione sulle sanzioni e hanno espresso preoccupazione per la triangolazione del gas tra Russia, Azerbaijan e Unione europea: «L’aumento delle importazioni di gas russo da parte dell’Azerbaijan – si legge – è fonte di preoccupazione per il ruolo dell’Azerbaijan come fornitore di gas alternativo alla Russia, poiché Baku, incapace di soddisfare la domanda europea, potrebbe rietichettare il gas russo come azero per il consumo europeo».
Se la mole di mozioni approvate dal 2021 in avanti aveva l’obiettivo di mettere pressione sugli Aliyev e i loro più stretti collaboratori, si può dire che la strategia abbia fallito. Nonostante qualcosa – seppur in scala assai ridotta – sia cambiata nella relazione tre istituzioni europee e Azerbaijan.
Il 24 gennaio 2024, infatti, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha deciso di non ratificare le credenziali della delegazione parlamentare dell’Azerbaijan con un voto di 76 membri a favore, dieci contrari e quattro astensioni, invocando come il Paese «non abbia rispettato i suoi principali impegni» derivanti dalla sua adesione al Consiglio nel 2001. Come si legge nel documento della risoluzione, «permangono gravissime preoccupazioni sulla capacità dell’Azerbaijan di condurre elezioni libere ed eque, sulla separazione dei poteri, sulla debolezza del potere legislativo rispetto a quello esecutivo, sull’indipendenza del potere giudiziario e sul rispetto dei diritti umani, come dimostrano numerose sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e pareri della Commissione di Venezia,» organo consultivo del Consiglio.
Così, dopo aver aderito al Consiglio d’Europa il 21 gennaio 2001, Baku si ritrova a veder sospesa la sua cooperazione con questo. L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa riunisce membri rappresentanti dai 46 Stati membri, che vanno quindi ben oltre i membri dell’Unione europea, ed ha varie funzioni, fra cui l’elezione del segretario generale, del Commissario per i diritti umani e dei giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo, oltre al monitoraggio delle elezioni nei vari Paesi. Attualmente, non è chiaro se e come proseguirà il rapporto tra Baku e il Consiglio d’Europa, che continua ad essere segnato dall’incertezza.
Nel mirino delle corti di giustizia internazionali
A partire dal 2021, ovvero alla fine della seconda guerra del Karabakh, i procedimenti nei confronti dell’Azerbaijan sono stati assunti da autorità giudiziarie, obbligando, sulla carta, l’Azerbaijan a ottemperare ad alcuni obblighi.
Ad esempio, nel novembre del 2023, i giudici della Corte internazionale di giustizia (CIG) – il principale organo di giustizia delle Nazioni Unite con sede a L’Aja, nei Paesi Bassi, il cui mandato è di risolvere controversie tra Stati, dispute territoriali e altre questioni di diritto internazionale – hanno ordinato all’Azerbaijan di far rientrare gli armeni fuggiti dal Nagorno-Karabakh a settembre e di tenere al sicuro gli armeni rimasti nell’enclave. Ordine che non è stato però eseguito.
Baku, dal canto suo, ha presentato un altro procedimento che accusa l’Armenia di discriminazioni e pulizia etnica durante e negli anni immediatamente successivi alla prima guerra del Karabakh, tra il 1992 e il 1994. Nonostante le eccezioni preliminari di entrambi gli Stati, alcune accolte (per esempio in merito alla giurisdizione temporale della Corte), la CIG alla fine ha deciso di procedere per tutti e due i casi.
Sempre nel 2024, un gruppo di difensori dei diritti con base in California si è rivolto anche alla Corte penale internazionale (CPI) – altro organismo del sistema giudiziario con sede a L’Aja in cui gli imputati sono però individui alla sbarra per genocidio, crimini contro l’umanità, di guerra e di aggressione – con una serie di denunce di crimini di guerra nei confronti del presidente Ilham Aliyev e di altri alti funzionari del Paese. La petizione ha trovato il supporto, fra l’altro, di Luis Moreno Ocampo, che per un decennio (2003-2012) è stato il primo procuratore capo della Corte.
Sempre a livello di procedimenti delle Nazione Unite, a maggio del 2024 il Comitato ONU contro la tortura ha pubblicato le conclusioni della sua indagine in cui esprime «preoccupazione per il perdurare della detenzione di 23 persone di origine etnica o nazionale armena per terrorismo e reati correlati» sottolineando la necessità di «garantire un ambiente che consenta ai difensori dei diritti umani e ai giornalisti di svolgere il loro lavoro, liberi da minacce, rappresaglie, violenze e altre forme di molestie». Nessuna conseguenza, anche in questa circostanza.
Una condanna ai danni dell’Azerbaijan è arrivata invece dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), l’organismo che si esprime in caso di denuncia di una presunta violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Un procedimento che ha avuto bisogno di anni per arrivare al verdetto: nel giugno del 2024, la CEDU ha stabilito che Baku ha violato la protezione della libertà di parola quando ha bloccato i siti web di diversi organi di informazione indipendenti nel 2017 e 2018. Nonostante uno Stato condannato abbia l’obbligo di porre rimedio alla sua condotta, la repressione verso i media continua a crescere costantemente tanto che il Paese è agli ultimi posti dei ranking internazionali sulla libertà di informazione.
Politici accusati di corruzione, in Ue e non solo
Il 16 gennaio 2025 è iniziato a Monaco di Baviera un processo contro gli ex parlamentari cristianodemocratici tedeschi (CDU/CSU) Eduard Lintner e Axel Fischer, sospettati di corruzione con il fine di influenzare le decisioni dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, l’organizzazione internazionale con sede a Strasburgo a cui spetta la promozione di diritti e democrazia tra gli Stati membri, a favore di Baku.
La vicenda ricalca in parte quanto era emerso con il caso di Luca Volontè, europarlamentare negli anni Dieci del Duemila. Volontè era uno dei nomi di spicco tra i politici che avrebbero ricevuto tangenti per avvantaggiare l’Azerbaijan attraverso il sistema della “Lavanderia dell’Azerbaijan” (Azerbaijani Laundromat il titolo dell’inchiesta di Occrp dedicata all’argomento nel 2017). Imputato a Milano per corruzione internazionale, il reato di cui era accusato è caduto in prescrizione nel 2022.
Casi, questi, che hanno contribuito a aumentare la trasparenza con l’introduzione per i parlamentari dell’obbligo di dichiarare i loro introiti. A livello nazionale, però, è difficile perseguire i reati commessi da un politico nel contesto del Consiglio d’Europa, commenta a IrpiMedia Frank Schwabe, membro del Bundestag e Commissario del governo federale per la libertà di religione e di credo, fra i politici più attivi in Germania e in Europa nel denunciare le violazioni dei diritti umani di Baku. L’iter giudiziario «potrebbe durare anni – prosegue – ma possiamo imparare molto da questi casi, vedere come le cose avvengono in concreto e mandare un segnale ad altri che vogliono fare lo stesso». Rispetto alle vicende di Lintner e Fischer, Schwabe sottolinea che «è il primo caso giudiziario su come un Paese straniero influenzi e paghi membri del Parlamento nazionale tedesco per influenzare la sua politica e per mettere a tacere questioni di diritti umani. Una cosa così non era mai avvenuta dalla fondazione della Repubblica Federale Tedesca, nel 1949».
Il problema delle presunte mazzette dall’Azerbaijan non coinvolge solo politici europei. Nel maggio 2024 Henry Cuellar, membro democratico del Congresso eletto in Texas, è stato indagato dal dipartimento di Giustizia americano per diversi capi d’imputazione di cui i più importanti sono corruzione e aver operato come agente straniero. Almeno tra dicembre del 2014 e novembre del 2021, Henry Cuellar e sua moglie Imelda avrebbero incassato in tutto circa 600mila dollari di tangenti da due società: «Una società petrolifera sotto il controllo e la proprietà del governo dell’Azerbaijan e una banca con sede a Città del Messico», si legge nel comunicato stampa del dipartimento di Giustizia.
Il caso era già emerso nel 2022, quando l’abitazione di Cuellar era stata perquisita dagli agenti dell’Fbi. In quel caso, The Interceptaveva raccontato come emergessero legami tra Cuellar e dei suoi collaboratori e Socar, la società petrolifera controllata dal governo degli Aliyev. Dall’inizio del caso, ci sono stati diversi patteggiamenti, compresi due stretti collaboratori di Cuellar. In precedenza, un lobbista turco aveva patteggiato la pena per l’accusa di aver ricevuto fondi da Socar per organizzare nel 2013 un viaggio di membri del Congresso americani al fine di favorire la società. Cuellar è tra i rappresentati del Congresso che nel settembre del 2013 promossero una risoluzione per sostenere il Corridoio meridionale del gas, un progetto chiave per le relazioni tra l’Azerbaijan e l’Europa.
Nel 2024 la rappresentante del Congresso del Nevada Dina Titus ha depositato una legge con la quale il dipartimento di Stato può introdurre sanzioni contro l’Azerbaijan, seguendo l’esempio del Magnitsky Act. Sanzioni che però al momento non sono state emesse.
«Ci si occupa di più della Russia»
«Il pericolo che rappresenta il governo di Baku è legato alla sua forte collaborazione con altre autocrazie, nello specifico Russia e Turchia – spiega a IrpiMedia Zhala Bayramova, avvocata specializzata in diritti LGBTQIA+ e figlia del prigioniero politico e difensore dei diritti umani Gubad Ibadoghlu –. Ci si occupa di più della Russia, che viene considerata un pericolo più immediato. Ma ci sono numerosi prigionieri politici, e anche giornalisti imprigionati in Azerbaijan, e il loro lavoro è importante e va protetto. Abbiamo bisogno di aiuto per liberarli».
Bayramova, come anche i suoi fratelli, è stata estremamente attiva negli ultimi anni, viaggiando in Europa e non solo, e tenendo conferenze per ridestare l’attenzione internazionale sul caso del padre e sulla repressione del dissenso operata dal regime azero. Il padre, Ibadoghlu, è diventato così uno dei simboli più noti di quanto avviene in un Paese tenuto spesso fuori dai riflettori e determinato a proseguire, nonostante tutto, nel suo percorso autocratico. Eppure fin dall’indipendenza, l’Azerbaijan pubblicamente spesso prende posizione su temi legati ai diritti umani. La questione pare quindi essere un terreno in cui Baku dimostra e esibisce la sua crescente influenza internazionale insieme con la sua forza.
Dopo la riconquista del Karabakh e l’espulsione della totalità della sua popolazione autoctona armena, sfruttando le divisioni geopolitiche cresciute con l’invasione russa su larga scala, Baku sembra puntare a ottenere uno status diplomatico più elevato, facendo crescere al contempo «una retorica anti-europea e anti-occidentale» (come si legge nella risoluzione del Parlamento europeo del 24 ottobre del 2024). Finora sul piano diplomatico Baku non sembra perdere influenza. Al contrario.
Hai informazioni su questa storia o su altri casi di abuso di potere?
Puoi inviarci documenti e segnalazioni in modo completamente sicuro e anonimo.
Nei terminali del gasdotto che porta gas dall’Azerbaijan all’Italia, sono state scoperte emissioni continue da sfiati che dovrebbero attivarsi solo in caso di emergenza. Un gruppo di attivisti locali ha cercato di misurare il problema
Gas e petrolio sono una ricchezza irrinunciabile, anche per l’Unione europea. Le conseguenze ambientali però sono pesanti. Viaggio a Sangachal e Balıqçılar, tra i lavoratori dell’industria fossile e i pescatori del Caspio
Margherita Capacci, Cecilia Fasciani, Sofia Turati
Repressione di ogni dissenso, operazioni militari nel Nagorno-Karabakh, standard climatici mai rispettati. Eppure Baku ospita la conferenza Onu sul clima. Il governo di Aliyev usa l’evento per fingersi democratico con la comunità internazionale
Margherita Capacci, Cecilia Fasciani, Sofia Turati
In Sicilia, una multinazionale vuole costruire quattro parchi solari nella valle del Belice. A volerli sono anche i proprietari dei terreni. Chi ha fatto incontrare le due parti è un uomo senza particolare esperienza nel settore
Per anni le compagnie fossili hanno spinto l’Ue a puntare sulla cattura e lo stoccaggio della CO₂. Ora che devono realizzarla, Exxon e le altre portano in tribunale l’Europa per non pagarne i costi
La raffineria di Haifa lo trasformava in carburante per i mezzi usati a Gaza. Le petroliere spegnevano il loro radar a chilometri di distanza dalle coste, per rendersi invisibili. Tra i trader più importanti c’è la società Petraco
Dal 1982 la "direttiva Seveso" serve a prevenire gli incidenti industriali. In Italia gli impianti sono circa un migliaio. Crisi climatica e transizione energetica sono le nuove sfide, ma servono risorse adeguate
Un rapporto accusa la piattaforma Outlier di attrarre collaboratori con false promesse di lavoro flessibile e ben retribuito. In realtà, l’azienda li sottopaga, li traccia e ne trasmette i dati a terze parti senza consenso
Sono indietro nei sondaggi o non hanno proprio espressione partitica. Ma esistono. Voci da partiti e movimenti che esprimono una diversa visione della società israeliana. E che non si accontentano di mandare a casa Bibi
Le spese dell’agenzia europea per le frontiere in questo campo sono in crescita vertiginosa. Sono cruciali per consentire le intercettazioni dei migranti da parte della guardia costiera libica. E potrebbero aumentare ancora
Ricevi ogni settimana
le ultime inchieste
nella tua casella e-mail
Inserisci i tuoi dati e non perderti le nostre novità. Nessuno spam, promesso.
Iscrivendoti i tuoi dati personali verranno trattati secondo le modalità riportate nella nostra informativa. Potrai disiscriverti in qualsiasi momento con l’apposito link presente nelle email.