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Per anni le compagnie fossili hanno spinto l’Ue a puntare sulla cattura e lo stoccaggio della CO₂. Ora che devono realizzarla, Exxon e le altre portano in tribunale l’Europa per non pagarne i costi
Mentre ondate di calore senza precedenti soffocavano l’Europa, a luglio 2026 la compagnia fossile ExxonMobil ha avviato una causa arbitrale internazionale (Isds) contro la Commissione europea, sostenendo che gli obblighi di stoccaggio della CO₂ previsti dal Net Zero Industry Act (Nzia) fossero troppo onerosi. In sostanza, Exxon accusa la Commissione europea di aver imposto obblighi ambientali che minano gli interessi industriali dell’azienda.
La cattura e stoccaggio della CO₂ , conosciuta con l’acronimo Ccs, è una delle ricette tecnocratiche per la riduzione delle emissioni climalteranti, che consiste nel “catturare” l’anidride carbonica appena prodotta da impianti industriali prima che si liberi nell’atmosfera per poi iniettarla nel sottosuolo.
La notizia nasconde un paradosso che mina (ulteriormente) la credibilità delle industrie fossili. Come raccontato anche da IrpiMedia, per anni le aziende petrolifere hanno spinto per ottenere impegni ambiziosi da parte dell’Ue su tecnologie come la cattura della CO₂ . Una volta che l’Europa ha trasformato quegli obiettivi in obblighi vincolanti, le multinazionali si sono rese conto di non riuscire a rispettare gli impegni, o di non volerli rispettare.
In Breve
A luglio 2026 ExxonMobil ha fatto causa alla Commissione europea contro gli obblighi di stoccaggio di CO₂ del Net Zero Industry Act dopo anni passati a chiedere all'Ue di puntare sulla cattura del carbonio
Per il Ciel (Center for International Environmental Law) il messaggio di Exxon è chiaro: o sussidi pubblici per tecnologie che non funzionano, o risarcimenti per vie legali. In ogni caso non sarà l’azienda a pagarne il conto
Secondo l’Agenzia Internazionale per l’energia, la capacità operativa di Ccs in Europa è poco più di 3,2 mtpa contro un obbligo di 50 mtpa al 2030. Le compagnie fossili sono già in ritardo
Entro fine 2026 la Commissione europea dovrebbe proporre una nuova normativa sul trasporto della CO₂. Cause come queste rischiano di tradursi in nuovi fondi pubblici e procedure di autorizzazione semplificate per i progetti di Ccs
A ottobre 2022, solo cinque mesi prima del Nzia, l’Associazione Internazionale dei Produttori di Petrolio e Gas (Iogp), di cui Exxon fa parte, sollecitava un obiettivo europeo di stoccaggio ben più alto di quello poi stabilito dalla Commissione: tra le 500 e le 1.000 milioni di tonnellate all’anno (mtpa) entro il 2050 e obiettivi intermedi per il 2035 di almeno 80 mtpa, descrivendo lo stoccaggio dell’anidride carbonica come un settore di «know-how tecnico e operativo» in cui i propri membri vantano un vantaggio. Il Nzia alla fine è stato approvato con un obiettivo al ribasso, 50 milioni di tonnellate di CO₂ stoccate all’anno entro il 2030, distribuendo quote obbligatorie di CO₂ tra le aziende.
Exxon stessa, in un post su LinkedIn pubblicato poche settimane prima della causa, definiva la cattura e lo stoccaggio della CO₂ «una tecnologia fondamentale» per la riduzione delle emissioni, rivendicando di aver catturato 120 milioni di tonnellate di CO₂ a livello globale, «più di ogni altra azienda al mondo», salvo poi affermare, nello stesso post, che il target di 50 mtpa entro il 2030 è «non raggiungibile», dati i tempi lunghi sui permessi e la maturità dei progetti.
Come si può verificare nelle consultazioni pubbliche sul Nzia, sia Iogp ed Exxon sostenevano il principio della Ccs come tecnologia necessaria per il clima ma a condizione che ricevesse sussidi pubblici garantiti, finanziamento anticipato, un meccanismo che trasferisca il rischio finanziario dalle aziende allo Stato, e la possibilità di rinviare l’obbligo se le condizioni commerciali non sono pronte.
Il messaggio che manda Exxon è chiaro «finanziateci attraverso sussidi per progetti che non funzionano da decenni e che potrebbero non concretizzarsi mai, oppure risarciteci tramite arbitrato per averci obbligato a implementare una tecnologia fallimentare che abbiamo cercato di spacciare come soluzione. In entrambi i casi, il conto non lo paghiamo noi», spiega Nikki Reisch, direttore clima ed energia presso il Center for International Environmental Law (Ciel), un centro che si occupa di promuovere azioni per il clima attraverso il diritto.
In sostanza, la Ccs è una tecnologia chiave solo se finanziata con i fondi pubblici, e anche in quel caso non è detto che funzioni.
Dall’approvazione del Nzia a oggi, 12 produttori di petrolio e gas hanno presentato 15 ricorsi davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) contestando l’assegnazione della loro quota obbligatoria di stoccaggio, registra l’analisi di due ricercatori del Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment.
Per gli analisti le cause dimostrano «il divario tra il sostegno dichiarato dal settore energetico agli obiettivi di zero emissioni nette e la sua resistenza agli obblighi che tali obiettivi comportano nella pratica».
Secondo il direttore del Ciel «il fatto che Exxon possa minacciare il ricorso a un arbitrato dai costi elevati — a prescindere dal fatto che vi dia poi seguito — scoraggia l’azione politica e antepone gli interessi delle grandi imprese alla democrazia».
Questo perché contesta l’interesse pubblico di fronte a tribunali privati anziché di fronte a tribunali nazionali ed europei come tutti gli altri cittadini, concede uno “strappo alla regola” che mette i profitti aziendali al di sopra delle istituzioni.
Tutti i ritardi della Ccs
Attualmente, la capacità operativa dei progetti europei è di 3,2 mtpa, come riporta l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), circa 46 mtpa in meno rispetto ai target obbligatori europei.
Secondo un’analisi di giugno 2026 dell’Istituto per l’economia energetica e l’analisi finanziaria (Ieefa), il numero di annunci relativi a nuovi progetti di cattura e stoccaggio del carbonio in Europa ha subito un forte calo negli ultimi tre anni, dimostrando ancora la difficoltà economica e tecnica che i progetti devono affrontare nella fase finale di investimento.
Dagli ultimi dati accessibili dell’Iea (febbraio 2026), dal 2021 a oggi, dei 100 progetti Ccs annunciati in Europa nel 2021, nessuno è operativo, 19 sono stati cancellati e solo 6 sono in fase di costruzione a distanza di cinque anni. I restanti 75 progetti sono nella fase di «pianificazione».
I progetti sopravvissuti procedono più lentamente di quanto annunciato, come suggeriscono i dati dei report annuali prodotti dal Global Ccs Institute. Il progetto norvegese Polaris, con stoccaggio nel Mar di Barents, prevedeva l’avvio delle operazioni nel 2025 ma la data di operatività è slittata al 2028.
Il progetto greco Prinos, parte del piano per la Ccs nel Mediterraneo sviluppato da Francia, Italia e Grecia sarebbe dovuto entrare in funzione nei primi mesi del 2026, ma l’inizio delle operazioni è stato rimandato al 2029.
La Ccs in Italia
Tra le compagnie fossili obbligate dal target Nzia c’è anche Eni, che insieme a Snam sta provando a sviluppare un hub della ccs tra Ravenna e Ferrara, già raccontato su IrpiMedia.
Dall’infrastruttura e dal sito di stoccaggio di Eni e Snam dipendono tre progetti di cattura della Co₂ in Italia, tutti e tre in parte già finanziati dalla Commissione europea per un totale di 280 milioni attraverso il fondo per l’Innovazione. Secondo quanto dichiarato dall’azienda italiana, il costo dell’intero progetto comprensivo di cattura, trasporto e stoccaggio ammonta a 4,5 miliardi.
Come evidenzia Filippo Garelli, ricercatore in diritto internazionale e policy advisor per l’ong A Sud, se da un lato l’Ue impone l’obbligo di creare capacità di stoccaggio, dall’altro resta un profilo di ambiguità su chi debba effettivamente sostenere i costi per realizzarla.
Il cuore della vicenda tocca il principio “chi inquina paga”: la legge impone ai produttori di combustibili fossili l’obbligo di mettere a disposizione capacità di stoccaggio, ma lascia incerto se e in che misura debbano incaricarsi del peso finanziario di queste infrastrutture.
E in questo vuoto normativo si inserisce l’azione legale di Exxon, le cui conseguenze rischiano di condizionare le future decisioni dell’Ue. Entro la fine del 2026, la Commissione europea dovrebbe infatti proporre una nuova normativa sul trasporto della Co2.
Per il Center for International Environmental Law (Ciel), la pressione e le minacce di arbitrato da parte delle multinazionali rischiano di tradursi in ulteriori finanziamenti pubblici e in procedure di autorizzazione semplificate.
«Eppure la Ccs è una tecnologia che si è dimostrata fallimentare, e le stesse aziende stanno facendo marcia indietro sugli investimenti in questo settore», chiosa Rachel Kennerley, campaigner del Ciel. «Un buon affare per Exxon ma pessimo per tutti gli altri».
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