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Antonino Vadalà, imprenditore italiano in Slovacchia, è stato condannato per narcotraffico. Era diventato ricco grazie ai fondi Ue per l’agricoltura ed era legato con l’ufficio del primo ministro slovacco, oggi di nuovo al potere. Tutto cambia per non cambiare
È da un anno in carcere a Reggio Calabria, Antonino Vadalà, ma a saperlo sono solo i parenti stretti. Niente notizie sui giornali, e nell’est della Slovacchia, dove viveva, qualcuno ha notato la sua mancanza soltanto da qualche mese. In Italia è un nome sconosciuto ai più, uno dei tanti condannati per traffico di droga. In Slovacchia, però, aveva fatto tremare il governo.
Nel 2018 era finito su tutti i giornali per uno scandalo che riguardava direttamente il primo ministro del Paese, Robert Fico. In comune avevano una donna. Socia d’affari di Vadalà, assistente di Fico. Un legame che suggeriva come la struttura di potere della Slovacchia sembrava essersi resa permeabile alla criminalità organizzata italiana, quella imprenditrice, quella che sposta voti. Quella che si è arricchita con i fondi europei per l’agricoltura.
In Breve
La sentenza che ha portato Antonino Vadalà in carcere è definitiva dall’ottobre 2024. In Italia il suo nome è quello di uno dei tanti condannati per traffico di droga. In Slovacchia, invece, è quello di un influente imprenditore che ha fatto tremare il governo di Robert Fico
Nelle praterie dell’est slovacco, Vadalà è diventato ricco insieme a Diego Rodà, un altro imprenditore italiano del quale ha sposato una figlia. Entrambi allevano bovini e, tra il 2004 e il 2018, le loro aziende hanno ottenuto 67 milioni di fondi europei per l’agricoltura
Nel 2013, proprio per sospette frodi all’Unione europea, le forze dell’ordine slovacche avevano chiesto a quelle italiane informazioni su Vadalà. La risposta era stata che, quando tornava in Calabria, l’imprenditore frequentava esponenti di spicco delle ’ndrine locali
Nel febbraio 2018, il giornalista slovacco Jan Kuciak è stato ucciso. Stava scrivendo un’inchiesta su Diego Rodà e Antonino Vadalà. I due sono stati arrestati, ma rilasciati 48 ore dopo e mai più sospettati dell’omicidio. Pochi giorni dopo il fermo di Rodà e Vadalà, però, un loro parente spiegava a un trafficante di droga a Roma che gli arresti in Slovacchia avevano fermato un importante flusso di cocaina destinato alla capitale
Negli anni successivi, durante il processo che lo porterà in prigione, Vadalà è stato scarcerato ed è tornato in Slovacchia. Qui, ha scoperto IrpiMedia, ha incontrato due imprenditori che hanno avviato attività commerciali in quelle stesse praterie. Entrambi sono collegati alla ‘Ndrangheta
Il centro di giornalismo d’inchiesta slovacco in memoria di Jan Kuciak, Icjk, e IrpiMedia, hanno continuato l’inchiesta interrotta di Kuciak, anche grazie ai dati contenuti nella Kočner Library, un database che contiene il fascicolo d’indagine sull’omicidio e su altri casi criminali nel Paese, passato ai giornalisti da una fonte anonima
A distanza di sette anni da quello scandalo, in modo assolutamente gattopardesco, tutto è cambiato per non cambiare.IrpiMedia e il centro di giornalismo d’inchiesta slovacco Investigative Center of Jan Kuciak (Icjk), hanno scoperto che altri due imprenditori, collegati alla ‘Ndrangheta e in contatto con Vadalà in Slovacchia,hanno avviato nuove attività commerciali proprio tra le praterie al confine con l’Ucraina. Ed entrambi sono finiti in indagini sul riciclaggio della ‘Ndrangheta.
A pensare che Antonino Vadalà non fosse un semplice imprenditore di successo era stato il giornalista slovacco Jan Kuciak. Aveva notato le sovvenzioni di fondi europei ottenute dalle sue aziende, le importanti amicizie politiche, la connessione con l’ufficio di gabinetto del premier Fico, ma anche le frequentazioni nel mondo di sotto, quello della criminalità organizzata. Non aveva però fatto in tempo a scoprireche Vadalà era anche un trafficante di droga. Il giornalista infatti è stato ucciso il 21 febbraio 2018, in un omicidio per cui è a processo l’imprenditore slovacco Marian Kočner.
Nel marzo 2018 Antonino Vadalà è stato arrestato e, pochi mesi dopo, estradato dalla Slovacchia all’Italia. Qui, è stato per quattro anni in carcere a Torino, accusato di aver trafficato cocaina con un’organizzazione criminale vicina alla ‘Ndrangheta. Dopo la condanna in primo grado, la Cassazione aveva ordinato di rifare il processo e scarcerare gli imputati. Da Bova Marina, sua cittadina d’origine sulla costa ionica calabrese, Vadalà era tornato in Slovacchia. Nell’estate del 2022 era stato nuovamente avvistato nell’est del Paese, dove aveva costruito il suo feudo di aziende agricole e di commercio, insieme ad alcuni parenti. Poi, a ottobre 2024, la nuova condanna è stata confermata e Vadalà è tornato in carcere.
Oggi, però, a indagare sulla criminalità organizzata transnazionale in Slovacchia non è rimasto quasi nessuno. Da quando, a fine ottobre 2023, Robert Fico è tornato al potere – il primo ministro era stato costretto a dimettersi nel 2018 dopo l’omicidio Kuciak – ha praticamente demolito le strutture antimafia della Slovacchia.
«Ha smantellato la Procura antimafia che era stata costituita dopo l’uccisione del giornalista, mandando i magistrati a occuparsi di piccole questioni amministrative, e cambiando molti dei vertici della polizia inquirente. L’epurazione ha riguardato anche l’anticorruzione, rendendo la Slovacchia un bengodi per la criminalità organizzata», spiega a IrpiMedia una fonte investigativa che deve restare anonima.
Lo ha sostenuto anche la procuratrice capo europea, Laura Kövesi, in un recente intervento al parlamento slovacco: «Non c’è modo di edulcorare la realtà: la Slovacchia è diventata un importante punto di transito per i flussi di denaro provenienti da attività criminali. Un Paese importante per i criminali, che investono i proventi delle frodi sull’Iva neltraffico di droga, nella tratta di esseri umani, nel traffico di armi».
Dentro lo Stato
A marzo del 2014 Antonino Vadalà stava seguendo lo spoglio delle elezioni presidenziali in Slovacchia, in cui Fico era in corsa, e in una conversazione privata affermava: «Speriamo (che vinca, ndr) il mio amico». Se Fico avesse vinto, avrebbe lasciato l’ufficio da premier e sarebbe diventato presidente della Slovacchia.
La Direzione distrettuale antimafia di Palermo aveva anche intercettato un dialogo diretto tra Robert Fico e Antonino Vadalà. Quando, nel 2019, IrpiMedia ne aveva dato notizia, il premier slovacco aveva negato di aver mai parlato al telefono con l’imprenditore italiano. Fico, raggiunto nuovamente da Icjk, non ha risposto.
Che Vadalà sia stato molto vicino ai vertici del partito di Fico, Smer, è un fatto noto. Tra questi, il principale contatto era Viliam Jasan, parlamentare di Smer e poi segretario del Consiglio di sicurezza della repubblica Slovacca nel governo Fico, ritenuto da Jan Kuciak una delle coperture istituzionali di Vadalà nel Paese. Vadalà è stato anche socio d’affari di una donna, Maria Troskova, che è stata assistente parlamentare di Jasan prima e di Fico poi.
Secondo lo stesso Vadalà, Troskova era diventata assistente di Fico grazie a lui, che l’aveva messa lì tramite “Vilo”, nomignolo di Jasan. La dichiarazione emerge in una chat tra Vadalà e Troskova contenuta nel fascicolo d’indagine della procura slovacca sull’omicidio Kuciak, consegnato ai giornalisti di Occrp da una fonte anonima. Il database, noto come Kočner Library e gestito da Icjk, contiene anche altre indagini sulla criminalità nel Paese.
Dal database emerge il profilo di Vadalà come imprenditore instancabile, sempre in cerca di nuovi contatti e nuovi business. Nel 2017 aveva mandato addirittura una candidatura ai servizi segreti italiani.
«Il fenomeno di persone contigue alla ’Ndrangheta che si candidano per i servizi è noto. Possiedono informazioni chiave sul potere corrotto, e in cambio ricevono protezione», ha spiegato a IrpiMedia un procuratore antimafia che ha indagato su Vadalà in passato. Vadalà sembra essersi mosso anche dietro le quinte delle elezioni regionali di Košice, l’area dove ricadevano i suoi affari. A luglio 2017 infatti era in contatto con una donna capace di portare centinaia di voti, che si rivolgeva a lui chiamandolo «boss», capo. «Per ora abbiamo 600 (voti, ndr) confermati, ma abbiamo appena iniziato!».
Beša caput mundi
Il villaggio di Beša si trova a una cinquantina di chilometri dal confine con l’Ucraina, nella regione di Košice, Slovacchia orientale. Un grappolo di case circondate da campi, in cui vive qualche centinaio di persone.
All’inizio del 2025 si era diffusa sui media locali la notizia che Antonino Vadalà fosse tornato ad allevare tori proprio a Beša. In realtà, Vadalà era già in carcere a Reggio Calabria. A Beša si trova un’ex cooperativa agricola derelitta, che Vadalà aveva iniziato a ristrutturare nel 2017. Oggi a condurre lì gli allevamenti è un suo cugino che affitta le stalle della cooperativa tramite la società Prodest (in passato del politico Viliam Jasan).
Per anni, il cugino di Vadalà è stato il suo braccio destro nella gestione delle fattorie. Originario anche lui di Bova Marina, è figlio di un processato per mafia ritenuto fino al 2007 «mastro di giornata» della cosca Vadalà-Talia, cioè colui che trova nuovi affiliati ed è responsabile del coordinamento delle attività criminali locali.
Nel piccolo villaggio di Beša la concentrazione di imprenditori italiani è curiosamente alta. È infatti sempre qui che a inizio 2024 l’imprenditore Michelangelo Rodi ha avviato un’impresa di trasporto merci, la Miro Car. A febbraio 2025 la procura di Brescia ha svelato un giro di fatture false da 250 milioni di euro: tra gli indagati, c’è anche Rodi. Secondo le intercettazioni, riportate dalla stampa, a gestire il giro ci sarebbe stato «il capo della ’Ndrangheta nella zona di Brescia».
L’azienda di Rodi è registrata presso una casa di Beša dove si intrecciano relazioni societarie che portano fino a Vadalà. L’abitazione ha un tetto nuovo, ma il resto versa nell’abbandono. La vernice si è scrostata dalla recinzione arrugginita. Le erbacce hanno infestato il cortile. La casa è di una donna slovacca – candidata alle stesse elezioni regionali per cui Vadalà si era dato da fare – che è stata manager di Miro Car e che, nel periodo in cui Vadalà è tornato in Slovacchia, ha registrato presso l’abitazione altre due aziende.
Ma c’è un collegamento più diretto tra lei e Vadalà. Da uno scambio di informazioni tra le autorità antimafia slovacche e italiane, finora rimasto inedito, emerge che, ad agosto e a ottobre 2018, la donna abbia fatto visita a Vadalà in carcere a Torino.
I vicini della casa di Beša non hanno però mai sentito il nome di Rodi né di Vadalà. Riconoscono quest’ultimo quando i giornalisti mostrano loro una sua fotografia. Aveva chiesto se fossero disposti a vendergli casa e terreno, «voleva unire i due cortili e avere un parcheggio per camion», raccontano. «Provate ad andare alla fattoria all’ingresso del villaggio, è lì che abbiamo parlato con lui della vendita della casa», consigliano. Stanno parlando della vecchia cooperativa dove il cugino di Vadalà alleva bestiame.
La strada su cui si affaccia la fattoria è fangosa, costeggia una recinzione dietro la quale pascolano tori e capre. Delle stalle restano le pareti fatiscenti e le travi del tetto. Nella parte posteriore, l’unica ristrutturata, una piccola ruspa è al lavoro. L’operatore si ferma.
«E chi sarebbe questo?», chiede quando sente il nome Rodi. Poi aggiunge che gli suona familiare, ma che non ha nulla a che fare con la fattoria. L’uomo, dietro il cancello chiuso, rimanda al numero di telefono del proprietario.
A metà frase, viene interrotto da una chiamata. Dall’altra parte della cornetta una voce agitata di donna. Vuole sapere chi si trova nella fattoria e perché. Deve avere notato i giornalisti dalla telecamera di sicurezza montata sopra al cancello. «Dovete andarvene», dice in tono perentorio. Non è stato possibile raggiungere Rodi per un commento. La donna che ha incontrato Vadalà in carcere ha preferito non commentare.
Quell’incontro a Košice
IrpiMedia e Icjk hanno appreso che, a metà marzo 2023, Rodi e Vadalà si sarebbero incontrati presso un hotel di Košice. Con loro, oltre al cugino allevatore di Vadalà, ci sarebbe stato un altro imprenditore: Vincenzo D’Amico.
Anche D’Amico è finito in un’indagine sulla ’Ndrangheta. Nel 2020, è stato assolto dall’accusa di associazione mafiosa ma condannato per avere aiutato la ’ndrina Gagliostro-Parrello di Palmi a riciclare denaro tramite attività commerciali. Il processo d’appello è in corso.
Due anni dopo la condanna di primo grado, D’Amico ha aperto una società di commercio in Slovacchia, la S.c. Perlight.Sk, a Trebišov, mezz’ora da Beša, una delle zone dove Vadalà aveva fatto affari con l’allevamento.
La società di D’Amico non ha registrato alcuna attività significativa, dichiarando ricavi pari a zero nel 2023. Stando ai dati commerciali però, a luglio 2022 Perlight ha ricevuto dal porto di Guayaquil, in Ecuador, un carico di 22mila chili di banane, con arrivo al porto di Rotterdam, nei Paesi Bassi. Il fornitore era Makergrammy, un’azienda ecuadoriana i cui container, almeno in un caso, sono stati contaminati da cocaina.
Il 10 maggio 2021 al porto di Amburgo ne sono stati sequestrati 51 chili, nascosti nel doppiofondo di un container di banane spedite a un’azienda tedesca. D’amico, raggiunto tramite il suo legale, non ha commentato.
Fondi europei come fondamenta
Per oltre un decennio Antonino Vadalà e i suoi parenti più stretti sono stati in rapporti con un’altra famiglia, i Rodà, presenti in Slovacchia già dagli anni ’80 ma originari di Condofuri, accanto a Bova Marina. Vadalà si è stabilito in Slovacchia a inizio anni Duemila, accolto dal capostipite Diego Rodà che gli ha offerto un lavoro come allevatore. Dal 2008 Vadalà si è messo in proprio. Il metodo è semplice, e probabilmente lo ha imparato proprio da Rodà: le imprese si avviano usando i fondi europei per l’agricoltura come fondamenta.
Entrambe le famiglie, Vadalà e Rodà, sono diventate ricche grazie ai pascoli: allevano bovini, ottengono contributi europei, e reinvestono in nuove fattorie. I cowboy delle praterie slovacche, però, non convincono alcuni investigatori che iniziano a interessarsi a Diego Rodà, l’allevatore che si sposta in Ferrari.
Documentazione inedita dimostra infatti come nel 2013 la polizia slovacca avesse avviato delle indagini sul conto di Rodà, specializzato «nell’ottenimento di sovvenzioni dall’Unione europea nel settore agricolo» e sospettato di frodi, oltre che di «vari casi di corruzione connessi all’erogazione di rimborsi Iva indebiti».
La polizia slovacca, tramite Interpol, aveva scritto alle forze di polizia italiane. Rodà, dicevano, era titolare di 12 aziende, avrebbe avuto «diversi precedenti penali per frode fiscale», risalenti a fine anni Ottanta e primi anni Novanta, e «dal 2004 ci sono stati almeno 14 procedimenti a suo carico, conclusi per lo più prima dell’incriminazione». Non escludevano «un collegamento tra Diego Rodà e gruppi criminali stranieri». In Italia, Rodà è incensurato.
Quando, tramite Interpol, la Slovacchia aveva chiesto all’Italia un «controllo operativo», era emerso soprattutto il contatto tra Diego Rodà e Antonino Vadalà. I due sembravano molto vicini, la figlia maggiore di Rodà, infatti, era andata in sposa a Vadalà ad agosto 2014. Già dall’anno prima su Vadalà si stava muovendo un altro filone d’indagine. A dialogare erano l’ufficiale di collegamento slovacco a Roma e la Direzione investigativa antimafia (Dia).
La polizia slovacca sospettava che Vadalà avesse formato nel Paese una ‘ndrina. La Dia aveva risposto che, saltuariamente, Vadalà tornava a Bova Marina e lì «si accompagna con esponenti di spicco della criminalità organizzata, in particolare risulta contiguo alle cosche Vadalà-Talia di Bova Marina e Libri-Zindato di Reggio Calabria».
Le autorità slovacche, poi, ipotizzavano casi di corruzione di funzionari pubblici per l’ottenimento di fondi europei per l’agricoltura. Vadalà, scrivevano, avrebbe acquistato «alcune cooperative agricole» tramite «prestiti finanziari a fondo perduto dal Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale e dal Fondo europeo agricolo di garanzia», i due fondi che compongono la Politica agricola comune (Pac) dell’Unione europea. Per questi prestiti, avrebbe usato come garanzia immobili dal valore gonfiato.
Alcune di queste aziende dichiaravano come scopo l’allevamento e la vendita di bovini in Turchia. Tuttavia, scrivevano gli inquirenti, «vi è il sospetto che possa essere una copertura per il traffico di stupefacenti lungo la rotta balcanica». Questi sospetti della polizia slovacca non hanno mai portato a incriminazioni nei confronti di Vadalà.
Il giornalista Jan Kuciak – nel suo ultimo articolo incompiuto a cui aveva collaborato anche IrpiMedia – aveva scritto degli ingenti sussidi destinati alle società dei Vadalà e dei Rodà, sollevando domande rispetto ai controlli sull’erogazione dei fondi. Solo dopo la sua morte il ministero dell’Agricoltura slovacco ha reso pubblica la lista delle sovvenzioni versate alle aziende delle due famiglie nell’arco di quasi 14 anni: 67 milioni di euro dal 2004 al 2018.
Tramite una serie di richieste di accesso agli atti, Icjk e IrpiMedia hanno potuto calcolare quanti fondi europei per l’agricoltura sono stati ottenuti, dal 2019 a oggi, dalle aziende dei Rodà e dei Vadalà. Antonino Vadalà è uscito da tutte le compagini societarie, e le aziende della sua famiglia non hanno più ottenuto fondi Pac. Quelle della famiglia Rodà hanno invece continuato a essere sovvenzionate, anche se in misura molto inferiore rispetto al passato, per un totale di 3,4 milioni di euro. Una delle aziende, intestata alla moglie di Rodà, nel 2024 ha ricevuto in totale oltre 400mila euro.
L’agenzia slovacca responsabile dei pagamenti agli agricoltori ha spiegato che i fondi Ue possono essere bloccati solo se i beneficiari sono «oggetto di una sentenza definitiva che gli impone il divieto di ricevere aiuti e sostegno forniti dai fondi dell’Ue». Né Antonino Vadalà né Diego Rodà, raggiunti tramite i propri legali, hanno risposto alle domande IrpiMedia e di Icjk.
Quel canale interrotto
C’è un’intercettazione che è passata inosservata, ma che racconta ciò che è successo nel mondo del narcotraffico italiano dopo il breve arresto dei fratelli Rodà e Vadalà per il sospetto di coinvolgimento nell’omicidio Kuciak, ai primi di marzo 2018. Antonino Vadalà, Diego Rodà e altri cinque parenti erano stati rilasciati dopo 48 ore, e mai più sospettati della partecipazione all’omicidio. Tanto però sarebbe bastato a rompere le uova nel paniere a chi, a Roma, doveva rifornire alcune piazze di spaccio.
L’11 marzo 2018 un uomo originario di Condofuri stava parlando con un importante grossista di cocaina a Roma. Aveva bisogno di rifornire un gruppo di spacciatori nella capitale, pronti a comprare anche 15 chili di cocaina a settimana. Il suo canale di rifornimento, però, era stato bruscamente interrotto.
L’uomo è parente acquisito, per matrimonio, della famiglia Rodà, e parlava proprio di uno di loro. «Hanno arrestato mio cognato… hanno preso i suoi fratelli pure, avete sentito quelli della Slovacchia là?», dice, riferendosi a quanto accaduto dopo l’omicidio del giornalista. Dal resto della conversazione gli inquirenti deducono che l’arresto dei Rodà e dei Vadalà, con l’attenzione che ne è seguita, sarebbe stata sufficiente a interrompere il suo canale di rifornimento di stupefacenti.
Rilasciati dalla polizia slovacca perché non ritenuti coinvolti nell’omicidio Kuciak, sono finiti comunque sotto i riflettori. «A mio cognato veramente lo hanno arrestato con pistole…e ora sono con le mani così», spiegava l’uomo, intercettato. Durante l’arresto lampo in Slovacchia, in effetti, la polizia aveva sequestrato diverse armi a Diego Rodà e Antonino Vadalà. Un revolver carico, due carabine, due fucili a doppietta, un fucile semiautomatico Benelli,due pistole Beretta e una Glock. Un arsenale da veri cowboy, finito nel fascicolo delle indagini assieme a tablet, computer, cellulari. Un fiume di dati confluito nella cosiddetta Kočner Library, quei 51 terabyte di informazioni giudiziarie che una fonte ha deciso di consegnare ai giornalisti, affinché le indagini sulla Suburra slovacca possano, in qualche modo, continuare.
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