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I due termini sono stati più volte confusi. Nei media, negli atti istituzionali, nei report di associazioni. La loro storia è piena di sovrapposizioni. Una ricostruzione storica per ricordare e chiarire
Beirut, 21 settembre 1987. La motonave Radhost sta per approdare al molo numero cinque del porto libanese. In stiva ha più di duemila tonnellate di rifiuti tossico-nocivi prodotti da industrie italiane. La nave, battente bandiera cecoslovacca, era partita qualche mese prima dal porto di Marina di Carrara con destinazione Puerto Cabello, in Venezuela.
Nel porto era scattato l’allarme, anche perché dall’Italia erano già arrivate la Lynx e la Baru Luck con a bordo rifiuti tossici: quello che per diversi secoli era stato uno dei principali punti di approdo e scalo di merci del Venezuela, stava diventando una discarica di rifiuti pericolosi delle industrie italiane.
In Breve
Per “navi dei veleni” si intende quelle imbarcazioni cariche di rifiuti tossici prodotti dalle industrie del centro-nord Italia ed esportati soprattutto nella seconda metà degli anni Ottanta verso Paesi del Sud del mondo
Venivano scelti territori in condizioni critiche da un punto di vista economico e politico, comprese zone di guerra come il Libano o la Somalia. L’imperativo abbattere i costi di smaltimento
Con “navi a perdere” invece si intende indicare le navi affondate deliberatamente, in un periodo storico durato all'incirca un ventennio, nelle acque solitamente vicine all'Italia
Sia la Cunski che la Jolly Rosso, così come la Rigel, sono incluse in un elenco di “navi a perdere”, ma ognuna ha la propria storia diversa da ricostruire. Non si ha certezza di quante siano state le “navi a perdere” nel Mediterraneo né cosa effettivamente trasportassero
Mentre la Baru Luckera in rada e la Radhoststava per arrivare, i rifiuti della Lynx già scaricati in porto furono recuperati e, dopo un lungo girovagare tra Oceano Atlantico e Mediterraneo, rientrarono in Italia a bordo della Zanoobia. La Baru Luck fu respinta e il comandante fece rotta sul porto fluviale di Koko, in Nigeria, e la Radhost, anch’essa respinta, fu dirottata praticamente dall’altro lato del mondo, arrivando il 21 settembre 1987 a Beirut. Scelta apparentemente insolita considerato che il Libano era dilaniato dalla guerra civile e Beirut era sostanzialmente divisa in due, con le milizie cristiane che controllavano l’area orientale, incluso il porto.
Scrive lo storico ed ex ministro delle Finanze libanese Georges Corm: «Oltre all’estorsione diretta ai danni di industriali, commercianti, ricchi possidenti (…) la fiscalità miliziana ha assunto molteplici forme: diritti percepiti sulle importazioni e le esportazioni o sui movimenti di viaggiatori in partenza dai porti ufficiali (Beirut, Tripoli, Saida, Tiro) o dai porti illegali aperti dalle milizie e sottratti a qualunque controllo statale».
Lo stesso giorno, altrove
Lo stesso giorno, altrove. Bassa Calabria, 21 settembre 1987. Precisamente latitudine 37°58’7’’ Nord e longitudine 16°49’7’’ Est. In questo spazio di mare, più vicino a Capo Bruzzano che a Capo Spartivento per la verità, una nave risulta esser stata fatta affondare.
È la maltese Rigel, di proprietà della Mayfair Shipping Company Limited di La Valletta. La nave aveva effettuato un percorso anomalo. Nel corso delle ricerche da me effettuate negli ultimi sette anni sui traffici internazionali di rifiuti tossici e radioattivi è emerso un documento inedito parzialmente declassificato del 7 ottobre 1987 che è ragionevole ipotizzare provenga dal controspionaggio del Sismi – come è rilevabile in altri documenti totalmente declassificati che seguono – che almeno dal 21 luglio seguiva l’evolversi dell’affaire Rigel.
In esso si rileva che la nave era partita da La Spezia ed era giunta a Marina di Carrara il 19 agosto 1987 completamente vuota di carico. Tra il 21 agosto e il 1° settembre era stata caricata con circa cento container e tremila tonnellate di «blocchi/piastrelle/sacconi/granulato rinfusa».
Sulla carta sarebbe dovuta partire l’indomani mattina verso Limassol, a Cipro, seppur una parte del carico fosse diretto a Beirut. Di fatto, però, la nave ha lasciato il porto il 2 settembre, rimanendo in rada per circa una settimana. Il 9 settembre si è allontanata dalle coste toscane dirigendosi a Palermo, porto in cui ha fatto sosta dal 12 al 19 settembre, per poi riprendere il largo verso Limassol. La Rigel, però, non è andata oltre le coste reggine perché nella notte tra domenica 20 e lunedì 21 settembre 1987 è stata fatta affondare (documento del 7 ottobre 1987).
Lo Jonio ancora custodisce questa“nave a perdere” con il suo carico tossico e radioattivo in stiva.
Il 21 settembre 1987 mentre una nave affondava nello Jonio, un’altra arrivava carica di rifiuti tossici a Beirut.
Una lunga storia di veleni e nebbie
La storia delle “navi dei veleni” e delle “navi a perdere” è costellata di intrecci, sovrapposizioni, legami al punto tale che sia a livello mediatico sia in atti istituzionali e report di associazioni i due termini sono stati più e più volte sovrapposti rischiando di creare parecchio disordine all’interno di un tema che, già di per sé, è parecchio complesso.
Questa “storia di storie”, come la chiama Nuccio Barillà, presidente di Legambiente Calabria, è infatti particolarmente densa di misteri e interrogativi irrisolti. La Radhoste la Rigel sono inestricabilmente legati da un filo sottile che, nel suo districarsi, torna utile per mettere a fuoco alcune questioni.
In primis la differenza tra “navi dei veleni” e “navi a perdere”, palese sotto il profilo fenomenico ma ricca di intrecci e sovrapposizioni sotto quello fattuale.
Le navi cariche di rifiuti tossici prodotti dalle industrie del centro-nord Italia ed esportati soprattutto nella seconda metà degli anni Ottanta e dirette verso Paesi del Sud del mondo furono definite “navi dei veleni”. Imbarcazioni come la Radhost che furono riempite di scarti tossici da società italiane come la Jelly Wax – autorizzata dalla Giunta regionale della Lombardia ad effettuare attività di stoccaggio e trattamento di rifiuti speciali e tossico-nocivi con delibera n. IV/8299 del 22 aprile 1986 – o la Ecolife o, ancora, la Sirteco.
Si sceglievano territori in condizioni critiche da un punto di vista economico e politico, con giunte militari al governo e/o con alti livelli di corruzione pubblica, includendo anche territori in contesti di guerra civile come il Libano o la Somalia. L’imperativo era smaltire i propri rifiuti a basso costo così da non incidere troppo sui conti dell’azienda.
Un fenomeno italiano, dunque, che si inserisce in un quadro globale di più ampio respiro all’interno del quale almeno dalla metà degli anni Settanta “ships of death” partivano dai Paesi industrializzati per movimentare e scaricare gli scarti tossici del Nord del Mondo in Paesi del Sud globale.
L’apice delle tensioni e dell’attenzione mediatica su questo fenomeno fu nell’estate 1988 quando le autorità nigeriane e libanesi, dopo aver scoperto migliaia di tonnellate di scarti tossici italiani sul loro territorio, avviarono azioni diplomatiche per imporre allo Stato italiano di recuperare i propri veleni.
Tra gli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta, però, altre navi, tendenzialmente con una lunga carriera alle spalle – alcune delle quali prossime allo smantellamento – partite da porti di diversi Paesi del Mediterraneo con carichi sospetti secondo gli inquirenti furono fatte affondare per frodare l’assicurazione ed occultare il loro stesso carico.
Si trattava di navi “a perdere”, come le definì Marino Ganzerla nel corso dell’interrogatorio del 14 luglio 1995 a Brescia. Era sospettato dalla procura della Repubblica di Reggio Calabria di far parte della rete criminale che si occupava di affondare le navi in questione. Proprio la procura reggina, infatti, il 2 marzo 1994 aveva avviato delle indagini grazie a un esposto consegnato da Nuccio Barillà ed Enrico Fontana di Legambiente al sostituto procuratore Franco Neri.
La Rigel era una delle navi attenzionate.
Fenomeni diversi, dunque, con notevoli punti in comune. Medesimi porti e rotte, in alcuni casi anche attori in comune e, cosa non di poco conto, stessa regione geopolitica: il Mediterraneo.
Un filo sottile tiene assieme la Radhost e la Rigel e le loro storie
Un nodo centrale è il 21 settembre 1987: mentre una nave affondava nello Jonio, un’altra arrivava carica di rifiuti tossici a Beirut.
«Quello che accadrà dopo questa data – scrive la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della diciassettesima legislatura in una apposita relazione sulle “navi dei veleni” – sembra essere la prima matrice della complessa vicenda delle “navi a perdere”, una sorta di punto zero».
Un secondo nodo da rilevare è il porto di partenza delle due imbarcazioni: Marina di Carrara. Da lì partirono la Radhost e la Rigel con quest’ultima che, proprio nel porto toscano, imbarcò materiale come cemento e granulato di marmo utile a nascondere la radioattività. Da quello stesso porto e nell’arco di pochi mesi partirono almeno altre tre “navi dei veleni”: la Lynx per Puerto Cabello, la Akbay 1 diretta nel porto fluviale di Sulina, in Romania e la Baru Luck anch’essa per Puerto Cabello salvo poi rettificare la rotta per Koko.
Inoltre, le indagini portate avanti dal sostituto procuratore Franco Neri e dal piccolo pool di polizia giudiziarie della procura reggina fecero emergere che, oltre, la Rigel, almeno un’altra nave partì da Marina di Carrara: la Michigan.
Questa imbarcazione, infatti, salpata nell’ottobre 1986, affondò a largo della costa tirrenica calabrese con un carico particolarmente sospetto.
Un terzo nodo da rilevare è rappresentato da Beirut, snodo cruciale per questa “storia di storie”. È un punto di incontro tra le “navi dei veleni” e le “navi a perdere”. Particolarmente interessato da questi affondamenti è il Mediterraneo centro-meridionale, sia sul versante jonico – come nel caso della Rigel – sia sul versante tirrenico e adriatico.
Beirut è, in sostanza, uno snodo cruciale perché intreccia storie, nomi, fatti, personaggi e navi. Nell’estate 1988, il Consiglio dei ministri italiano, presieduto da Ciriaco De Mita, approvò l’azione di recupero dei fusti tossici esportati in Libano tramite la Radhost.
La Montedison Ecologia, meglio nota come Monteco, fu preposta dal governo al coordinamento di un consorzio di società con il compito di effettuare il ricondizionamento dei rifiuti, la bonifica del territorio inquinato e il trasporto di tutto il materiale in Italia. In sintesi, la società individuata dal governo avrebbe dovuto noleggiare una o più navi che, partendo dall’Italia con a bordo tecnici e attrezzatura, sarebbero giunte in Libano il prima possibile.
Dopo di che i fusti stivati nelle tre navi e deterioratisi nel corso del tempo andavano scaricati in porto e il contenuto andava ricondizionato o, più semplicemente, “travasato” in nuovi contenitori e caricato sulle navi, previa autorizzazione del governo libanese. I fusti sarebbero potuti rientrare in Italia avviando poi le operazioni di scarico e smaltimento in Italia o all’estero.
Il contratto di esecuzione tra il ministero degli Affari esteri e la Monteco era di poco meno di tre miliardi e mezzo di lire ma si arrivò ad una spesa totale di oltre undici miliardi e mezzo – a cui vanno aggiunti altri cinque miliardi circa per l’ispezione, lo scarico dei container e fusti, lo sdoganamento, il trasferimento e la bonifica della nave e dell’area portuale.
La Monteco noleggiò due imbarcazioni, la prima delle quali, la Cunski, arrivò nel porto il 29 agosto 1988. Proprio questa nave diversi anni dopo sarebbe stata fatta affondare a largo di Cetraro con un carico di 120 fusti radioattivi. Noleggiata dalla Monteco e giunta a Beirut per effettuare il rientro dei fusti tossici in Italia unitamente alla Cunski anche la Jolly Rosso che, il 14 dicembre 1990, concluse la sua lunga carriera sulle spiagge di Amantea (provincia di Cosenza), in località Formiciche, arenandosi in preda alla tempesta e per via di uno squarcio a babordo – il lato di sinistra della nave.
Sia la Cunskiche la Jolly Rosso – poi rinominata Rosso in occasione del suo ultimo viaggio – così come la Rigelsono incluse in un drammatico e per nulla univoco elenco di “navi a perdere”, ognuna con la propria storia da ricostruire, in alcuni casi anche dopo quasi mezzo secolo dalla data di affondamento.
Non si ha certezza, infatti, di quante siano le “navi a perdere” nel Mediterraneo né cosa effettivamente trasportassero.
Ad oggi, infatti, nessuna “nave a perdere” con in stiva un carico radioattivo è stata mai ritrovata perché – è bene sottolinearlo – quasi mai è stata ricercata approfonditamente.
Innanzi all’individuazione di casi particolarmente sospetti non è stata fatta chiarezza sulla radioattività o meno del carico. Importanti e di rilievo, infine, le ombre di errori nelle ricerche o, peggio ancora, di depistaggi o rallentamenti nelle indagini che hanno ingigantito l’alone di mistero e incertezza sull’intera vicenda.
Se è vero, come più volte segnalato da Franco Neri, che è mancato il ritrovamento della “pistola fumante”, del “corpo del delitto”, è vero anche che alcune indagini sono risultate ostacolate. Da chi? Chi collaborava alle indagini e chi, invece, monitorava l’evolversi delle stesse? Cosa trasportavano realmente queste navi? E quali soggetti effettuarono questi traffici? Perché il Mediterraneo fu utilizzato per tombare rifiuti radioattivi?
Scrive Franco Neri all’interno di Cose storte, pubblicato nel 2018: «Ero stato costretto ad andare comunque, “all’inseguimento della verità”, con le “baionette di latta”, potendo ipotizzare soltanto, all’epoca, solo reati “contravvenzionali”, fino a quando però, anche inaccettabili e inconfessabili resistenze e, soprattutto, l’uccisione di uno degli investigatori chiave del pool lo hanno di fatto impedito».
L’investigatore del quale parla Neri è il capitano di corvetta Natale De Grazia, ufficiale della Capitaneria di Reggio Calabria. Un’altra vicenda intrecciata alle storie delle “navi dei veleni” e delle “navi a perdere”.
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