In Italia utilizziamo poco e male i fondi per il dissesto idrogeologico: l’esempio dell’Emilia Romagna

Dal 2015 al 2025 l'Emilia-Romagna è stata colpita più volte da alluvioni e frane. Sul fiume Marecchia, i fondi Pnrr hanno protetto un'opera che serve l'agricoltura ma non riduce il rischio inondazioni

In Italia utilizziamo poco e male i fondi per il dissesto idrogeologico: l’esempio dell’Emilia Romagna
Foto aerea dell'alluvione di maggio 2023 dell'Emilia Romagna © Antonio Masiello / Getty

A maggio 2023, l’Emilia-Romagna è stata investita da alluvioni particolarmente violente che hanno causato la morte di 17 persone, oltre 20mila sfollati e quasi nove miliardi di danni. Un evento simile si era già verificato nel febbraio 2015 a Santarcangelo di Romagna, in provincia di Rimini. 

A settembre 2024, invece, le piogge intense hanno fatto esondare quattro fiumi, tra cui il Lamone, allagando diversi comuni della Romagna.

In Breve

Ogni volta che il fango ha invaso la Romagna, una parte della politica ha insistito sull’eccezionalità dell’evento climatico e sulla necessità di concentrarsi sull’emergenza, ma nel dibattito pubblico sono emerse anche critiche sulla prevenzione, sulla gestione del territorio e sui ritardi negli interventi.

La natura eccezionale della pioggia è solo metà della storia. L’altra metà è nascosta nei cassetti degli uffici pubblici, dove la prevenzione viene spesso rimandata per lentezze burocratiche, scelte politiche poco acute, che intervengono comunque solo dopo l’emergenza.

«Con la catastrofe del 2023 abbiamo avuto decine di migliaia di frane in più. È stata una sorpresa per tutti», spiega G. un dipendente del servizio tecnico di bacino della Regione Emilia-Romagna, l’ufficio che affianca, a livello regionale, le cinque Autorità di bacino distrettuali nazionali. «Le frane si sono formate perché non era mai caduta così tanta acqua. Però anche perché il territorio non era assolutamente predisposto. Se un territorio viene gestito male, l’acqua arriva troppo in fretta dove non deve arrivare». 

G. si occupa di mappare le aree soggette a dissesto idrogeologico e osserva come le opere di mitigazione realizzate in passato si rivelino ormai inadeguate: «Le opere fatte 40 anni fa sono tutte in malora. Gli abitati, già franati 150 anni fa, sono di nuovo a rischio».

Alfonsine, provincia di Ravenna, dove a luglio 2023 si è generato un tornado dal diametro di 1,5 chilometri. Questo comune in provincia di Ravenna si trova tra la strada statale Adriatica e il fiume Senio, affluente del Po, un’area fertile per l’agricoltura eppure tra le più soggette ai tornado in Europa, che aumentano di intensità a causa della crisi climatica © Francesco Arrigoni

Negli anni, in Romagna come altrove, la risposta all’emergenza è migliorata, ma non la prevenzione strutturale: il rapporto della commissione tecnico-scientifica della Regione, pubblicato nel dicembre 2023 dopo l’alluvione di maggio, aveva già raccomandato interventi strutturali di riduzione del rischio, come l’ampliamento degli spazi di divagazione dei fiumi. Raccomandazioni non sempre attuate. Lo confermano sia la Corte dei Conti sia il Tavolo interministeriale sul dissesto, secondo cui la percentuale dei pagamenti effettivi sui fondi stanziati per la sicurezza del territorio si ferma tra il 22 e il 24 per cento. 

Il caso del fiume Marecchia, in provincia di Rimini è, in questo senso, l’archetipo perfetto di questo fallimento strutturale.

Le cause del dissesto: la mano dell’uomo

Il Marecchia nasce sull’Appennino tosco-romagnolo e scorre fino alla costa di Rimini attraversando un bacino che, secondo G., è «in forte erosione».

Cristiano Guerra, geologo, presidente dell’ordine di San Marino e professore a contratto dell’università di Bologna spiega a IrpiMedia che «Negli anni Sessanta e Settanta nella piana della valle si estraeva materiale dall’alveo (letto, ndr) del fiume per costruire gli hotel a Rimini. Estraendo, l’alveo si abbassava e l’acqua si velocizzava».

Negli anni Ottanta, venne invece costruita una traversa idraulica a Ponte Verucchio, una sorta di piccola diga, larga quanto il fiume, affidata in gestione dalla Regione Emilia-Romagna al Consorzio di Bonifica della Romagna (Cbr), ente pubblico economico di diritto privato, con nel consiglio d’amministrazione soci delle principali organizzazioni agricole, come Cia, Coldiretti e Confagricoltura.

Lo scopo dell’opera era prettamente economico: bloccare il deflusso dell’acqua per consentire la derivazione e la deviazione dell’acqua in due canali usati per irrigare i campi.

Questa traversa ha rotto l’equilibrio naturale del fiume: impedisce ai depositi alluvionali di arrivare a valle con effetti anche gravi, tra cui una riduzione del 50 per cento della ricarica delle falde acquifere della zona. Più il fiume scava in profondità, più mette a rischio le sponde e la traversa stessa.

Ad Alfonsine, provincia di Ravenna, durante il tornando di luglio 2023, il vento ha raggiunto la velocità di 290 chilometri orari. Lungo il suo percorso, di circa 15 chilometri, ha allettato colture, sradicato centinaia di alberi e distrutto alcuni edifici. 14 persone sono rimaste ferite
Ad Alfonsine, provincia di Ravenna, durante il tornando di luglio 2023, il vento ha raggiunto la velocità di 290 chilometri orari. Lungo il suo percorso, di circa 15 chilometri, ha allettato colture, sradicato centinaia di alberi e distrutto alcuni edifici. 14 persone sono rimaste ferite © Francesco Arrigoni

Già nel 2016, tramite il Contratto di Fiume Marecchia e una segnalazione dell’allora sindaca di Verucchio, erano stati lanciati allarmi sulla situazione di grave instabilità della traversa causata dall’erosione. Vennero richiesti interventi strutturali di difesa degli argini, mai eseguiti. La Regione rispose che il fiume andava lasciato libero di muoversi; che per le case a rischio crollo si sarebbe fatta solo «sorveglianza idraulica» durante le piene e per la protezione degli argini rimandava a un tavolo tecnico e a nuovi fondi futuri. 

I due giorni di ritardo che hanno distrutto la traversa

Ma la natura non aspetta i tempi dei tavoli tecnici. L’8 marzo 2018, il Cbr segnala alla Regione un parziale crollo della traversa. Trattandosi di un’opera strategica per la viabilità e per l’agricoltura, la Regione Emilia-Romagna si muove d’urgenza: secondo documenti ottenuti da IrpiMedia, il 28 luglio 2018 viene approvato l’assestamento di bilancio che stanzia 500mila euro per la messa in sicurezza dell’opera. Il Cbr redige a tempo di record il progetto esecutivo per i lavori sull’opera da 850mila euro (co-finanziandone 350mila).

Il progetto è stato approvato il 18 settembre 2018 dal Consorzio. Poi, per oltre un mese, non è successo niente. 

Il 2 novembre 2018, Monica Guida, allora responsabile del Servizio difesa del suolo della Regione, invia una lettera perentoria via pec all’Agenzia regionale per la sicurezza del territorio e la protezione civile (Astpc), guidata da Mauro Vannoni. La missiva ammonisce i dirigenti: per poter impegnare i 500mila euro ed evitare che vadano persi, è assolutamente necessario ricevere il parere tecnico dell’Astpc sul progetto esecutivo entro il 12 novembre 2018.

Il parere dell’Agenzia viene invece firmato e protocollato il 14 novembre 2018. Due giorni di ritardo che costano carissimo: le risorse d’urgenza stanziate dalla legge regionale decadono e non possono essere conservate a bilancio per l’anno in corso. 

Contattata da IrpiMedia, l’Agenzia regionale sostiene di aver adottato «tutte le possibili azioni per cercare di rispettare il termine» del 12 novembre. La colpa del ritardo, per l’ente regionale, è attribuibile alla ricezione tardiva del progetto da parte del Consorzio — avvenuta l’8 novembre — che ha lasciato agli uffici regionali «solo due giornate lavorative» per l’istruttoria.

Secondo l’Agenzia questo ritardo «non ha comunque compromesso il conferimento degli atti necessari al Servizio Gestione della Spesa consentendo di impegnare i fondi per i primi mesi dell’annualità successiva», cioè il 2019. 

La Giunta regionale approva infatti una nuova delibera per riassegnare le risorse e affidare nuovamente i lavori. Ma ormai il tempo è scaduto. Prima che il cantiere possa materialmente partire, le piogge eccezionali del 13 maggio 2019 gonfiano il fiume. La traversa di Ponte Verucchio, privata di qualsiasi intervento di consolidamento a causa dei ritardi burocratici autunnali, crolla completamente. Il progetto urgente da 850mila euro approvato solo due mesi prima diventa inutile. 

Quando la traversa crolla, l’erosione parte dal canyon e risale verso monte, come già ipotizzato nel 2016 dal Comitato Tecnico del Contratto di Fiume Marecchia. Nasce così un paradosso: la stessa opera che ha favorito l’erosione del fiume, bloccandone i sedimenti, è oggi anche ciò che la contiene, perché senza di essa l’incisione continua a risalire verso monte, mettendo a rischio le sponde e il ponte sulla provinciale.

Per questo la Regione è costretta a intervenire subito e a novembre 2019 la struttura crollata è già stata, in parte, ripristinata.

Un tratto del fiume Marecchia, in località Verucchio (Rimini), nel 2018 e nel 2019

I fondi europei: un salvagente bucato

Dopo il crollo della traversa, la Regione prepara un progetto molto più imponente e costoso: la costruzione di due nuove briglie protettive lunghe 70 metri ciascuna, per bloccare l’erosione del fiume. I lavori, costati 1.371.040 euro si concludono alla fine del 2022. 

Il 10 gennaio 2023 l’allora vicepresidente della Regione con delega alla difesa del suolo e alla protezione civile, Irene Priolo, inaugura l’opera dichiarando: «L’intervento è stato realizzato grazie a un importante finanziamento della Regione».

Una nota del Dipartimento della protezione civile del 15 dicembre 2021, inviata all’allora presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, e all’allora direttrice dell’Astpc, Rita Nicolini, rivela però un’altra storia: l’intervento di Ponte Verucchio era già stato inserito nella missione 2, componente 4 del Pnrr, dedicata alla «gestione del rischio di alluvione e alla riduzione del rischio idrogeologico».

La Regione, quindi, non avrebbe speso un euro di bilancio proprio: l’opera sarebbe infatti stata finanziata per 1,1 milioni con fondi europei e per il resto con un non meglio specificato fondo del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (Mit), a causa dell’aumento dei costi di lavoro. Contatta da IrpiMedia, la Regione non ha risposto in merito.

Il meccanismo di finanziamento che ha permesso tutto questo — costruire le nuove briglie senza spendere un euro di bilancio regionale — è stato utilizzato anche altrove, dove si è deciso di investire i soldi del Pnrr per i “progetti in essere”, ovvero già previsti e in alcuni casi avviati.

La Regione ha semplicemente preso lavori già decisi e li ha fatti rientrare nel bilancio del Pnrr. Così li ha rendicontati in fretta a Bruxelles, liberando risorse regionali da spendere altrove. L’allora ministro per il Pnrr, Raffaele Fitto, ha ammesso che questo meccanismo nazionale ha drogato i numeri della spesa, portando con sé problemi di ammissibilità e il rischio concreto di non finire i lavori entro la scadenza europea di giugno 2026. 

I fondi Pnrr sul Marecchia sono stati utilizzati per costruire due nuove briglie che servono a proteggere dall’erosione la traversa del Consorzio di Bonifica, le stesse strutture che, come abbiamo raccontato, deviano l’acqua del fiume verso i canali di irrigazione, a beneficio dell’agricoltura intensiva della zona e che, secondo la determina di Arpae e del Contratto di Fiume, sono la causa principale del grave e progressivo fenomeno di incisione dell’alveo a valle.

I soldi della prevenzione ambientale, cioè, sono finiti per puntellare proprio l’opera che sta alterando la dinamica naturale del fiume.

Tra gli interessi che potrebbero spiegare perché la Regione abbia scelto di destinare i fondi europei per il dissesto idrogeologico a un’opera così impattante sull’equilibrio del fiume c’è quello del settore agricolo.

Nella Valmarecchia l’agricoltura è intensiva, e i due canali alimentati dalla traversa costituiscono una risorsa idrica su cui il settore fa ampio affidamento, come ha specificato l’Agenzia regionale per la sicurezza del territorio e la protezione civilea IrpiMedia: la nuova traversa è stata posizionata «circa 260 metri più a monte rispetto alla struttura crollata, per proteggere le pile del ponte della SP14 (la strada provinciale che rischiava di crollare dopo la distruzione della traversa, ndr) e garantire l’alimentazione stabile dei canali irrigui».

Le opere realizzate servirebbero però anche a «stabilizzare il profilo d’equilibrio del fiume nel tratto subito a valle» della traversa.

L’Emilia-Romagna aveva davanti un’occasione più unica che rara: usare la liquidità del Pnrr per interventi veri di rinaturalizzazione e riequilibrio dei fiumi. Ha scelto invece di rifinanziare in fretta vecchie infrastrutture irrigue e opere di cemento locali. Per l’Agenzia regionale gli interventi eseguiti «dimostrano comunque un’attenzione riguardo le problematiche del fiume Marecchia e la mitigazione del rischio idrogeologico».

L’eterno ritorno dell’emergenza

Un rapporto della Corte dei Conti sulla gestione dei fondi per la mitigazione del rischio idrogeologico conferma un problema strutturale: l’Italia fatica a spendere le risorse destinate alla prevenzione.

Nei diversi cicli di programmazione dei fondi europei di coesione, la percentuale dei pagamenti effettivi rispetto alle risorse stanziate per il dissesto non supera quasi mai il 25-30 per cento, anche a distanza di un decennio dalla loro disponibilità.

A complicare il quadro c’è la frammentazione delle banche dati — Rendis per la pianificazione, Bdap per il monitoraggio dei contratti, ReGiS per il Pnrr, Sigrian e Dania per gli usi irrigui — che non comunicano tra loro e producono disallineamenti che rendono difficile una visione d’insieme. A questo si aggiunge la scarsa capacità tecnica di molti piccoli comuni di progettare interventi pronti per essere realizzati: alcuni preferiscono attendere l’alluvione successiva, per accedere alle procedure semplificate e ai finanziamenti legati alla «somma urgenza».

Finché la politica continuerà a privilegiare i tagli di nastro e la narrazione dell’evento climatico “eccezionale”, piuttosto che investire nella manutenzione ordinaria dei fiumi e nella prevenzione strutturale, il territorio continuerà a franare.