Srebrenica, Potocari, Bratunac: lo stallo della memoria e il peso della storia

In Bosnia ed Erzegovina le cicatrici del più brutale, veloce e letale genocidio della storia europea dopo il 1945 sono ancora aperte. Sono passati trent’anni, ma l’idea che giustizia non sia stata fatta è ancora molto diffusa in tutte le comunità.

© Claudio Capellini

Srebrenica, esterno giorno. È il 1° maggio, festa nazionale. Uno di quei – pochi – retaggi della Jugoslavia socialista che ancora resistono nelle ex repubbliche. Per strada non c’è nessuno. La piazza principale, a Srebrenica, non c’è. C’è un monumento, con bimbi che danzano attorno al mondo. Doveva celebrare la pace e la giustizia. Sembra solo arrugginito. C’è un solo bar aperto, ci lavora un ragazzo ventenne che parla un inglese perfetto. L’ha imparato su internet, dice. Ha sempre vissuto qui, ma vuole solo scappare, perché non c’è nulla. Perché lui sente di non aver fatto nulla, perché è stanco di sentirsi accusare di una storia che non è la sua.

Arriva un altro ragazzo, che ha perso il padre qui, ma dopo anni all’estero ha deciso di tornare per provare ad avere fortuna nel turismo ecologico. Si salutano. Ogni tanto scambiano anche due chiacchiere. Uno dei due, il secondo, più o meno ogni giorno, incontra alcune persone che sono sospettate di aver avuto un ruolo nella scomparsa di suo padre. Che non è mai stato ritrovato. Di questo tra loro non parlano mai.

In Breve

Come si convive con una tomba vuota? Come si convive con un passato che non ti appartiene, ma ti definisce?

Una risposta non c’è e non è l’unica cosa a mancare a Srebrenica. L’idea che giustizia non è stata fatta è ancora molto diffusa in tutte le comunità. In quella bosgnacca, come vengono chiamati i musulmani di Bosnia, le associazioni delle vittime ritengono che sia un abominio chiudere – a livello penale – i processi con l’idea che solo poco più di venti persone possano averne sterminato più di ottomila in un paio di giorni. Dall’altra parte, quella serba, vive invece con l’idea che – né sui media né nelle aule dei tribunali – venga raccontata la loro versione della storia.

Che è là, a pochi chilometri da Srebrenica.

«Dicono che non ci faranno niente»

La strada è una, non puoi sbagliare. Sembra sempre la stessa, da trent’anni. Tra Srebrenica e Bratunac il navigatore dice 13 minuti in auto e 10,6 chilometri.

Nel mezzo, esattamente nel mezzo, c’è Potocari. Era una località industriale, una sorta di terra di mezzo tra le due cittadine, dove ai tempi della Jugoslavia nessuno poteva sottolineare impunemente l’appartenenza etnica o religiosa, perché si veniva considerati “nemici dello Stato”.

In quei capannoni, nel 1993, stabilì il suo quartier generale il contingente militare dell’Onu che – al tempo della strage – era a comando olandese. In quei capannoni, vennero ammassati i civili musulmani di Srebrenica dall’esercito della Repubblica dei Serbi di Bosnia. Oggi è la sede del Memoriale.

Di fronte c’è una distesa di tombe: sono quelle delle vittime che sono state identificate dal laboratorio di Tuzla dopo il ritrovamento delle fosse comuni, grazie a oggetti quotidiani rinvenuti al loro interno. Un paio di occhiali, un pacchetto di sigarette, una penna, una scarpa da ginnastica. Oggi sono reperti che fanno parte del memoriale.

Il silenzio è assordante e lascia il tempo di riflettere. Una delle chiavi dei genocidi documentati è quella di “deumanizzare” la vittima. Solo che poi certi memoriali, con le lapidi tutte uguali, finiscono per fare la stessa cosa.

Un uomo bosgnacco, Ramo Osmanović, invita il figlio ad uscire dal suo nascondiglio. A obbligarlo sono i militari serbi, che poi uccideranno entrambi gli uomini

Una mostra permanente, e una temporanea, sono allestite di fronte. Entri, in un hangar, e ti gela un urlo. È quello di Ramo Osmanović, che continua a urlare per sempre.

Chiama suo figlio: «Nermin, vieni fuori, dicono che non ci faranno niente». Il figlio uscì, li ritrovarono anni dopo, abbracciati, in una fossa comune con un buco in testa. Oggi, a Sarajevo, c’è una statua che lo eterna nel gesto di portare le mani alla bocca. Ma il video – girato dal gruppo paramilitare serbo degli Scorpioni che era arrivato a Srebrenica per dar man forte nel massacro – fa un effetto diverso. Si sente la voce, tremante. Si sente che non ci crede, ma non può fare altro. Si sente che spera di sbagliarsi.

Maggio 1992 – Srebrenica

Le truppe serbo-bosniache non riescono a conquistare Srebrenica, unica città della Bosnia orientale a maggioranza musulmana.

Gennaio 1993 -Bratunac

Le truppe dei musulmani di Bosnia attaccano le cittadine a maggioranza serba di Bratunac e Kravica nel tentativo di creare un corridoio logistico.

Marzo 1993 – Srebrenica

La controffensiva serba isola Srebrenica, che diventa il rifugio dei musulmani della zona, arrivando a ospitarne 60mila. Ad aprile, viene dichiarata “zona protetta” dall’Onu, che invia un contingente militare.

Gennaio 1995 – Srebrenica

La tensione tra i residenti è sempre più alta: situazione umanitaria disastrosa, accuse all’Onu e al governo dei musulmani di Bosnia a Sarajevo di non fare abbastanza. Vengono trasferiti gli ultimi difensori militari della città.

6 luglio 1995 – Srebrenica

Senza difese militari, l’enclave musulmana si affida al contingente Onu, sotto il comando del tenente colonnello olandese Thom Karremans. Non ottiene sostegno aereo e ordina di non sparare ai serbi.

9 luglio 1995 – Srebrenica

I serbo bosniaci, non trovando resistenza, ricevono l’ordine di prendere tutta la città. Fiumi di profughi si riversano nelle strade di Srebrenica, implorando l’aiuto dell’Onu o tentando la fuga.

10 luglio 1995 – Srebrenica

La Nato tenta un bombardamento delle postazioni serbe, ma si ferma, per la scarsa visibilità e per le minacce dei serbi di assassinare i caschi blu olandesi oramai loro prigionieri.

11 luglio 1995 – Potocari

La popolazione civile è nelle mani dei militari serbi. I caschi blu evacuano, dopo aver ricevuto garanzie dai serbi, le donne vengono trasportate in autobus verso un luogo sicuro, una colonna di profughi tenta la fuga.

12 luglio 1995 – Srebrenica

Più di ottomila uomini musulmani tra i 13 e i 70 anni vengono massacrati – dal 12 al 16 luglio 1995 – e sepolti in una prima serie di fosse comuni, poi riaperte per spostare in un secondo momento i corpi in altre fosse vicine.

E poi c’è Bratunac. Con la sua storia e il primo personaggio di questo cammino. Cittadina più grande, ma non meno cupa. E a maggioranza serba, anche allora. Ha il suo, di memoriale. Che ricorda le 3.500 vittime serbe dal 1992 al 1995, secondo le autorità della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina.

La strumentalizzazione che il governo di Banja Luka, capitale della parte serba del paese, fa di queste vittime è stata a lungo denunciata e documentata da storici e analisti, ma resta una cicatrice che, secondo alcuni, portò alla resa dei conti di Srebrenica. Ecco, in particolare, questa cicatrice ha un nome. Quello di Naser Oric.

Una cicatrice di nome Naser Oric

Nato proprio a Potocari nel 1967, Oric era un poliziotto scelto e guardia del corpo del presidente serbo Slobodan Milosevic, addirittura mandato in missione in Kosovo per reprimere i moti indipendentisti degli anni Ottanta.

Allo scoppio della guerra torna a casa e diviene il comandante della difesa di Srebrenica. Anche Oric è finito di fronte al Tribunale per la ex-Jugoslavia, condannato a due anni nel giugno 2006, per non aver impedito che i suoi sottoposti commettessero crimini contro i civili serbi tra il 1992 e il 1993. A luglio 2008 è stato assolto in appello e dichiarato libero.

In prima istanza il Tribunale aveva ascoltato 82 testimoni ed esaminato 1.649 fatti probatori, ma i procuratori e la difesa avevano poi ricostruito come molte di queste testimonianze e prove fossero manipolate o false.

Rifugiati sfuggiti all'eccidio arrivano a Tuzla, a nord di Srebenica, all'indomani della strage
Rifugiati sfuggiti all’eccidio arrivano a Tuzla, a nord di Srebenica, all’indomani della strage © Jon Jones / Getty

La sua assoluzione, però, è diventata un simbolo di una giustizia che non riesce a farsi storia. Perché, si chiedono i serbi più radicali, un assassino come lui non è stato condannato? E, se lui è innocente, si domandano i serbi più moderati, perché nessuno ha pagato per le vittime serbe?

Tanti serbi sono ancora convinti che i crimini che i bosniaci musulmani hanno commesso nei villaggi intorno a Srebrenica tra 1992 e 1993 siano equiparabili al massacro di Srebrenica del 1995, e che Naser Oric ne sia il principale colpevole. Il primo punto non è sicuramente vero perché i due crimini non sono paragonabili a livello giudiziario e a livello di pianificazione. Senza contare che, secondo l’Ufficio del procuratore dell’Aia, in quella occasione il numero dei serbi morti nella zona di Srebrenica «fu gonfiato e dagli iniziali 1.400 è cresciuto a 3.500, un numero che non riflette la realtà». Il secondo punto, invece, è dubbio.

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La fonte più autorevole, il Centro per la ricerca e per la documentazione (Rdc), un ente indipendente composto da uno staff multietnico, con sede a Sarajevo, ha accertato che un totale di 119 civili e 424 soldati serbi sono morti nella zona di Bratunac. Di questi, più di un terzo (139) che i serbi hanno presentato come vittime dell’Armija (esercito della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina) in realtà ha combattuto ed è morto altrove.

Il punto è che utilizzare questi fatti, come fanno le autorità serbe di Bosnia dell’epoca e di oggi, per giustificare il genocidio di Srebrenica è inaccettabile. Ma se le comunità residenti, che in alcuni casi neanche sono coinvolte in quanto accaduto a Srebrenica, non ottengono giustizia, si genera uno stallo della memoria che rende questa storia un peso insopportabile.

Il fumo e la cenere delle case bruciate

Il rapporto delle Nazioni unite sulla caduta di Srebrenica spiega che «i serbi hanno ripetutamente esagerato sui fatti di questi attacchi da Srebrenica, come pretesto per lo scopo centrale della guerra: la creazione geograficamente unita ed etnicamente pulita della zona nella valle del fiume Drina» e prosegue denunciando «la distorta opinione di “equivalenza morale”, che, erroneamente e per troppo tempo, ha descritto la guerra in Bosnia».

Inoltre, secondo la Corte d’appello del Tribunale per la ex-Jugoslavia, «non è stato provato che Oric fosse al corrente dei crimini commessi».

Così scrive, però, Emir Suljagić: «Ogni volta che i soldati partivano con Oric a combattere, la folla di civili li seguiva, ascoltando attentamente e chiedendo in continuazione dove stessero andando. Portavano le borse, gli zaini e ogni tanto un trattore. Appena si avvicinavano al fronte la distanza tra i soldati e i civili diminuiva, spariva. Lo so, perché ci sono stato anche io. I gruppi misti di civili e soldati attaccavano il villaggio. Ore dopo, quando il fumo dalle case incendiate saliva verso il cielo, rientravamo tutti, soldati e civili… Podravanje, Fakovici, Bjelovac e Kravica (villaggi vicini a Srebrenica, ndr) tutto bruciava. Nel fumo e nella cenere delle case bruciate lasciavamo tutto quel che avevamo portato con noi: la nostra educazione, la civiltà, e la nostra convinzione che noi, bosniaci, fossimo migliori».

Suljagić è giornalista, scrittore e autore di un bestseller internazionale, Cartoline dalla Fossa, nel quale racconta la caduta della città dal suo punto di vista di interprete per l’Onu.

Nel 1991 bosniaci e i serbi di Srebrenica si misero d’accordo per non attaccarsi tra di loro, ma questo patto fu infranto dal criminale serbo Zeljko Raznatovic detto “Arkan”.

Con i suoi paramilitari attaccò e prese Srebrenica il 10 aprile 1992. Le case dei musulmani furono derubate e distrutte, i musulmani detenuti, picchiati, alcuni uccisi, le donne e gli uomini separati. All’inizio del maggio 1992, Oric e i suoi uomini riuscirono a riprendere Srebrenica.

Da allora, per tre anni, la città fu una delle poche località della Bosnia occidentale sotto il controllo dei bosniaci. A Srebrenica si ammassarono 40mila persone, tutti i bosniaci che furono costretti a scappare dalle cittadine e dai villaggi in quella zona. E, secondo l’accusa del Tribunale speciale per i crimini di guerra in Bosnia ed Erzegovina, Oric creò un regime punitivo per i serbi rimasti in città: torture, vendette, pestaggi.

Una zona grigia che avvelena

Due mesi prima dell’attacco finale dei serbi su Srebrenica, però, Naser Oric e alcuni dei suoi uomini lasciarono la città in circostanze misteriose. Questa scelta è una delle più importanti incertezze e controversie che aleggiano su Oric, accusato da alcuni concittadini, anche musulmani, di aver gestito la città come un re e di essersi arricchito in guerra. 

Nessuno ancora oggi sa perché Oric non difese la città: la versione più accreditata è che i vertici politici e militari bosgnacchi sapevano che Srebrenica era perduta; per alcuni c’era addirittura un accordo con i serbi, per altri ci avrebbe pensato l’Onu a salvare i civili.

Persone in visita al Memoriale di Srebrenica per le Vittime del Genocidio del 1995 pochi chilometri dall'omonima cittadina
Persone in visita al Memoriale di Srebrenica per le Vittime del Genocidio del 1995 pochi chilometri dall’omonima cittadina © Anadolu / Getty

Non si sa e non è stato chiarito nemmeno durante il processo a Oric, che non parla con la stampa da allora e non ha fornito una sua versione dei fatti. Per la maggioranza della popolazione bosgnacca resta un eroe, ma in questa guerra sono troppe le storie che non hanno un finale. E quella di Oric è una di quelle che ha generato la zona grigia che ha avvelenato queste terre. 

Lo sterminio pianificato dei musulmani della zona è oramai ampiamente documentato, serviva a cancellare “l’anomalia” Srebrenica, creando una zona etnicamente pura, per una futura annessione alla Serbia o comunque per stare nella repubblica dei Serbi di Bosnia. È una violenza che non può essere paragonata a quelle ai danni dei serbi. 

Le risposte che mancano, però, rendono le cicatrici di Srebrenica ancora più profonde. 

Come è possibile che la responsabilità dello sterminio di ottomila persone in 40 ore sia solo delle poco più di venti persone condannate nel 2021? Come si può pensare, pianificare, organizzare e realizzare un orrore del genere senza che migliaia di ingranaggi e di esecutori materiali abbiano funzionato all’unisono? E infine: perché nessuno delle Nazioni unite è stato chiamato a rispondere della mancata protezione alla popolazione civile di Srebrenica?

Questo si chiedono i bosgnacchi. Alcuni dei quali sono rimasti a vivere a Srebrenica anche dopo che gli accordi di Dayton del 1995 hanno diviso il Paese tra Federazione croato-musulmana e Repubblica serba. La città fa parte di quest’ultima e molti bosgnacchi incontrano ogni giorno persone sospettate di aver avuto un ruolo nel genocidio e che non sono mai state processate.

Dall’altro lato, senza che la situazione sia paragonabile, i serbi si chiedono come sia stato possibile che nessuno sia stato condannato per gli attacchi ai loro civili. I numeri finti forniti dalle autorità serbe hanno finito per non dare giustizia neanche alle vere vittime di quei crimini.

Le risposte mancano, mentre i governanti sia della Federazione croato-musulmana sia della Repubblica serba continuano a strumentalizzare la tragedia di Srebrenica sulla pelle dei civili. Quelli morti e quelli ancora vivi.