Ljubiša Beara: come si organizza un genocidio?

Sono passati trent’anni, eppure ancora oggi – nonostante anni di processi – non si è potuta ricostruire l’esatta dinamica dei fatti che a Srebrenica, dal 6 al 16 luglio 1995, portarono all’eliminazione fisica di più di ottomila persone

© Claudio Capellini

Come si organizza un genocidio? Come è possibile sterminare, in poche ore, migliaia esseri umani? Quanto si deve sparare, per farlo? Quanto hanno “lavorato”, senza staccare, autisti, carcerieri, giustizieri e coloro che scavarono le fosse comuni, per compiere e nascondere quell’orrore? E, soprattutto, al di là dei singoli e delle loro coscienze, come si pianifica tutto questo? 

Per Srebrenica, le risposte a queste domande mancano ancora. 

Sono passati trent’anni, eppure ancora oggi – nonostante decenni di processi – non si è potuta ricostruire l’esatta dinamica dei fatti che dal 6 al 16 luglio portarono all’eliminazione fisica di più di ottomila persone. Le responsabilità, almeno in parte, sì. Ma l’esatta dinamica dell’omicidio di ciascuna di quelle vittime, ancora non è mai stata accertata. E, forse, non lo sarà mai.

In Breve

Con La banalità del male, Hanna Arendt ha probabilmente scritto un “libro-mondo”, un testo insuperabile nella sua capacità di spiegare atti terribili come un genocidio. In questo saggio tra il reportage e l’analisi, racconta il processo svoltosi in Israele contro il criminale nazista Adolf Eichmann. Quello che anima il livello politico di un genocidio non è condivisibile, ma si può spiegare: dietro la demonizzazione e deumanizzazione di una categoria di esseri umani, ci sono interessi economici o geopolitici. Quello della pianificazione, dell’organizzazione e della realizzazione è però tutto un altro livello. Che pone altre domande, quelle da cui siamo partiti.

Per Srebrenica, sarebbe stato il colonnello Ljubiša Beara a poter fornire le risposte mancanti. 

L’organizzatore operativo del genocidio

Ljubiša Beara non è affatto uno dei nomi più celebri dei processi per il genocidio di Srebrenica. Quelli di Radovan Karadžić e Ratko Mladić (rispettivamente, il capo politico e il comandante militare dei serbi di Bosnia ed Erzegovina) sono noti, così come i loro volti, così come le loro colpe e le condanne che hanno subito. Ma, oltre gli addetti ai lavori e alle vittime, chi conosce Ljubiša Beara? 

Eppure, scrive Ivica Đikić, «il genocidio si è basato in larga misura sulle capacità organizzative di Beara e sul potere della sua autorità, e quindi non è stato un semplice esecutore, ma un co-creatore e il principale organizzatore operativo del genocidio». 

Una sala del memoriale di Washington DC sul genocidio di Srebrenica
Una sala del memoriale di Washington DC sul genocidio di Srebrenica © Mandel Ngan / Getty

Đikić è un giornalista che ha lavorato per testate chiave nella regione come Feral e Novosti, oltre a essere il pluripremiato sceneggiatore della serie tv cult Novine sul mondo – corrotto – del giornalismo in Croazia. A un certo punto della sua carriera, Đikić decide di provare a guardare nell’abisso di Srebrenica. Ci lavora per anni, consulta più di diecimila documenti. E scopre Beara. Da quel momento, come spiega lui stesso, ne è come ossessionato.

«È stato lui a ideare e a prendere in mano le attività chiave nell’organizzazione e nell’esecuzione del genocidio, il che significa che ha cercato coloro che avrebbero compiuto le uccisioni, ha determinato i luoghi in cui sarebbero state perpetrate, ha coordinato la mobilitazione di centinaia di autobus e camion per trasportare i prigionieri nei campi e nei luoghi delle esecuzioni e ha fornito i macchinari e gli uomini per scavare fosse comuni», racconta Đikić in un’intervista.

Nasce così il suo libro, Beara, che in italiano è tradotto con il titolo Metodo Srebrenica (Bottega Errante Edizioni, 2020) in cui si racconta chi era Beara prima di Srebrenica.

Maggio 1992 – Srebrenica

Le truppe serbo-bosniache non riescono a conquistare Srebrenica, unica città della Bosnia orientale a maggioranza musulmana.

Gennaio 1993 -Bratunac

Le truppe dei musulmani di Bosnia attaccano le cittadine a maggioranza serba di Bratunac e Kravica nel tentativo di creare un corridoio logistico.

Marzo 1993 – Srebrenica

La controffensiva serba isola Srebrenica, che diventa il rifugio dei musulmani della zona, arrivando a ospitarne 60mila. Ad aprile, viene dichiarata “zona protetta” dall’Onu, che invia un contingente militare.

Gennaio 1995 – Srebrenica

La tensione tra i residenti è sempre più alta: situazione umanitaria disastrosa, accuse all’Onu e al governo dei musulmani di Bosnia a Sarajevo di non fare abbastanza. Vengono trasferiti gli ultimi difensori militari della città.

6 luglio 1995 – Srebrenica

Senza difese militari, l’enclave musulmana si affida al contingente Onu, sotto il comando del tenente colonnello olandese Thom Karremans. Non ottiene sostegno aereo e ordina di non sparare ai serbi.

9 luglio 1995 – Srebrenica

I serbo bosniaci, non trovando resistenza, ricevono l’ordine di prendere tutta la città. Fiumi di profughi si riversano nelle strade di Srebrenica, implorando l’aiuto dell’Onu o tentando la fuga.

10 luglio 1995 – Srebrenica

La Nato tenta un bombardamento delle postazioni serbe, ma si ferma, per la scarsa visibilità e per le minacce dei serbi di assassinare i caschi blu olandesi oramai loro prigionieri.

11 luglio 1995 – Potocari

La popolazione civile è nelle mani dei militari serbi. I caschi blu evacuano, dopo aver ricevuto garanzie dai serbi, le donne vengono trasportate in autobus verso un luogo sicuro, una colonna di profughi tenta la fuga.

12 luglio 1995 – Srebrenica

Più di ottomila uomini musulmani tra i 13 e i 70 anni vengono massacrati – dal 12 al 16 luglio 1995 – e sepolti in una prima serie di fosse comuni, poi riaperte per spostare in un secondo momento i corpi in altre fosse vicine.

Nato a Sarajevo nel 1939, quando era ancora vivo quel Regno di Jugoslavia che venne poi sostituito dalla Jugoslavia socialista emersa dalla Seconda guerra mondiale, Beara fu un militare di carriera. Una carriera grigia, insignificante e, al tempo stesso, una carriera da “jugoslavo” perfetto. 

Dopo l’Accademia, viene assegnato quasi tutto il tempo a Spalato, in Croazia. Fino agli anni Novanta, Beara è un militare come migliaia. Fedele ai principi di «fratellanza e unità» sui quali il maresciallo Tito aveva edificato la Jugoslavia socialista. Se i curricula politici non erano immacolati, se non si era riconosciuti – pubblicamente e privatamente, grazie al lavoro del servizio segreto Udba – come nemici dei nazionalismi, come sostenitori dell’unità delle repubbliche, come oppositori delle divisioni etnico-confessionali, quella carriera era impossibile.

Beara fa carriera perché risulta, dalle carte dei servizi e dai rapporti su di lui, come un fiero ammiratore di Tito. Al punto che, secondo alcune note biografiche, lo si ritiene un «fanatico» ammiratore del maresciallo. Quest’ultimo, il 4 maggio 1980, muore. E lascia orfana la Jugoslavia del suo «padre-padrone». A quel punto tutto cambia. Anche Beara il quale, secondo la ricostruzione di Đikić, lentamente si avvicina a nuovi personaggi, come qualcuno che rimasto orfano ha bisogno di una nuova guida.

Il colonnello inizia a seguire pedissequamente Slobodan Milošević, che diventa presto la sua nuova guida. All’interno della Jugoslavia che andava verso la dissoluzione, Milošević fu presidente della Repubblica Socialista di Serbia dal 1989 al 1997 e poi, fino al 2000, fu il presidente della neonata Repubblica Federale di Jugoslavia (che comprendeva Serbia e Montenegro, prima dell’indipendenza anche di quest’ultimo) come leader del Partito Socialista di Serbia.

Milošević fu tra i protagonisti della stagione di sangue durante la quale avvenne il genocidio di Srebrenica. Prima, lo fece rilanciando il discorso nazionalista serbo e, poi, opponendosi alla secessione delle altre repubbliche dell’ex Jugoslavia, fino a sostenere in modo più o meno esplicito il conflitto dei serbi in Croazia e in Bosnia ed Erzegovina. Infine, lo è stato, in prima persona, durante la guerra in Kosovo tra 1998 e 1999. 

L’anno seguente verrà arrestato e, come Beara, sarà sul banco degli accusati del Tribunale penale per la ex-Jugoslavia all’Aja, e morirà in carcere prima di conoscere il verdetto finale di condanna. 

Lealtà e assenza di dubbi

Torniamo alla guerra, nel 1992. Beara è il capo della Direzione della sicurezza dell’esercito dei serbi di Bosnia. È il fedelissimo degli uomini di Milošević sul campo, Radovan Karadžić e Ratko Mladić. Secondo Đikić, Beara era coerente nel suo «desiderio di dimostrare lealtà e l’assenza di dubbi quando si trattava degli ordini e delle decisioni di coloro che considerava autorità e idoli: per lungo tempo questo fu Tito, che fu sostituito da Slobodan Milošević e infine da Ratko Mladić». 

Dalla sede centrale del governo della Repubblica Srpska (dei serbi di Bosnia), che era a Pale, Beara viene inviato nell’area di Srebrenica l’11 luglio 1995 con un solo obiettivo: organizzare e compiere il genocidio, ovvero uccidere tutti i prigionieri bosgnacchi (musulmani di Bosnia), uomini e ragazzi, scappati dalla Srebrenica assediata.

Come lo sappiamo questo? Dall’atto di accusa della procuratrice Carla Del Ponte, che a L’Aja ha guidato il processo contro Beara e ne ha chiesto e ottenuto la condanna.

«L’8 marzo 1995, il Comando Supremo delle Forze Armate della Republika Srpska emanò la Direttiva Operativa 07. In questa Direttiva, il Presidente della Republika Srpska, Radovan Karadžić, ordinò […] in particolare al Corpo VRS Drina di completare al più presto la separazione fisica delle enclave di Srebrenica e Zepa, impedendo persino la comunicazione tra le persone tra le due enclave», scrive Del Ponte. L’obiettivo dell’operazione, continua il documento, era «attraverso operazioni di combattimento pianificate e ben congegnate, creare una situazione insostenibile di totale insicurezza, senza alcuna speranza di ulteriore sopravvivenza o vita per gli abitanti di Srebrenica o Zepa». 

La persona incaricata, e inviata sul posto, per monitorare che quella direttiva venisse applicata era Beara. Di lui, Del Ponte scrive ancora che «possedeva l’intento criminale e lo stato d’animo necessari per commettere i singoli reati contestati» e che «ha commesso, pianificato, istigato, ordinato e altrimenti aiutato e favorito genocidio, crimini contro l’umanità e omicidio come violazione delle leggi o degli usi di guerra».

La ricostruzione del Tribunale penale per la ex-Jugoslavia all’Aja lo inchioda. Nonostante a Srebrenica, nei giorni del genocidio, fossero presenti anche altri alti ufficiali dell’esercito dei serbi di Bosnia e molti di questi, compreso il generale Mladić, abbiano preso parte al massacro, solo Beara e i suoi sottoposti avevano come unico ed esclusivo compito l’organizzazione dell’uccisione di massa dei prigionieri bosgnacchi. «Questa è una delle motivazioni principali che mi hanno portato a far diventare Ljubiša Beara il personaggio centrale del mio romanzo documentaristico sul genocidio di Srebrenica», spiega ancora il giornalista Đikić.

Un imputato esemplare, e paradigmatico

Il comportamento di Beara durante il processo, conclusosi all’Aja nel 2010, fu esemplare. Nel senso che Beara non ha mai assunto atteggiamenti aggressivi, come altri imputati, né ha mai lanciato proclami politici, come hanno fatto altri. C’è chi si è addirittura tolto la vita in diretta, come il generale croato Slobodan Praljak. Beara no. Ha ascoltato i procuratori e i testimoni, che raccontavano come lui avesse supervisionato la decapitazione di un centinaio di uomini e ragazzi, lo scavo di fosse comuni, l’illuminazione delle zone di uccisione in modo che i plotoni di esecuzione potessero eseguire le esecuzioni di notte. Oppure mentre spiegavano come avesse organizzato i turni degli autisti per i trasporti e avesse risolto i problemi quando un bulldozer si rompeva. Una grigia burocrazia della morte.

Beara ascoltava, in silenzio, toccandosi ogni tanto gli occhiali da ragioniere che ha portato per tutte le udienze. La sua figura sul banco degli imputati si riesce a collegare a fatica a quella descritta da alcuni testimoni del massacro: un uomo, avvolto da una nuvola di fumo e circondato da bottiglie di grappa, curvo su un tavolo, a organizzare tra mille difficoltà e notti insonni i movimenti di almeno mille persone direttamente coinvolte, o comunque a conoscenza, nella mattanza.

A legare Beara e tutti questi uomini, una congiura del silenzio. A scalfirlo furono i satelliti, le cui immagini divennero decisive nello scovare le aree di terra smossa dove i malcapitati erano stati inghiottiti. Queste prime prove, molto lentamente, riuscirono a scucire qualche bocca e la verità riemersero a poco a poco. Ecco, non da Beara. Che non ha fatto dichiarazioni roboanti, ma soprattutto non ha mai fatto i nomi dei suoi sottoposti coinvolti nello sterminio. Interveniva, a bassa voce, solo per correggere inesattezze tecniche, burocratiche, di ore o di giorni. Come se solo quello contasse, come se solo la sua efficienza e la sua fedeltà andassero difese.

Beara porta con sé alcune delle risposte che mancano nell’orribile vicenda di Srebrenica. 

Una donna bosniaco musulmano osserva il processo contro Radovan Karadzic ag agosto 2008
Una donna bosniaco musulmano osserva il processo contro Radovan Karadzic ag agosto 2008 © Elvis Barukcic / Getty

Perché, se spesso nella storia si tende, anche in modo populistico, a dire che «pagano solo i pesci piccoli», quello di Srebrenica è un canone inverso. Hanno pagato le alte sfere, ma la macchina di morte di quei giorni tragici si è nutrita di tante, troppe comparse che non sono state né processate né condannate. 

Eichmann per Arendt diventa il paradigma di quella banalità del male che, in un certo momento, rende dei grigi funzionari capaci di orrori senza fine. Allo stesso modo, Beara per Đikić è il paradigma di quel processo che ha portato centinaia di migliaia di “jugoslavi” come il colonnello a perdere l’anima, prendendo le armi contro coloro con cui avevano condiviso l’ufficio e il vicinato, la squadra di basket e il servizio militare

Ancor di più, però, Beara è un simbolo delle risposte mai trovate nei trent’anni trascorsi dal genocidio di Srebrenica. Anche a causa del suo silenzio, ancora oggi, mancano all’appello dei condannati molti di coloro che hanno preso parte a quel massacro. I loro nomi non si sanno. Li conoscono solo i sopravvissuti o i parenti delle vittime che, se sono rimasti a vivere in quella zona, sono costretti a incontrarli ogni giorno.

Argomenti correlati