Il buio oltre la bodycam

Otto spari, un fischio, poi niente. Le immagini di una telecamera indossata da un carabiniere lasciano dubbi su quello che per la giustizia italiana è il suicidio di Simone Mattarelli. E su come è regolamentato, anche oggi, l’uso delle bodycam

© Stefano Vergine

La notte del 3 gennaio 2021, il 28enne Simone Mattarelli sale in macchina nonostante il lockdown. Incrocia un posto di blocco e non si ferma. I carabinieri partono all’inseguimento: la caccia all’uomo dura tre ore e coinvolge sei volanti dei carabinieri nelle province di Milano, Como, Varese e Monza. «Se mi prendono mi ammazzano – dice al telefono Simone Mattarelli al padre –, li ho fatti troppo incazzare». Durante l’inseguimento, due volanti finiscono fuoristrada: una speronata da Mattarelli, un’altra dopo aver preso un dosso a grande velocità.

Qualche ora più tardi, Simone Mattarelli viene trovato morto all’interno di un capannone di una fabbrica di vetro di Origgio, in provincia di Varese. Ha una cintura intorno al collo, come se si fosse impiccato. L’avvocata della famiglia Roberta Minotti nota che qualcosa non quadra e chiede l’autopsia: i piedi toccano terra, il suicidio sembra una messa in scena.

Il 15 marzo 2021, dopo due mesi di indagini, la procura chiede al tribunale di Busto Arsizio di archiviare il caso in quanto si sarebbe trattato di suicidio indotto dalla fine dell’effetto eccitante della cocaina che Mattarelli aveva assunto prima di mettersi alla guida.

Per due volte, il tribunale di Busto Arsizio considera questa la verità giudiziaria. Eppure, come racconta il giornalista d’inchiesta Stefano Vergine nel podcast Simone, la famiglia Mattarelli continua a esprimere dubbi sia sulle conclusioni delle perizie medico-legali disposte dalla procura sia sul modo in cui sono state condotte le indagini.

In Breve

Tra le prove raccolte nel corso di queste ultime, ci sono anche i filmati di una bodycam indossata da uno dei militari in servizio quella notte. Questi strumenti sono in dotazione all’Arma dal 2019 per documentare gli interventi operativi.

Il loro impiego, però, è del tutto discrezionale: il momento in cui vengono attivate, per quanto tempo e in quali circostanze sono fattori che dipendono in parte dalla volontà di chi le indossa, in parte da chi sta più in alto nella catena di comando. Questa discrezionalità pesa anche sulle indagini di un caso come quello di Simone Mattarelli.

Simone è un podcast in sei puntate che indaga le cause della morte di Simone Mattarelli, un gommista brianzolo di 28 anni. Scritto e prodotto da Stefano Vergine

Il buio dopo le 2:45

Come raccontato nel podcast Simone, un carabiniere accende la bodycam in dotazione documentando parte dell’inseguimento in macchina e il momento in cui, insieme al collega, scende dalla volante per correre dietro a Mattarelli. Il ragazzo sta fuggendo a piedi verso un bosco, dopo che la sua auto si è impantanata.

La registrazione comincia alle 2:18 del 3 gennaio 2021. «Non sappiamo perché abbia acceso la bodycam in quel momento – spiega a IrpiMedia l’avvocata della famiglia Mattarelli, Barbara Minotti –. Potrebbe non averci pensato prima perché era alla guida dell’auto dei carabinieri durante l’inseguimento».

Di quei momenti, continua l’avvocata, «abbiamo potuto ascoltare sia ciò che il carabiniere dice al collega in macchina sia le comunicazioni che dà alla centrale operativa».

Stando alle registrazioni della bodycam pubblicate dal giornalista Stefano Vergine nel suo podcast, i carabinieri scendono dalla volante alle 2:35 e rincorrono Mattarelli facendosi luce con una torcia: il terreno intorno è completamente ricoperto di neve.

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«Ti devo trovare, figlio di puttana», dice il carabiniere con la bodycam. Si sentono poi otto colpi di pistola sparati dal collega per indurre Mattarelli a fermarsi.

Alle 2:45 la bodycam registra un fischio. Dalla ricostruzione di Vergine, potrebbe essere un segnale: il carabiniere con la bodycam, infatti, si volta verso il collega che l’ha chiamato e interrompe la registrazione. Da allora le ricerche sono concluse per i carabinieri, anche se il cadavere di Mattarelli è stato trovato solo dopo: «Sarebbe stato utile avere la registrazione di quel momento perché probabilmente c’è dell’altro che avremmo potuto sapere – commenta l’avvocata della famiglia Mattarelli –. Finire le ricerche e spegnere la bodycam subito dopo l’inizio dell’inseguimento a piedi appare strano». 

La bodycam del carabiniere è un dispositivo che appartiene al «sistema C-Cam», scrivono i carabinieri nel verbale depositato nel fascicolo d’indagine. Il sistema è composto da bodycam, computer personali e postazioni dove effettuare il download e il salvataggio delle registrazioni. 

Il sistema C-Cam, che include un numero non precisato di telecamere indossabili, è fornito all’Arma da Intellitronika srl, azienda fondata a Roma nel 2010 che si è aggiudicata a dicembre 2019 l’appalto con un’offerta da poco più di 140mila euro.

Prima di allora le bodycam erano state utilizzate solo da alcuni reparti antisommossa della polizia di Stato nell’ambito di una «sperimentazione» di cui il Viminale non ha mai condiviso dettagli, come successo al momento dell’introduzione dell’arma a impulsi elettrici in Italia.

Breve storia delle bodycam in Italia

Secondo la legale della famiglia Mattarelli, nonostante la loro breve durata, le immagini riprese dalla bodycam appartenenti al sistema C-Cam hanno comunque permesso di scoprire «elementi importanti» della vicenda, come il fatto che si siano perse le tracce della giacca con cui Simone era uscito quella notte.

La famiglia, insieme all’avvocata Minotti, cerca da tempo di riaprire il caso, convinta che non si tratti di un suicidio ma di qualcos’altro, compresa l’ipotesi di un possibile abuso da parte degli agenti dell’Arma.

Quante sono le bodycam in uso attualmente

Polizia di Stato

Organico complessivo

97.931

di cui nei reparti mobili

5.588

con bodycam prima del
decreto sicurezza 2026

700

Carabinieri

Organico complessivo

109.972

di cui nella 1° Brigata mobile

4.000

con bodycam prima del
decreto sicurezza 2026

300*

In Italia, il termine “reparti mobili” si riferisce alle unità antisommossa dedicate principalmente all’ordine pubblico. L’omologo dei reparti mobili per l’Arma dei carabinieri è la 1° Brigata mobile. Il controllo quotidiano del territorio è affidato invece a reparti diversi.

IrpiData | Dati: Siap; *stime IrpiMedia

Telecamera accesa o telecamera spenta?

Da quanto IrpiMedia ha potuto ricostruire, nell’anno in cui si è svolta la vicenda Mattarelli non esistevano modalità precise per l’utilizzo delle videocamere indossabili da parte dell’Arma dei carabinieri.

Il ministero dell’Interno, l’istituzione che attraverso il Dipartimento della pubblica sicurezza coordina le attività che tutelano l’incolumità dei cittadini, si è espresso sulle bodycam solo in anni successivi, con circolari e linee guida che vanno applicate da tutti gli attori coinvolti nella gestione della pubblica sicurezza: sia la polizia di Stato – che dipende proprio dal Viminale – sia l’Arma dei carabinieri, che dipende gerarchicamente dal ministero della Difesa ma svolge funzioni di pubblica sicurezza sotto il coordinamento del Viminale. 

Un estratto di un video di presentazione delle tecnologie a disposizione dei carabinieri, presentate a Parigi in occasione della fiera sui prodotti di sicurezza Milipol
Un estratto di un video di presentazione delle tecnologie a disposizione dei carabinieri, presentate a Parigi in occasione della fiera sui prodotti di sicurezza Milipol © Arma dei Carabinieri / YouTube

La prima di una serie di circolari del ministero dell’Interno risale al 2022 ed è firmata dall’allora capo della polizia Lamberto Giannini. Definisce le bodycam come «strumento di documentazione degli accadimenti e, nel contempo, di tutela del personale operante». 

Nella premessa, la circolare sottolinea che durante «eventi di rilievo e/o rischio» è importante mettere in funzione «una puntuale ed efficace attività di documentazione video-fotografica», allo scopo «probatorio» e di «comunicazione istituzionale». Quindi le bodycam vanno accese durante quelle che vengono definite «fasi critiche» di questi eventi oppure «situazioni di criticità» previste «nel corso del servizio di ordine pubblico». 

La comprensione della situazione sul campo e la conseguente decisione finale in merito a telecamera accesa oppure no è in capo all’ufficiale di pubblica sicurezza, ovvero il funzionario di polizia o dei carabinieri a cui spetta il compito di gestire l’ordine pubblico.

Ci sono però condizioni di «urgente necessità» in cui gli operatori che indossano le telecamere, chiamati «Capo contingente» o «Capo/Comandante di squadra» nella circolare, possono decidere di accenderle in autonomia, salvo avvisare «appena possibile» il loro superiore. «La registrazione – continua poi la circolare – dovrà essere interrotta quando venga meno la necessità di documentare gli eventi», su valutazione sempre dell’ufficiale di pubblica sicurezza o, nel caso in cui non potesse, degli operatori che la indossano. 

In allegato alla circolare, il Dipartimento di pubblica sicurezza ha elaborato anche delle linee guida dove ci sono, tra le varie, indicazioni su come scaricare e conservare il materiale registrato. «Al rientro dal servizio – si legge – gli operatori che hanno ricevuto la videocamera la restituiscono al personale», diverso a seconda che si tratti di polizia o carabinieri.

In entrambi i casi, i dati registrati vengono poi «cancellati automaticamente (dalla bodycam, ndr) e trasferiti nel dispositivo di memorizzazione (Nas) del reparto mobile». Il Nas, acronimo di Network attached storage, è un archivio digitale collegato alla rete locale in cui sono salvati i file delle registrazioni, accessibili poi in caso di un’attività di indagine.

Nelle linee guida è specificato che, in caso di registrazione accidentale, l’ufficiale di pubblica sicurezza può disporre l’immediata eliminazione del girato, omettendo però di chiarire in base a quali parametri oggettivi si stabilisca se una registrazione è avvenuta per errore. Non è previsto quindi l’intervento di un’autorità indipendente che possa definire se la situazione ripresa fosse davvero irrilevante.

Le circolari ministeriali successive alla prima di gennaio 2022 hanno stabilito che la bodycam debba essere abbinata all’operatore che la indossa attraverso un numero inserito all’interno di un registro ufficiale ma non hanno chiarito dove debba essere collocato fisicamente o digitalmente, a chi ne spetti l’accesso e chi ne sia il garante ultimo contro eventuali manomissioni.

Ai fini della tracciabilità, è previsto inoltre che ogni ripresa contenga data, ora, identificativo della videocamera e, se presenti, le coordinate gps del luogo in cui è avvenuta la registrazione ma anche in questo caso le direttive del ministero dell’Interno non esplicitano in alcun modo da cosa dipenda la presenza o assenza della geolocalizzazione.

Il garante della privacy: non sono possibili registrazioni continue né il riconoscimento facciale

Il garante della privacy si è espresso per la prima volta sul tema dei dati personali raccolti dalle bodycam ancora prima del Viminale, nel 2021. Attraverso due provvedimenti – uno in risposta alle richieste del ministero dell’Interno, l’altro del Comando generale dei carabinieri – l’autorità ha stabilito che l’attivazione dei dispositivi è possibile «solo in situazioni concrete e reali di pericolo di turbamento dell’ordine e della sicurezza pubblica», senza definire più chiaramente cosa intenda.

Questo implica che per il garante non siano consentite registrazioni continue, né tantomeno di episodi che non possono essere considerati critici o di pericolo. Nel provvedimento di risposta alle richieste della polizia, il garante aggiunge inoltre che dovrà essere specificato che la bodycam «non integra dispositivi tecnici specifici diretti a consentire l’identificazione univoca o l’autenticazione di una persona fisica», cioè le sue immagini non possono essere lette da strumenti che permettono il riconoscimento facciale.

Entrambi i pronunciamenti del garante stabiliscono la soglia di sei mesi come tempo massimo di conservazione delle immagini, salvo possibili proroghe nel caso in cui servano a un’indagine. Entrambi prevedono anche una procedura tracciabile per la cancellazione delle registrazioni accidentali.

A garanzia di chi?

Quindi, riassumendo, le bodycam sono ritenute sia dal Viminale sia dal garante della privacy strumenti utili ai fini dello svolgimento di indagini e a tutela dell’ordine pubblico, compresa l’incolumità degli stessi operatori di pubblica sicurezza.

Le indicazioni su come usarle, però, lasciano agli operatori un ampio margine di discrezione in merito a cosa sia «critico» oppure «urgente», ma il garante della privacy ha stabilito chiaramente che la telecamera non può restare accesa per tutto il servizio né riprendere episodi che vanno al di fuori delle «situazioni critiche».

Già nel 2016, cinque anni prima che il dibattito si aprisse in Italia, l’università di Cambridge, nel Regno Unito, ha pubblicato uno studio sull’uso delle telecamere da parte degli agenti di polizia e sugli impatti della tecnologia per contenere i casi di uso eccessivo della forza da parte degli agenti.

La ricerca, condotta grazie alla collaborazione di diversi commissariati di polizia del Regno Unito, ha stabilito che quando le pattuglie hanno acceso la telecamera appena iniziato il servizio, dichiarandolo anche ai propri interlocutori, l’uso della forza è diminuito del 37%. Al contrario, quando l’accensione e l’utilizzo della telecamera indossata sono dipesi dalla discrezionalità degli agenti, gli episodi in cui è stato necessario utilizzare la forza sono aumentati del 71%.

Quindi, riassumono gli autori nelle conclusioni, le bodycam «possono agire come deterrente all’uso della forza da parte della polizia e/o dissuadere i sospettati dall’istigare scontri violenti solo in situazioni in cui la polizia rinuncia a una certa discrezionalità nell’attivazione dei dispositivi». 

Che l’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine sia un problema anche in Italia, lo ha stabilito nell’aprile 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato lo Stato italiano dopo aver stabilito che le violenze commesse dalle forze dell’ordine alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto nel luglio 2001 costituivano tortura. In quel momento in Italia non esisteva un reato specifico, introdotto poi nel 2017. 

I sindacati di polizia Siulp, Sap e Coisp, supportati politicamente dal centrodestra, ritenevano che una formulazione troppo ampia del reato potesse esporre gli agenti a false accuse e denunce strumentali. È in quel contesto che l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano ha previsto la sperimentazione di bodycam in alcune città, con il principale scopo di tutelare gli agenti. 

È però il governo Meloni a sancire definitivamente l’introduzione delle bodycam nella dotazione delle forze dell’ordine. L’ultimo decreto sicurezza, approvato a gennaio del 2026, all’articolo 21 introduce dispositivi «idonei a registrare l’attività operativa (delle forze dell’ordine, ndr) e il suo svolgimento».

La spesa per le casse dello Stato nei prossimi anni sarà crescente, fino ad arrivare a 10 milioni di euro nel 2027, e verrà ripartita tra polizia di Stato, carabinieri (a cui è assegnata la somma più alta, tra i 2 e i 4 milioni e mezzo di euro in due anni) e guardia di finanza.

La dotazione di bodycam dopo il decreto sicurezza del 2026

A seguito del decreto sicurezza del governo Meloni approvato nel 2026, quasi ogni agente e ogni militare delle unità antisommossa di Polizia e Carabinieri sarà dotato di una bodycam

Polizia di Stato

Agenti con bodycam prima del
decreto sicurezza 2026

700

Agenti con bodycam dopo il
decreto sicurezza 2026

 6.000 

Reparti mobili, volanti,
controllo ferroviario

Carabinieri

Militari con bodycam prima del
decreto sicurezza 2026

300*

Militari con bodycam dopo il
decreto sicurezza 2026

 2.160 

Brigata mobile,
reparti territoriali

IrpiData | Dati: Siap; *stime IrpiMedia

Al termine della conferenza stampa convocata dopo il Consiglio dei ministri in cui è stato introdotto il primo decreto sicurezza, il 4 aprile 2025, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva già parlato di bodycam ritenendole «molto ambite, molto attese, molto richieste dal personale delle forze di polizia». Il ministro aveva poi sottolineato la «vocazione alla trasparenza delle forze di polizia, che intendono documentare le situazioni più critiche in cui si trovano ad operare».

Nel momento dell’approvazione del disegno di legge sulla sicurezza, a settembre 2024, molti sindacati delle forze dell’ordine avevano già commentato positivamente la proposta del governo. «Grazie all’imparzialità di uno strumento tecnologico quale la bodycam, sarà più immediato poter dimostrare la serietà, la professionalità e l’abnegazione dei nostri operatori, e fugare qualsiasi dubbio su eventuali criticità operative», aveva dichiarato ad esempio Felice Romano, segretario generale del Siulp.

C’è però da considerare anche l’altro lato della medaglia, cioè i casi in cui a usare illegalmente la propria autorità sono le forze di pubblica sicurezza. Il Consiglio d’Europa e l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Ocse) da anni raccomandano anche all’Italia l’introduzione di codici identificativi e non solo l’utilizzo delle bodycam per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico.

A queste richieste si aggiungono quelle della società civile: Amnesty International Italia, esprimendo il proprio parere sull’allora disegno di legge sicurezza in una memoria depositata in Senato nel 2024, rifiuta l’idea che le bodycam sostituiscano i codici identificativi.

Lo strumento, dicono, deve essere «a garanzia dei cittadini e delle stesse forze di polizia». «Se (le bodycam, ndr) devono essere un ausilio alla ricostruzione di alcuni fatti, devono avere delle regole di ingaggio molto chiare – dichiara Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone a IrpiMedia – che siano decise dall’autorità giudiziaria, e non dalla polizia».

«Non possiamo mettere i diritti delle persone nelle mani di una ricostruzione fatta senza regole. Che forze dell’ordine vogliamo? – conclude Gonnella – se l’idea è quella di un operatore di cui i cittadini si possono fidare, allora lo Stato deve rendere possibile questa fiducia attraverso la trasparenza e la tracciabilità delle azioni che compie».

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