La ventennale storia dell’acciaieria del Myanmar «con tecnologia italiana»

L’azienda metallurgica Danieli nega ogni coinvolgimento con il rilancio del settore siderurgico nel Paese da parte della giunta militare. Gli oppositori temono l’indipendenza che potrebbe ottenere il regime nella produzione di armi

© Google Earth

Lo scorso 28 marzo un terremoto di magnitudo 7,7 ha colpito l’area centrale del Myanmar, con epicentro poco fuori la città di Mandalay. Le immagini mostrano edifici ridotti a cumuli di mattoni, case in assi di legno divelte, pagode spezzate e accasciate al suolo. Le Nazioni Unite hanno stimato che i morti sono stati 3.800 e i feriti oltre 5.000.

La catastrofe naturale si è aggiunta a un contesto già precario. Nel Paese, infatti, imperversa una guerra civile da oltre quattro anni: nel febbraio 2021 il generale Min Aung Hlaing, capo dell’esercito birmano, ha spodestato il partito della leader democratica Aung San Suu Kyi, fresco della vittoria alle elezioni dell’anno precedente. Dopo il terremoto di quest’anno, diversi media internazionali hanno accusato la giunta militare di bloccare gli aiuti umanitari. A peggiorare la situazione, pochi giorni dopo la fine delle scosse, l’esercito birmano – conosciuto con il nome di Tatmadaw – ha ripreso i bombardamenti aerei nelle zone contese con vari gruppi ribelli.

In Breve

Alcune organizzazioni umanitarie presenti nella zona, tra cui l’italiana Cesvi, hanno prestato soccorso alla popolazione colpita dal terremoto. A fine aprile è arrivato anche l’aiuto di Danieli, multinazionale leader nella produzione di impianti siderurgici con sede a Buttrio, in provincia di Udine. L’azienda italiana ha dichiarato di aver donato 48mila euro a Cesvi per la fornitura, tra le altre cose, di kit medici, cibo e acqua pulita.

Nella stessa regione in cui è avvenuto il terremoto – tra le pianure centrali bagnate dal maggiore fiume birmano, l’Irrawaddy – si trova l’acciaieria statale di Myingyan. Produce bobine, lastre e barre di metallo grazie a impianti e tecnologia forniti proprio dalle società del gruppo Danieli di Udine. Attualmente la produzione è sospesa a causa dei danni causati dal terremoto ma, seppur incompleta, l’acciaieria stava già producendo diverse migliaia di tonnellate di acciaio, almeno dal 2023.

Secondo un report dello Special advisory council for Myanmar (Sac-M), un gruppo indipendente fondato da tre ex esperti delle Nazioni Unite dopo il colpo di Stato in Myanmar del 2021, impianti locali per la produzione di ferro e acciaio come Myingyan sono stati fondamentali nel rendere la giunta «autosufficiente» nella produzione di armi e munizioni necessarie a combattere i gruppi ribelli. 

Rispondendo alle domande di IrpiMedia, la società ha puntualizzato che «la Danieli SpA con sede in Italia che ha fatto la donazione post terremoto non ha avuto rapporti con clienti in Myanmar dal 2013».

Quanto è coinvolta Danieli? 

Il progetto dell’acciaieria di Myingyan è cominciato nel 2004, ai tempi del governo militare del generale Than Shwe. Danieli è stata coinvolta fin dall’inizio, come partner. La realizzazione dell’impianto avrebbe dovuto attraversare tre diverse fasi, ma il percorso è stato una corsa a ostacoli a causa di problemi economici e differenze di priorità tra i diversi governi militari e democratici che si sono susseguiti nella storia recente del Myanmar. 

Nel 2012, a seguito di una serie di riforme e di aperture alla democrazia culminate con la vittoria elettorale della National democratic league (Ndl), l’impianto è stato assegnato in gestione a una nuova società statale sotto la guida del ministero dell’Industria. Danieli è rimasta nel progetto come fornitore di tecnologia e di macchinari. Cinque anni dopo, l’impianto è stato chiuso a causa delle crescenti perdite economiche. L’acciaieria ha finito per indebitarsi anche con banche di sviluppo nazionali e internazionali che avevano prestato denaro per la sua realizzazione. 

Nel 2020, il governo del Myanmar ha progettato un piano per far ripartire la produzione e cominciare a pagare i debiti dell’impianto, anche grazie al contributo di partner privati. Tra le cinque società con le quali aprire nuove joint venture non compare, all’epoca, la Danieli. Poi però nel febbraio 2021 c’è stato il colpo di Stato che ha portato di nuovo al governo una giunta militare. L’Unione europea ha così deciso di sanzionare i 29 esponenti dell’esercito responsabili del golpe: figure come Min Aung Hlaing, comandante in capo delle forze armate, e Soe Win, secondo in comando, sono stati tra i primi bersagli delle sanzioni.

Intanto, la giunta militare ha continuato a portare avanti i suoi grandi progetti per Myingyan sostenendo che diventerà «il centro principale per lo sviluppo del settore metallurgico in Myanmar», ha affermato il capo della giunta militare in persona, generale Min Aung Hlaing, durante un discorso tenuto proprio dentro lo stabilimento statale nel gennaio 2022. A pieno regime, la fabbrica dovrebbe produrre 400mila tonnellate di ferro e acciaio ogni anno per il governo militare del Myanmar. 

IrpiMedia ha ottenuto una bozza di accordo risalente alla fine di ottobre del 2023 tra la società pubblica birmana che ha in gestione l’impianto, la N.1 Heavy Industries, e Danieli. Nel documento si parla di una serie di lavori svolti dall’azienda friulana tra il 2014 e il 2017 ancora da liquidare.

Ascolta il podcast di Newsroom

Danieli, rispondendo alle domande di IrpiMedia, ha sottolineato che la N.1 Heavy Industries «ha cambiato proprietario negli anni e per quanto ci risulta la società non era sanzionata dalla Ue nel periodo in cui abbiamo operato», cioè dal 2014 al 2017. Infatti il ministro Charlie Than, che ne è responsabile, è sotto sanzione Ue dal febbraio del 2022 in quanto «come ministro dell’Industria ha il controllo delle fabbriche statali, e così contribuisce a soddisfare le esigenze finanziarie del regime», si legge nella decisione del Consiglio dell’Unione europea. Contattato da IrpiMedia, il Ministero birmano non ha risposto.

Nel documento in possesso di IrpiMedia l’ammontare del debito del governo del Myanmar con Danieli è quantificato in 86 milioni di euro ma l’azienda ha specificato che i crediti «risultano molto inferiori al valore indicato e non abbiamo svolto altre attività da cui derivino nuovi crediti».

Quindi, secondo Danieli, i rapporti esistenti con la giunta militare del Myanmar sono solo legati a vecchi contratti che il Paese non ha mai finito di pagare. Rapporti che per questo motivo non avrebbero alcuna attinenza con le ultime sanzioni che hanno fatto seguito alla presa di potere della giunta militare, in quanto la società non avrebbe alcun ruolo attivo nella ripresa dell’industria siderurgica programmato dai golpisti e poi interrotto a causa del terremoto.

L’area dove sorge la fabbrica di Myingyan vista dal satellite nel 2009 e nel 2025 © Google Earth

Per la ripresa dell’attività siderurgiche, il governo militare ha programmato una serie di interventi descritti all’interno di alcuni documenti. Uno di questi è una relazione tecnica definita nei comunicati disponibili sul sito del ministero dell’Informazione birmano «Danieli Technical Report». L’azienda, rispondendo a IrpiMedia, ha spiegato che il report è «legato alle attività necessarie per il ripristino dell’acciaieria di Myingyan». Ha poi aggiunto che «il rapporto tecnico è stato consegnato al cliente (cioè la N.1 Heavy Industries, ndr) senza il coinvolgimento di Danieli che non ha né commissionato questo lavoro né pagato chi lo ha redatto». A Danieli non risultano nemmeno tempistiche previste per il completamento dell’impianto. 

I comunicati del governo birmano in cui si fa riferimento al «completamento delle informazioni nel Danieli Technical Report» non riguardano però Myingyan ma una seconda acciaieria in Myanmar, quella di Pang Pet, che come Myingyan ha bisogno di essere completata e riportata in funzione.

L’ong Pa-O youth organization (Pyo) già nel 2009 indicava in un report Danieli tra le società coinvolte nella costruzione, a quel tempo, dell’impianto. Si trova a circa 300 chilometri a est di Myingyan, tra le verdi montagne dello Stato birmano dello Shan e oggi è sviluppata da una società russa, la Tyazhpromexport, che è una controllata del colosso Rostec, fornitore di armi alla giunta militare e sotto sanzione in Ue per il ruolo nella guerra in Ucraina.

L’impianto sorge vicino a una miniera a cielo aperto che rifornirà Pang Pet con minerali per la produzione di ferro. Da qui il metallo verrà trasportato, grazie a una nuova ferrovia inaugurata nel 2023 dal generale Min Aung Hlaing, proprio verso il complesso di Myingyan, dove sarà convertito in acciaio. La fabbrica, secondo i militari, sarà operativa a novembre 2026. Così, il governo militare potrà contare su una produzione di 200mila tonnellate annue di ferro grezzo, che alimenterà l’acciaieria di Myingyan, pianificata per produrre circa 400mila tonnellate di acciaio senza dover ricorrere a costose importazioni.

Secondo gruppi che sostengono l’opposizione democratica in Myanmar, come la testata MyanmarNow, Danieli svolgerebbe anche sotto il regime militare un ruolo importante nel progetto di ripristino dell’industria siderurgica birmana. Tra le prove a sostegno di quest’ipotesi, una delle principali è una foto pubblicata da un media governativo il 2 giugno del 2023. Si vedono degli impiegati di Danieli che ricevono un omaggio. Dietro campeggia la scritta «No. (1) Steel Mill». Nella didascalia si legge che il leader della giunta Min Aung Hlaing «ha portato una cesta di frutta agli esperti stranieri che prestano servizio nello stabilimento». 

La voce degli oppositori ai militari

Chris Sidoti, avvocato specializzato in diritti umani che in passato ha lavorato per la missione delle Nazioni Unite in Myanmar sul genocidio dell’etnia Rohingya perpetrato dall’esercito birmano, in un’intervista con IrpiMedia dichiara: «Se Danieli ha fornito equipaggiamenti o supporto tecnico all’industria metallurgica in Myanmar dopo il colpo di Stato vuol dire che ha contribuito attivamente al rafforzamento dell’esercito del regime […] quindi sta andando contro le sanzioni imposte dall’Unione europea». 

L’avvocato è anche fondatore del Sac-M, un’ong composta da esperti provenienti dalle Nazioni Unite. «Ogni contratto con il governo birmano precedente al 2021 – spiega – non può essere portato a termine ora, perché non ci sono obblighi con il regime. La giunta militare non è il governo legittimo del Myanmar e non può essere considerato né giuridicamente né de facto come il governo birmano. È solamente una dittatura». «Qualsiasi forma di assistenza tecnica fornita dopo il colpo di Stato del febbraio 2021 nelle operazioni di industrie pesanti in aree controllate dall’esercito birmano equivale a supportare le attività militari e costituirebbe un atto di complicità nei crimini di guerra perpetrati dal Tatmadaw, soprattutto in relazione alle attività nel settore metallurgico», conclude.

Secondo il Sac-M, il governo militare ha cercato di rendersi indipendente nella produzione delle armi proprio attraverso lo sviluppo di questo tipo di fabbriche statali, che garantiscono i componenti fondamentali. Una volta ottenuti i materiali, la fabbricazione avviene nelle cosiddette Karkweye Pyitsee Setyone (KaPaSa), gestite dal Direttorato delle industrie della difesa. Si tratta di fabbriche dell’industria della difesa progettate negli anni ’50 – anche con il supporto di Paesi come l’Italia – inizialmente con linee di produzione diversificate, salvo poi specializzarsi nella creazione di componenti fondamentali per gli armamenti.

Oggi le KaPaSa garantiscono alla giunta una produzione domestica di pistole, fucili d’assalto e da cecchino, mitragliatrici pesanti, mortai e sistemi lanciamissili, oltre a munizioni e bombe. Tutte armi impiegate dall’esercito birmano contro le forze ribelli e i villaggi di civili. Ecco perché chi si oppone al regime militare è particolarmente preoccupato per un eventuale supporto all’industria siderurgica da esperti e tecnici stranieri.

Per quanto l’impianto di Myingyan sia di per sé fuori dalle sanzioni, come la società che lo controlla, la fornitura di tecnologia e macchinari da quando è gestito dalla giunta militare potrebbe comunque essere interpretata come una possibile evasione della lista nera europea. Infatti, secondo una fonte diplomatica esperta del tema, le sanzioni europee contengono una clausola di consequenzialità: se un’azienda o una persona vengono sanzionate, allora anche le entità sotto il loro controllo sono da considerarsi tali. Nel caso di Charlie Than, ministro dell’Industria da cui dipendono le fabbriche statali, l’impianto di Myingyan ricadrebbe sotto questa clausola. 

Secondo Yadanar Maung, portavoce dell’ong Justice for Myanmar (Jfm), le sanzioni dell’Unione europea non sono riuscite a bloccare le attività economiche che sostengono la giunta militare. «Danieli ne è un esempio calzante. L’industria siderurgica è una fonte di entrate per la giunta ed è anche profondamente strategica, poiché l’acciaio è necessario per la produzione interna di armi da parte dell’esercito. Il proseguimento delle attività commerciali di Danieli garantisce entrate alla giunta e migliora l’approvvigionamento interno di acciaio», ha commentato Maung a IrpiMedia. Secondo l’associazione di attivisti birmani, «l’Italia deve applicare le sanzioni già imposte per impedire a Danieli di continuare la propria attività in Myanmar e interrompere definitivamente il flusso di fondi, attrezzature e tecnologie provenienti da aziende e cittadini dell’Ue verso una giunta illegale».

Argomenti correlati