Ambiente e Clima

Nigeria, la speranza delle bonifiche con i soldi delle società petrolifere internazionali

Il villaggio di Bodo ha subito una devastante fuoriuscita di greggio nel 2008. Shell dovrà bonificare ma i lavori sono ancora indietro. Hyprep è l’agenzia che bonifica tutta la regione. Avanza tra ritardi, polemiche e qualche successo

Un operaio di Hyprep mostra il petrolio separato dal terreno e dalle falde acquifere dopo i lunghi e complessi procedimenti di bonifica, ora contenuto all’interno di una tanica © Marco Simoncelli

Lorenzo Bagnoli, Davide Lemmi, Marco Simoncelli

Un operaio di Hyprep mostra il petrolio separato dal terreno e dalle falde acquifere dopo i lunghi e complessi procedimenti di bonifica, ora contenuto all’interno di una tanica © Marco Simoncelli

«Puoi vedere il livello di contaminazione. Ce n’è ancora nel suolo». Il bastone affonda in una fanghiglia melmosa, grigiastra, che compatta insieme terra e fogliame. «Vedi… È petrolio». Sotto la terra affiora un liquido nero, denso. L’acqua che ristagna intorno alla riva, cullata da una lievissima onda, è iridescente e schiumosa, coperta da una sottile pellicola di materiale inquinante. 

L’attivista ambientale che saggia il fondo con il bastone è Anthony Aalo, una delle voci contrarie alla ripresa delle esplorazioni petrolifere a Ogoniland, regione dove abita una delle tante minoranze della Nigeria meridionale. Si trova a Bodo, una cittadina di pescatori nel cuore della terra degli Ogoni.

Sotto il profilo amministrativo, Ogoniland appartiene allo Stato di Rivers, uno dei nove che insistono sullo scacchiere di piccole isole disegnato dal delta del Niger. In tutto il delta, i letti dei fiumi hanno una conformazione geologica particolare, detta Benin Formation. Si tratta di un composto di sabbie grossolane e porose che nascondono ricchi giacimenti di greggio. Quello che contamina l’acqua non ci mette molto a filtrare nel terreno e nella falda, per osmosi, ammalando flora e fauna circostanti.

In Breve

«Non si prendono più pesci in questa zona. Quando getti la rete, non prendi niente, prima si tiravano su un sacco di pesci», spiega Monday Saka, un pescatore di una cinquantina d’anni che dal 2008, l’anno delle due grandi fuoriuscite di petrolio, tra le peggiori della storia, ha praticamente smesso di lavorare. Le bacinelle dove le donne raccolgono il pesce da cucinare nella giornata mostrano la scarsità delle catture. E il petrolio ancora impregna la terra, dopo anni. 

Eppure Bodo spera di essere il primo di una serie di siti contaminati a Ogoniland a ritornare alla vita, per due motivi: ha ricevuto un’importante somma di denaro da chi ha ammesso di aver contribuito al suo inquinamento ed è stato inserito in un piano di bonifica di tutta Ogoniland. Altrove, non c’è nemmeno questa speranza.

Il caso Bodo alla corte inglese

«Abbiamo bisogno che Shell e il governo della Nigeria procedano a una bonifica adeguata utilizzando attrezzature migliori, in grado di scendere fino a 40 metri di profondità per distruggere tutto il petrolio», sostiene il pescatore Monday Saka. 

Secondo la comunità di Bodo, la prima marea nera del 2008 si è abbattuta sul villaggio il 28 agosto alla velocità di 3.900 barili al giorno per 72 giorni. La seconda, cominciata il 7 dicembre, per 75. Entrambi gli spill, parola inglese che definisce la fuoriuscita, sono partiti dagli oleodotti gestiti da Shell, ora di proprietà dell’azienda nigeriana Renaissance Africa.

Le aziende contestano la durata del primo spill, riducendola a 33 giorni. In ogni caso, il contenimento non ha impedito che l’ambiente si inquinasse. E più il tempo passa, più c’è il rischio che si compromettano anche terreno e falda acquifera, rendendo il lavoro di bonifica e ripristino dell’ecosistema molto più difficile.

Nel 2010 Shell propone una compensazione complessiva, per tutta la comunità, di un totale di appena quattromila sterline (circa 4.500 euro), una proposta rifiutata dai membri del villaggio. Nel 2011 un gruppo di cittadini di Bodo, assistito dallo studio legale britannico Leigh Day, porta Shell in tribunale per ottenere compensazioni più dignitose e il riconoscimento dell’estensione dell’incidente. Shell e la comunità nel 2014 raggiungono un accordo secondo cui la società riconosce il disastro ambientale provocato dall’erosione dell’infrastruttura. Nel testo si riconosce che la foresta di mangrovie è passata da una dimensione di oltre novemila campi da calcio a poco più di 2.600 a dicembre del 2013 e che Shell si sarebbe occupata di pagare la bonifica.

A realizzarne i lavori sul campo era già attivo un progetto, la Bodo Mediation Initiative (Bmi), istituito nel 2013 sotto la guida dell’ambasciatore olandese in Nigeria «per porre fine alla situazione di stallo e avviare le operazioni di bonifica e risanamento nella comunità di Bodo», si legge nel report conclusivo della missione. È stato il primo tentativo di coinvolgere chi ha inquinato, ossia Shell, nella gestione di un processo di bonifica. È l’applicazione del principio “chi inquina paga” (Ppp nell’acronimo inglese), concepito la prima volta nel 1972 dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e ora a parole adottato anche dall’Unione europea, almeno all’interno dei suoi confini.

In pratica, scrive la Corte dei conti europea in un report dedicato all’argomento pubblicato nel 2021, «è sempre chi inquina, e non il contribuente, a dover sostenere i costi che l’inquinamento comporta. In termini economici, ciò costituisce una “internalizzazione” di “esternalità ambientali negative”», quindi il costo del danno ambientale, l’esternalità negativa, viene riportato dentro i conti economici di chi ha inquinato. Nelle conclusioni del report si legge che «tale principio non è ancora pienamente applicato». Il caso di Bodo in particolare e più in generale della bonifica di Ogoniland dimostra le complessità che si presentano nell’applicare questo principio. 

Sul piano dell’assunzione delle responsabilità da parte di Shell, il caso di Bodo alla fine ottiene dei risultati. Dopo i primi fallimenti, anche a seguito della Bmi e di altre decisioni di tribunali internazionali che potevano fare giurisprudenza anche per il caso inglese, l’azienda petrolifera nel 2015 si accorda con la comunità per una compensazione da 55 milioni di sterline, l’equivalente di circa 75 milioni di euro. Di questi, 47 milioni sono andati ai pescatori — tremila euro ciascuno per i 15.600 firmatari dell’esposto — mentre i restanti 27 milioni sono stati destinati generalmente alla comunità di Bodo.

Monday Saka, uno dei pescatori che ha ricevuto questi soldi per le compensazioni individuali, definisce il quantitativo «piccolo rispetto al danno subito dai nostri fiumi».

Un pescatore osserva il suolo inquinato, con alle spalle il paesaggio del Delta del Niger completamente compromesso dalle fuoriuscite di petrolio nella comunità di Gio
Un pescatore osserva il suolo inquinato, con alle spalle il paesaggio del Delta del Niger completamente compromesso dalle fuoriuscite di petrolio nella comunità di Gio © Marco Simoncelli
Dettaglio dell’inquinamento sulle sponde del fiume Niger, nella località di Bodo
Dettaglio dell’inquinamento sulle sponde del fiume Niger, nella località di Bodo © Marco Simoncelli
Un volontario mostra il petrolio fuoriuscito nel mezzo della foresta a causa di una recente oil spill nella comunità di Etieama
Un volontario mostra il petrolio fuoriuscito nel mezzo della foresta a causa di una recente oil spill nella comunità di Etieama © Marco Simoncelli
A Bodo, un pescatore è appena uscito dall’acqua con il suo pescato: pochi piccoli pesci in un piatto. A causa dell’inquinamento provocato dalle fuoriuscite di petrolio in questa zona del fiume Niger, la pesca è ormai quasi scomparsa
A Bodo, un pescatore è appena uscito dall’acqua con il suo pescato: pochi piccoli pesci in un piatto. A causa dell’inquinamento provocato dalle fuoriuscite di petrolio in questa zona del fiume Niger, la pesca è ormai quasi scomparsa © Marco Simoncelli

Sul piano dei progetti comunitari da sviluppare a Bodo, la situazione è ancora più complessa, anche contando le conseguenze sanitarie di un’esposizione a così grandi concentrazioni di inquinanti nell’acqua e nella terra. Uno dei progetti che la popolazione locale aspettava era la realizzazione di un ospedale comunitario, che però ancora non riesce a funzionare efficacemente per mancanza di risorse.

«Se ti ammali di malaria, tifo o qualsiasi altra malattia, i farmaci che ti daranno non ucciderebbero nemmeno una formica. Cioè… niente farmaci, niente attrezzature, niente soldi, niente di niente», commenta l’attivista ambientale Anthony Aalo. Durante la nostra visita, l’ospedale è deserto, c’è solo un’infermiera di turno. Non è autorizzata a parlare, così come il medico raggiunto al telefono, che lavora nella struttura da oltre un anno. Parla in condizioni di anonimato e spiega che il centro di primo soccorso non funziona, che l’ospedale ha bisogno di manutenzione e di personale. Afferma di non aver avuto alcun supporto da Shell nella fornitura di medicinali e di macchinari, almeno da quando è presente.

In questo caso pesano molto anche le divisioni interne alla comunità in merito a come spendere i soldi della compensazione che Shell ha versato per i progetti comunitari, su cui c’è una grande divergenza di visioni.

La sentenza attesa dal tribunale inglese – il processo si è concluso lo scorso giugno – dovrebbe dare una risposta in merito alle eventuali responsabilità di Shell non solo nel disastro ambientale, per il quale l’azienda ha già pagato, ma anche per la mancata bonifica, dato che a oggi il degrado ambientale di Bodo è ancora molto pesante.

Shell ha una sua versione dei fatti, in merito ai risultati ancora deludenti della bonifica. «Il progetto di bonifica ha subito ritardi nel 2016 e per gran parte del 2017 perché l’accesso ai siti è stato ostacolato dalla comunità locale», scrive la società petrolifera nel report annuale del 2023. L’azienda, anche in altre cause, ha sostenuto che il vero problema del Delta del Niger siano «sversamenti di petrolio dovuti a furti, raffinazione illegale e sabotaggi, che causano i danni ambientali più gravi».

Il progetto di bonifica dell’intero Ogoniland

Bodo è un importante centro all’interno di Ogoniland. La battaglia legale condotta in Gran Bretagna l’ha reso un simbolo di tutte le comunità del delta del Niger che avrebbero bisogno di una bonifica. 

Ogoniland è un hub da cui passa la Trans-Nigerian pipeline, la principale autostrada del petrolio del Paese. Qui gli spill sono cominciati fin da subito, all’inizio degli anni Sessanta, e si sono aggravati nel corso di tanti momenti di tensione, come la guerra in Biafra tra il 1967 e il 1970. «Ci sono molteplici cause di fuoriuscite, che vanno dalla corrosione al malfunzionamento delle infrastrutture, ai guasti alle apparecchiature, alle interferenze di terzi. Recentemente si sono aggiunti anche il bunkeraggio, la raffinazione artigianale e tutto il resto», spiega Evidence Ep-Aabari Enoch-Zorgbara, ingegnere ambientale con un’esperienza ventennale nel campo. Ha lavorato con Shell, con agenzie governative e con aziende nigeriane. Oggi è un consulente.

«Le fuoriuscite da fonti puntuali (cioè quelle identificate e localizzabili, ndr) nell’Ogoniland sono causate principalmente dalla corrosione – chiarisce ulteriormente –. Abbiamo attrezzature obsolete che sono lì dal 1968, da oltre 20 anni non sostituite». Un’opinione diversa da quella di Nosdra, l’Agenzia Nazionale per la rilevazione e la risposta alle perdite di Petrolio, che indica gli atti vandalici come causa primaria delle fuoriuscite.

Sono 225 le fuoriuscite di petrolio registrate nel 2024 e 2025 nello stato Fiumi (Nigeria), di cui 10 all’interno di Ogoniland
Sono 225 le fuoriuscite di petrolio registrate nel 2024 e 2025 nello stato Fiumi (Nigeria), di cui 10 all’interno di Ogoniland

La Unep, l’agenzia Onu che si occupa della protezione dell’ambiente, ha analizzato tra il 2006 e il 2011, su richiesta del governo federale nigeriano, più di 200 siti inquinati in Ogoniland. Ha poi suggerito di istituire un’agenzia che si occupasse della loro bonifica, cominciando con una prima sperimentazione su un numero limitato di siti. L’agenzia è stata annunciata nel 2012 ma per molto tempo non è riuscita a svolgere alcuna mansione. Il piano sperimentale per la bonifica prende in considerazione 65 siti contaminati, dura cinque anni e prevede la creazione di un fondo iniziale con una dotazione di un miliardo di dollari.

Secondo Unep, «il fondo dovrebbe essere istituito con contributi finanziari da parte degli operatori dell’industria petrolifera con interessi prevalenti nell’Ogoniland (cioè all’epoca principalmente Shell ndr) e del governo federale della Nigeria in qualità di azionista di maggioranza di entrambe queste entità».

Dal porticciolo di Bodo in cui sono arenate le piroghe dei pescatori, si vedono alcuni ciuffi verde acceso, lungo la riva opposta del Niger, stagliarsi in netto contrasto con il resto del panorama: il nero del terreno, il cielo color panna, il verde scuro della vegetazione. Sono le prime mangrovie piantumate dopo il disastro, la speranza di Bodo di rivedere nascere della biodiversità tra le anse del fiume.

Accanto, altrettanto evidente, si staglia una persona incapsulata in una tuta bianca che porta la scritta Hyprep. La sigla sta per Hydrocarbon Pollution Remediation Project, ovvero l’agenzia federale sotto il ministero dell’Ambiente nigeriano costituita per volere della Unep e finanziata principalmente con i soldi delle compagnie petrolifere.

Dopo la fine della Bmi, chiusa nel 2015, Hyprep a Bodo ha preso in gestione la pulizia delle coste e la piantumazione delle mangrovie, insieme ad altre attività come la fornitura di acqua potabile. Oltre Bodo, poi, c’è tutto il resto di Ogoniland, dove Hyprep ha la difficilissima missione di recuperare l’ecosistema perso dopo anni di contaminazione da idrocarburi, insieme a un’altra serie di progetti che il governo federale le ha accollato, andando ben oltre il suo scopo iniziale.

Basteranno i soldi di Hyprep?

Il cortile della sede di Hyprep è affollato di minivan, di suv e di personale di sicurezza che cerca di passare il tempo. Indossano divise militari e ciascuno ha un fucile a tracolla. La spedizione per visitare i progetti dell’agenzia è composta da due mezzi: uno con a bordo i giornalisti e uno con guardie armate. Per quanto nello Stato di Rivers regni la calma, c’è sempre il rischio che sia solo apparente, dato che il governo centrale dagli anni Novanta ha una relazione difficile con gli Ogoni e con Port Harcourt, la capitale dello Stato.

A marzo, il presidente del governo federale Ahmed Bola Tinubu ha dichiarato lo stato di emergenza giustificandosi così: «Gli ultimi rapporti sulla sicurezza che mi sono stati forniti mostrano che tra ieri e oggi si sono verificati inquietanti episodi di vandalismo alle condutture da parte di alcuni militanti, senza che il governatore abbia intrapreso alcuna azione per porvi fine. Naturalmente ho dato ordini severi alle forze di sicurezza affinché garantiscano la sicurezza delle persone dello Stato di Rivers e delle condutture petrolifere».

Hyprep dovrebbe poter contare su un fondo da un miliardo di euro, che le società petrolifere hanno almeno parzialmente già finanziato, ma invece non esistono dati sulle sue spese.

«In termini di buone pratiche globali – precisa il tecnico ambientale Evidence Ep-Aabari Enoch-Zorgbara, un tempo impiegato di Shell e oggi dipendente di una società locale e parte di un comitato di esperti che partecipa alla creazione di un centro universitario in Ogoniland – direi che un miliardo di dollari non sono sufficienti per realizzare il progetto». Bonifiche più “semplici”, come quella di BP nel Golfo del Messico alla piattaforma Deepwater Horizon sono costate 30 miliardi di dollari, ricorda. Per quanto coprisse una superficie estremamente vasta, sotto il profilo tecnico quell’intervento ha richiesto solo il contenimento di una chiazza di petrolio e non la bonifica della falda come in Ogoniland. A questo si aggiunge un problema di spesa: il fondo «non è stato utilizzato in modo adeguato».

Hyprep comunica molto. Ci sono un giornale, un canale Youtube, diversi profili social. Troupe televisive internazionali visitano spesso i luoghi del progetto, che ormai è ben più ampio della sola bonifica. Ci sono nuove centrali per la distribuzione dell’acqua potabile (uno degli ultimi proprio a Bodo), una centrale elettrica, un centro universitario di eccellenza per il recupero delle mangrovie, un nuovo ospedale.

I progetti di Hyprep si sono moltiplicati, nonostante i dubbi sul budget. La speranza è attrarre partner nazionali e internazionali, che dovranno portare il denaro necessario a proseguire con il progetto. Nei documenti pubblici però non si parla mai di soldi. E per ora, più che incassare, Hyprep ha speso: la China Civil Engineering Construction Corporation (Ccecc), società statale cinese che si è aggiudicata l’appalto da 42 miliardi di naira (23 milioni di euro) per realizzare il centro di eccellenza universitario. 

Un sacco di lavoro ancora da fare

Il lotto 32 è a rischio medio. Si trova lontano dagli abitanti di Kegbara-Dere, il villaggio più vicino. Uno studio citato da un gruppo di lavoro delle Nazioni Unite lo indica come la comunità con il maggiore rischio di parti prematuri, un tasso di crescita neonatale più lento e un tasso di morbilità neonatale più elevato rispetto alle aree non inquinate dal petrolio a 6 settimane dalla nascita. Però è un sito che presenta tutte le complessità: ci sono bacini per raccogliere gli strati d’acqua contaminati, cave da cui si prende la terra inquinata, biocelle dove trattare con dei prodotti chimici il terreno sbancato per toglierne gli inquinanti. Quando viene ripulito – cioè arriva sotto una certa soglia di inquinanti – allora può essere utilizzato di nuovo per le attività tradizionali, cioè quello che chiedono le persone come Monday Saka. 

Prima, le aziende che lavorano per Hyprep hanno trattato i siti “semplici” cioè quelli in cui la contaminazione del terreno non è filtrata nella falda. Rispetto ai risultati, addetti ai lavori come Evidence Ep-Aabari Enoch-Zorgbara e auditor indipendenti come l’ong Stakeholder development network (Sdn) contestano la scelta e il modo in cui sono stati condotti i lavori. L’agenzia Unep ha invece espresso nel tempo pareri favorevoli e con l’inizio del 2024 ha concluso il suo mandato.

«Il riempimento del terreno scavato nella fase uno non funziona», spiega Samuel Paul, project manager di Sdn che lavora a Port Harcourt. In sostanza, i terreni ripuliti con la fase uno non sembrano ancora in grado di tornare per uso agricolo. Intanto il tempo passa, l’accuratezza dell’immagine fornita dallo studio di Unep “invecchia” e gli inquinanti possono percolare ancora più in profondità nella falda. Secondo uno studio citato dal gruppo di lavoro Onu su business e diritti umani, le concentrazioni di idrocarburi nel terreno oggi superano anche di 850 volte i limiti stabiliti dalla legge. Con costi aggiuntivi e nuove difficoltà tecniche. 

Il lavoro da fare, quindi, è immenso. «Per l’intera fase due dei lavori, abbiamo circa cinque milioni di metri cubi di terreno da trattare – dice camminando per il sito con indosso la sua tuta arancione e il casco di protezione Israel Siglo, team lead remediation execution in Hyprep – Abbiamo molto lavoro da fare e stiamo cercando di farlo al meglio delle nostre capacità».

Secondo Evidence, l’ingegnere ambientale che lavora per una compagnia Ogoni dell’oil&gas, «siamo intorno al 20-30%» del progetto, perché mancano del tutto le bonifiche delle falde. Rispetto alla sua prima versione, è anche un progetto più ambizioso perché sono stati aggiunti lavori come la pulizia della costa. «Abbiamo fatto abbastanza? Direi di no. Abbiamo speso bene i soldi? Direi di no. Abbiamo fatto qualcosa? Sì», sintetizza l’esperto. «La vita sta tornando nei torrenti – racconta Paul Samuel project officer di Ong che spesso in passato ha criticato Hyprep, la Stakeholder Development Network –. Cominciano a vedersi i mezzi di sussistenza di base. Sono in corso il ripristino delle littorine di mare (una tipologia di mollusco tipica della regione, ndr) e di altre specie. Il processo di ripristino delle mangrovie è completato al 93%».

Insomma, i segnali sono positivi. Il rischio però è che alcuni progetti, senza l’arrivo di altri fondi, diventino cattedrali nel deserto: lavori che hanno prodotto appalti più che un’effettiva trasformazione di Ogoniland.

Dove la bonifica non arriva

Per quanto sia in ritardo, Hyprep rappresenta comunque una possibilità di futuro per l’ambiente. Ma i siti la cui falda acquifera è contaminata – 65 – non sono niente a confronto della devastazione di Ogoniland, che Unep ha riscontrato in oltre 200 siti. E Ogoniland, a sua volta, rappresenta solo una minima porzione del delta del Niger inquinato dalle attività legate all’estrazione del greggio. 

Moses Barine, 41 anni, da un decennio ricopre il ruolo di presidente dei giovani della comunità di Gio, una delle comunità monitorate da Unep ma non inserite nella sperimentazione di Hyprep. Il petrolio fuoriuscito a Bodo nel 2008 ha raggiunto anche le anse del fiume che bagna questo villaggio. I dati di Unep dicono che la concentrazione di idrocarburi nel suolo supera di 200 volte i livelli di guardia.

Il paesaggio che resta, anni dopo, è spettrale, soprattutto ora che il fiume è in secca. Pescare è uno sforzo inutile. Fuori dalle case del villaggio, il nylon delle reti stese ad asciugare ha preso il nero del petrolio.

«La maggior parte dei nostri figli e delle nostre figlie non va a scuola perché la pesca è l’unica fonte di sostentamento che abbiamo per la nostra gente qui», spiega Barine, che è padre di quattro figli. Alla domanda perché a Gio la situazione è così diversa rispetto a Bodo, risponde: «Perché non abbiamo un “big man”».

È un’espressione che ricorre, tra gli esclusi. Significa avere chi garantisce protezioni ad Abuja, sede del governo centrale. Ovunque ci sia la politica, in Nigeria, aleggia l’accusa di corruzione, a volte anche senza dati di fatto. Nel caso di Hyprep, si sono avvicendati tre diversi direttori dal suo lancio, spesso travolti da polemiche legate a ritardi e presunte corruzioni, finora mai provate in tribunale. Rispetto ai predecessori, però, l’attuale direttore Nenibarini Zabbey, figura che proviene dal mondo dell’ambientalismo, sembra godere di maggiore credito, almeno stando a quanto raccolto tra gli attivisti Ogoni. 

A Wakama, a qualche chilometro di distanza da Gio, la secca del fiume lascia vedere le mangrovie morte e l’assenza di vita, eccezion fatta per piccoli granchi che zampettano sulla spiaggia. Il paesaggio è desertico. A riempire il silenzio sono i canti che provengono da due chiese evangeliche, una di fronte all’altra. Il paese ne è pieno. 

George Tom, ex pescatore che si è dato all’agricoltura, spiega che anche in questo caso il primo grosso spill di petrolio ha coinciso con quello di Bodo, nel 2008. Poi ce n’è stato uno nel 2022 e uno nel 2024. Ricorda l’ultimo disastro: «Il petrolio galleggia ovunque, emanando un odore sgradevole e danneggiando tutte le nostre mangrovie. Raccogliamo le littorine (piccoli molluschi marini, ndr) per sopravvivere, ma ora non ci sono più né littorine né pesci, non c’è più niente. Stiamo soffrendo come mai prima d’ora».

Nessuna compensazione da Shell, aggiunge, perché nessuno sa come muoversi per ottenerla. E ora, a Wakama, sperano che il loro caso assuma un’eco internazionale e che qualcuno possa iniziare una causa legale, per chiedere i soldi alle compagnie petrolifere e ricominciare a vivere di pesca. Come insegna la speranza di Bodo.