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Ogoniland è un’area del delta del Niger dove da anni lo sfruttamento del petrolio alimenta ambizioni e conflitti. Qui gruppi ambientalisti hanno fermato le esplorazioni nel 1993, ma i leader locali ora vogliono farle ricominciare
A Ogoniland, un fazzoletto di mille chilometri quadrati nel Sud della Nigeria, il petrolio è maledetto. Dalle prime esplorazioni di fine anni Cinquanta, ha portato inquinamento ma nessun beneficio economico né sviluppo.
«Si osserva generalmente che nei Paesi dove c’è maggiore abbondanza (di risorse, ndr), ci sono le peggiori condizioni di vita», scriveva nel 1711 il magazine inglese The Spectator, teorizzando per la prima volta la «maledizione delle risorse», principio che è tornato in auge con i movimenti di decolonizzazione che negli anni Sessanta hanno portato all’indipendenza di tanti Stati africani e non solo.
In Breve
In Nigeria, le estrazioni del petrolio hanno acceso spinte autonomiste, conflitti tra gruppi etnici e violenze interne già prima dell'indipendenza del 1960, esacerbando le divergenze tra governo centrale e comunità locali, oggi quanto mai accese
Ogoniland, un'area di mille chilometri quadrati nel Sud della Nigeria, è stata a lungo un simbolo della lotta contro lo sfruttamento, dove le trivellazioni erano state interrotte nel 1993 ma che un accordo di gennaio 2025 tra il governo e alcuni leader Ogoni ha stabilito l’intenzione di riprendere le trivellazioni
Le fuoriuscite di petrolio dagli oleodotti che passano per Ogoniland e le raffinerie artigianali che bruciano greggio illegalmente hanno creato una situazione ambientale disastrosa, con un processo di bonifica che secondo l'Onu richiederà circa 35 anni
Ogoniland però non è riuscita a uscire dalla "spirale del petrolio": anche senza nuove estrazioni, l’industria petrolifera garantisce accesso a ricchezza e potere
Re Godwin Bebe Okpabi è il re del villaggio di Ogale. Rappresenta la sua comunità in un processo per danni ambientali contro Shell che comincerà in Gran Bretagna nel 2027. Spera di tornare a sfruttare il petrolio attraverso compagnie locali
Anche Solomon Ndigbara, re di Bori, è favorevole alla ripresa delle operazioni. Tra la fine degli anni Novanta e il 2009 ha militato nei gruppi armati che attaccavano oleodotti e rapivano operai delle multinazionali per ottenere maggiore autonomia dal governo centrale
L’oro nero però è la fonte di reddito su cui puntano ancora sia i leader di Ogoniland sia il governo federale. Vogliono entrambi incassare accise, creare posti di lavoro, produrre energia. Perché la strada del petrolio è ancora percepita come la più semplice via di sviluppo per il Paese. Poco importa se le esplorazioni petrolifere, iniziate pochi anni prima dell’indipendenza del 1960, finora hanno solo acceso spinte autonomiste, conflitti tra famiglie e violenze del governo centrale contro gli Ogoni. Poco importa anche che l’obiettivo delle Nazioni Unite sia di raggiungere la “produzione zero” di emissioni fossili entro il 2050. Anche i leader nigeriani vogliono la ricchezza e lo sviluppo che il loro petrolio ha portato in occidente.
Gli Ogoni sono un gruppo etnico di sole 500mila persone all’interno di uno Stato che conta quasi 240 milioni di abitanti. Nessuno di loro ha mai ricoperto ruoli nel governo federale da quando è nata la repubblica della Nigeria e sono da sempre in conflitto con il potere centrale: a causa dello sfruttamento delle risorse naturali, a causa delle spinte autonomiste che covano sotto la cenere, a causa del potere dei “capi tradizionali”, figure a cui spetta l’amministrazione delle comunità.
In altri termini, sono sempre stati una spina nel fianco del governo della capitale federale Abuja e delle compagnie petrolifere internazionali ma sono sempre stati tra i principali tenutari delle più importanti risorse naturali del Paese.
Da quando Ken Saro-Wiwa, l’attivista ambientale più noto di Ogoniland, è stato giustiziato nel 1995, però, la comunità locale si è divisa su come gestire e sfruttare le proprie risorse naturali. E oggi, con la promessa di progresso sventolata dal governo di Abuja, le divergenze sono ancora più accese.
La spirale del petrolio
Nel gennaio 1993, un movimento di attivisti – il Movement for the Survival of Ogoni People (Mosop) guidato da Ken Saro-Wiwa – ha marciato pacificamente contro il governo federale e Shell, compagnia a cui il governo di Abuja aveva dato diverse concessioni a partire dal 1953. In un comunicato stampa del 1996 gli attivisti del Mosop scrivevano di essere «il primo popolo indigeno nella storia del nostro pianeta ad aver costretto una compagnia petrolifera transnazionale ad abbandonare la nostra terra con mezzi pacifici».
La non violenza, però, durò poco. «Dopo che le loro richieste di risarcimento ambientale e di royalties petrolifere furono ignorate, la tensione aumentò – scrive nel luglio 1995 Hilary Rouse-Amadi in “Nigeria in Crisis”, un capitolo di Review of African Political Economy –. Shell chiuse le sue attività nell’Ogoniland dopo che un lavoratore fu aggredito. Temendo che altre zone produttrici di petrolio potessero seguire l’esempio, furono avviate operazioni militari segrete per spezzare la resistenza della comunità Ogoni».
Il 10 novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, insieme ad altri otto attivisti, è stato impiccato a seguito di un processo farsa che è costato alla Nigeria l’uscita dal Commonwealth e sanzioni internazionali per diversi anni. Seguirono altre proteste e altri raid contro gli Ogoni. Il bilancio degli scontri tra 1993 e il 1999 è stato di circa duemila civili uccisi e 30mila sfollati.
Trent’anni dopo, la Nigeria non riesce a uscire dalla spirale del petrolio. Per cicatrizzare la ferita con gli Ogoni, il governo federale ripropone ancora le attività estrattive, questa volta promettendo un maggiore coinvolgimento della popolazione.
«Per decenni, il popolo Ogoni è stato in prima linea nella lotta per il ripristino ambientale e lo sviluppo sostenibile, influenzando il dibattito nazionale e globale su queste questioni fondamentali», ha detto a gennaio il presidente federale della Nigeria Bola Ahmed Tinubu, in occasione della firma di un memorandum d’intesa con gli Ogoni per ricominciare a perforare. Nel corso dell’anno, ha approvato la creazione di un’università specializzata in temi ambientali. A giugno, il presidente ha concesso la grazia post mortem a Ken Saro-Wiwa, definendolo un eroe nazionale, in una mossa che vuole tendere la mano agli attivisti Ogoni.
La risposta della famiglia di Ken Saro-Wiwa è apparsa sui media nigeriani l’11 ottobre: invece della grazia chiede un «nuovo processo», per cui si aspetta «l’assoluzione» come unico esito possibile.
Celestine AkpoBari era un giovane ambientalista Ogoni negli anni Novanta. Ha vissuto la violenza del governo contro il suo gruppo etnico e le successive trasformazioni della regione. Oggi coordina l’Ogoni solidarity forum, un’organizzazione ambientalista. Quando gli si domanda il motivo della grazia postuma a Ken Saro-Wiwa risponde così: « [Quelli del governo] lo fanno perché vogliono prendersi il petrolio. Persone come me non sono interessate a questo genere di cose…».
Il riferimento è alla promessa del governo federale di aprire la nuova sede dell’università sull’ambiente a Ogoniland. «Non puoi usare l’università per corromperci perché ti interessa il petrolio», chiosa. AkpoBari prevede che la ripresa delle trivellazioni, invece di sopire i conflitti, li possa accendere.
Altri leader Ogoni anche stimati e molto seguiti come AkpoBari hanno una visione diversa. Ledum Mittee – l’unico leader degli Ogoni risparmiato dal processo del 1995, l’uomo succeduto a Ken Saro-Wiwa alla guida del Mosop per diversi anni – è stato l’intermediario che ha reso possibile l’incontro di gennaio 2025 tra il governo di Abuja e alcuni leader Ogoni per la ripresa delle trivellazioni in Ogoniland. Fino a aprile 2025 è stato direttore non esecutivo della compagnia petrolifera nazionale della Nigeria. La società civile non sa dove andare, in balia della contesa sulla vera eredità di Ken Saro-Wiwa. Lo stesso Mosop ormai è diviso in varie frazioni.
Al netto delle opinioni, la situazione sul campo è senza dubbio disastrosa. Nonostante la fine delle trivellazioni, infatti, a Ogoniland le fuoriuscite di petrolio dagli oleodotti – provocate dalla noncuranza delle compagnie petrolifere internazionali e dai gruppi armati sorti nella seconda metà degli anni Novanta – insieme alle raffinerie artigianali che bruciano illegalmente greggio venduto poi al mercato locale, hanno creato uno degli ambienti più inquinati del mondo, come ha scritto l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di ambiente nel 2011.
A questo si aggiunge anche il gas flaring, la combustione controllata del gas in eccesso. Vietata nell’Unione europea, la pratica è invece tollerata in Nigeria, nonostante i suoi effetti sull’ambiente. Ambiente che a Ogoniland, dopo anni di ritardi e malagestione, è nel mezzo di un processo di bonifica che richiederà tra i 25 e i 30 anni, secondo le Nazioni Unite, per essere completato. Per questo diverse comunità Ogoni nel 2015 hanno fatto causa a Shell in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi per chiedere i danni provocati dalle sue attività e dai ritardi nelle bonifiche.
Lo chiamavano Osama Bin Laden
«Sono un povero contadino. Ho un pollaio, uno stagno per i pesci, un’azienda con cui faccio olio di palma». Solomon Ndigbara è seduto sul trono del suo palazzo di Yeghe, a Ogoniland. È uno dei leader che ha partecipato agli incontri con la presidenza nigeriana per riprendere le esplorazioni.
Indossa un abito tradizionale scuro e lucido, con calcato sulla testa un cappello simbolo di saggezza. In mano tiene uno scettro d’avorio, come le collane. Lo accompagna ovunque un nutrito gruppo di cortigiani moderni: addetti stampa, consiglieri, capi anziani e capi giovani. Non esattamente il classico contadino.
Esistono due tipologie di leader tradizionali in Nigeria: coloro che ricoprono il ruolo per discendenza familiare e coloro che lo acquisiscono per nomina dei consigli degli anziani dei villaggi. Re Solomon appartiene a questa seconda categoria.
In Nigeria è in corso un acceso dibattito su quale ruolo debbano ricoprire figure di questo genere: custodi delle tradizioni o amministratori? La Costituzione nigeriana riconosce loro dal 1999 un ruolo onorifico, particolarmente utile per consultare le comunità e raccogliere consensi nelle occasioni elettorali, a qualunque livello. Nel complicato sistema burocratico nigeriano, la tensione tra centro e periferia è perenne. E a livello locale sono diverse le famiglie che si contendono i titoli tradizionali, spesso con reciproche accuse di usurpazione e tentativi di sfiduciare i rivali. Il rischio, quindi, è che gli Stati regionali e il governo federale cerchino di ottenere le nomine di leader di comunità amici con l’intento di sfruttare il potere tradizionale come macchina di propaganda.
Diversi studiosi ritengono che sia i colonizzatori britannici sia le compagnie petrolifere internazionali abbiano sfruttato queste divisioni attraverso il principio del divide et impera, secondo cui le soluzioni per l’intera comunità si negoziano solo con alcuni, alimentando le rivalità. Un fenomeno iniziato con la tratta degli schiavi e che si ripropone ancora oggi.
Solomon Ndigbara, prima dell’incoronazione, era ciò che gli accademici definiscono militia capitalist, il leader di una milizia armata che negli anni Novanta esercitava un forte controllo del territorio sia in città sia tra le mangrovie che crescono nella foresta, nella quale scorre una fitta rete di fiumi che innerva la regione del Delta.
Ha acquisito ricchezza tramite la violenza: a suo carico ci sono mandati d’arresto, spiccati dal governo federale, per reati come rapimento a scopo di estorsione, sabotaggio degli impianti industriali per contrabbandare greggio (bunkering), traffico di armi e di droga. Accuse amnistiate nel 2009 e parzialmente riaperte nel 2016, durante una fase di scontri tra fazioni contrapposte a Ogoniland, ora conclusi.
Oggi re Solomon si sposta in Mercedes e indossa mocassini che brillano a ogni passo. Nasconde lo sguardo dietro occhialoni da sole a goccia. Gli interni in marmo del suo palazzo sembrano la scenografia di un film di gangster. Appare esattamente come il cliché del miliziano arricchito.
Fino allo scioglimento nel 2009, il gruppo armato di Solomon era parte del Mend, il Movimento di emancipazione del Delta del Niger, la formazione che ha scelto la via delle armi sul finire degli anni Novanta. All’epoca lo chiamavano Osama Bin Laden. «Un soprannome dei tempi della latitanza nella foresta», ricorda, senza aggiungere dettagli. I nemici erano le compagnie petrolifere internazionali e il governo federale che ci faceva affari insieme.
Con la fine della lotta armata è cominciata la carriera politica e imprenditoriale. Possiede un bar, un albergo e sta costruendo nuove strutture ricettive e bar. Sono arrivati così anche i contratti con il governo: per costruire delle strade nel 2010 e nel 2012, poi per la gestione della sicurezza, anche degli oleodotti. Secondo quanto ricostruito dal ricercatore Jackson Tamunosaki Jack nel 2024, l’appalto vale 1,7 milioni di dollari. Re Solomon però elude le domande a riguardo.
Risponde invece alle richieste di commento in merito alle notizie sui sabotaggi degli oleodotti. Questa pratica illegale, secondo Nosdra, l’Agenzia nazionale per la rilevazione e la risposta alle perdite di petrolio, rappresenta in media l’84% delle cause di incidenti. Ambientalisti e comunità non concordano con l’analisi del Nosdra, sostenendo che le colpe a volte vengono attribuite a ladri di petrolio per nascondere le mancanze delle compagnie petrolifere.
Le Nazioni Unite ritengono comunque queste pratiche la principale causa della crisi ambientale in Ogoniland: «A meno che le autorità non riescano a fermare queste attività illegali, lo sforzo di ripristino sarà inutile», ha dichiarato il consulente delle Nazioni Unite per il programma di bonifica di Ogoniland Micheal Cowing nel 2021 durante un seminario online. «Il 90% dell’impatto è causato solo da cinque oleodotti e dai loro guasti», sostiene invece Enoch-Zorgbara Ep-aabari Evidence, tecnico ambientale che ha lavorato per Shell, per il governo e ora per una società di Ogoniland che sta lavorando alla bonifica dei terreni. Precisa che le perdite non sono mai derivate dall’esplorazione ma sempre dal trasporto del greggio negli oleodotti.
«Nessun atto di sabotaggio», puntualizza re Solomon: da quando diversi ex guerriglieri hanno ottenuto la possibilità di dare lavoro ai propri giovani, questi problemi non esistono più. «Nella mia zona (il governo, ndr) mi ha dato un contratto. Così, almeno, ho modo di parlare con i giovani ogni giorno e dire loro di lasciar perdere queste cose», spiega.
Eppure secondo Nosdra solo tra il 2024 e il 2025 ci sono stati otto episodi di fuoriuscite di petrolio, dovuti sia a furti sia – in due casi – a problemi di manutenzione dell’impianto nell’area amministrativa di cui è parte il regno di Solomon. E non dovrebbe accadere: «Il mio dovere come re di una comunità è garantire che ovunque regni la pace – prosegue –. Collaboro con le forze dell’ordine. Collaboro con i giovani. Collaboro con il mio consiglio dei capi per garantire che tutto proceda nell’ordine», conclude.
Il petrolio di Ogale
«Il petrolio che c’è a Ogale… Sono io il proprietario. Sono io che rappresento la gente. Parli con me e ci mettiamo d’accordo. Io ne parlerò con la mia gente». Re Godwin Bebe Okpabi riceve le delegazioni di visitatori al suo palazzo di Ogale, circa 30 chilometri da Yeghe. Ci sono foto del meeting con il governo del 15 maggio 2024 in cui lo si vede seduto accanto al presidente dall’associazione che rappresenta i produttori di petrolio nigeriani.
Rappresenta la sua comunità in una causa aperta contro Shell nel 2015 per i danni ambientali provocati nel suo regno, dove un’agenzia della Nazioni Unite nel 2011 ha trovato concentrazioni di benzene, un potente cancerogeno, 900 volte superiori alle soglie tollerate dall’Organizzazione mondiale della sanità.
A giugno 2025 ha ottenuto dalla Suprema corte inglese il rinvio a giudizio di Shell in due diversi procedimenti: uno per le vittime individuali (quasi 12mila) e uno per la comunità. Il processo si svolgerà nell’arco di quattro mesi dopo marzo 2027. Il giudice ha spiegato di non avere ancora preso una decisione in merito al caso di danni provocati da «parti terze» e non dalla compagnia petrolifera titolare della licenza: il processo dovrà stabilire se per Shell si profila un caso di «negligenza» oppure no. Gli attivisti nigeriani ribadiscono che secondo una legge locale sulle infrastrutture petrolifere «il titolare di una licenza è tenuto a risarcire chiunque subisca danni», a prescindere da quali siano le cause.
«Le fuoriuscite oggetto del contenzioso – precisa un portavoce di Shell rispondendo ai giornalisti – sono state bonificate dalla joint venture indipendentemente dalla causa, come previsto dalla legge nigeriana, in stretta collaborazione con il partner statale Nnpc Ltd (Nigerian National Petroleum Company, la società pubblica nigeriana) le agenzie governative nigeriane e le comunità locali. I certificati di bonifica sono stati rilasciati dall’autorità di regolamentazione nigeriana Nosdra».
«Non sono più forte come quando abbiamo iniziato questa battaglia, ma non morirò finché non vedrò Shell pagare per questo. Shell deve pagare, Shell deve ripulire questo posto. Devono ripulire il terreno, devono pagare un risarcimento», dice il re di Ogale. È stato un suo parente a ricevere Shell nel territorio, alla fine degli anni Cinquanta. Re Okpabi non è contrario allo sfruttamento del petrolio, vuole piuttosto essere il primo re che ne dispone: lasciare il greggio a terra «non ha senso: può portare benefici», sostiene.
Rispondendo alle domande dei giornalisti, un portavoce di Shell ha dichiarato: «Accogliamo con favore la sentenza del giugno 2025, che ha risolto importanti questioni di diritto nigeriano e ha notevolmente ridotto l’ambito della causa. Questa sentenza, che non ha deciso l’esito della causa stessa, definisce il quadro giuridico necessario per portare avanti queste richieste di risarcimento in un processo nel 2027». E aggiunge: «Per molti anni, la stragrande maggioranza delle fuoriuscite nel delta del Niger è stata causata da terzi che agivano illegalmente, come ladri di petrolio che praticavano fori nelle condutture o sabotatori. Questa criminalità è la causa della maggior parte delle fuoriuscite nelle rivendicazioni di Bille e Ogale, e noi sosteniamo che Shell non è responsabile per gli atti criminali di terzi o per la raffinazione illegale».
Da ultima, una considerazione sull’impatto del petrolio per il benessere della Nigeria: «Il petrolio è stato fondamentale per la Nigeria per decenni, rappresentando una parte significativa delle sue esportazioni e del suo Pil. Shell è orgogliosa del proprio contributo alla crescita del Pil della Nigeria e ha investito molto nell’istruzione, nelle borse di studio e nell’occupazione locale. Nel 2024 abbiamo pagato 1,2 miliardi di dollari in tasse e royalties in Nigeria».
Ancora fuoriuscite di petrolio
Dai primi mesi del 2025 non ci sono più società internazionali di oil&gas straniere che gestiscano oleodotti, raffinerie o altre infrastrutture per la produzione e il commercio di energia fossile a terra in Nigeria. Shell, Eni, TotalEnergies e le altre hanno venduto a società nigeriane, innescando la nuova corsa alle risorse. Secondo i dati di Nosdra, però, questo non ha interrotto i casi di fuoriuscite di prodotti petroliferi dagli oleodotti. Anzi.
Il Trans Niger Pipeline è uno degli oleodotti più importanti che attraversa Ogoniland. È gestito dalla Shell Petroleum Development Company, società venduta da Shell alla nigeriana Renaissance Africa nel 2024. Altre quote di minoranza appartenevano a TotalEnergies (10%) ed Eni (5%), mentre la maggioranza era della società nazionale nigeriana.
Fuoriuscite fuori controllo
Sono 225 le fuoriuscite di petrolio registrate nel 2024 e 2025 nello stato Fiumi (Nigeria), di cui 10 all’interno di Ogoniland
IrpiData | Elaborazione IrpiMedia su dati Nosdra
Lungo un suo tratto, a marzo, secondo Nosdra, il taglio di un seghetto ha provocato la fuoriuscita di 311 barili di petrolio. Il 5 aprile, meno di un mese dopo l’incidente, il greggio è penetrato nel terreno, che ha assunto un colore marrone scuro. Nell’area contaminata dal petrolio non c’è traccia di vegetazione. Un uomo che appartiene al personale di sicurezza inzuppa la mano in una grossa pozzanghera dove ristagna un misto di acqua e petrolio (vedi foto di copertina). La mano sgocciola un liquido viscoso, a testimonianza di quanto poco sia stato trattato il terreno per evitare che la contaminazione si aggravasse ulteriormente.
Nel frattempo un’auto si ferma a poche decine di metri di distanza. Scende un uomo alto e longilineo con in testa il solito cappello che indossano i capi di comunità. Si lamenta del fatto che ad accompagnare un gruppo di giornalisti sul luogo dell’incidente non ci siano membri della comunità colpita ma di una confinante e più conosciuta. «Così finirete per scrivere che l’incidente è avvenuto nel posto sbagliato – s’infervora, gesticolando –. Chi verrà poi a fare domanda per le compensazioni? Gli altri, perché i giornali hanno scritto il nome della loro comunità».
L’uomo si chiama Bless Loal Kpea. È uno dei capi della comunità di Mogho, quella effettivamente colpita dalla fuoriuscita di petrolio. È anche l’amministratore delegato di una delle società impegnate nella bonifica di Ogoniland. E fornisce anche servizi per installare nuovi pozzi petroliferi.
Questa febbre dell’oro nero ha riacceso anche il fronte contrario degli ambientalisti. «Ogoniland occupa una posizione unica a livello globale: è un simbolo della lotta contro lo sfruttamento e la cospirazione ecocida tra lo Stato nigeriano e le compagnie petrolifere, in particolare Shell – sostiene Olanrewaju Suraju, presidente dell’Human and Environmental Development Agenda (Heda Resource Center) –. Il governo Tinubu sta spingendo con forza per raccogliere fondi da tutte le fonti possibili, indipendentemente dalle conseguenze», aggiunge Suraju. «I capi locali, come in passato, sono facilmente compromessi dallo Stato. Ora si trovano di fronte a un dilemma: opporsi per il bene della comunità o accettare l’appoggio dello Stato e il guadagno personale». Perché tutti i re vogliono trivellare Ogoniland.
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