La fabbrica degli irregolari

I lavoratori del Sud-est asiatico partono per la Romania con la promessa di un lavoro e un permesso di soggiorno. Ma il sistema è una truffa e sono costretti a viaggiare in Italia. Dove lavorano in nero, senza permessi

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Soaca Enterprises srl è l’azienda di trasporti della Romania per la quale Rafi, classe 2000, pensava che avrebbe lavorato una volta raggiunta l’Europa. Voleva lasciare il suo Paese, il Bangladesh, perché «troppo religioso e conservatore e vedere posti migliori nel mondo», racconta a IrpiMedia, seduto ai tavoli di un’associazione bengalese di Torpignattara, a Roma.

Perché alla fine Rafi ha trovato impiego come lavapiatti in nero, con una paga da fame, in un Paese diverso da quello per il quale aveva inizialmente sborsato circa diecimila euro per pratiche burocratiche che avrebbero dovuto garantirgli un contratto regolare e quindi il permesso di stare in Europa. Ha venduto la terra, si è indebitato con i propri familiari e in quasi due anni – è atterrato all’aeroporto di Bucarest a luglio 2024 con altre venti persone – non è riuscito nemmeno a restituire il prestito.

In Breve

Nel 2024 – dato più recente disponibile – 1,1 milioni di lavoratori “stranieri” sono entrati nell’Unione europea attraverso un visto di lavoro. Il sistema di reclutamento che dovrebbe concedere loro i permessi di soggiorno, però, è un fallimento: invece di regolarità e integrazione, porta precarietà e sfruttamento.

La Romania nel 2022 ha raddoppiato la quota di lavoratori regolari “extra Ue” da far entrare nel Paese, portandola a 100mila. Il Paese – entrato in zona Schengen il primo gennaio 2025 – nel giro di pochi anni ha aumentato esponenzialmente anche le richieste di nulla osta e di permessi di soggiorno temporaneo (Trc in inglese), soprattutto per migranti provenienti dai Paesi del sud-est asiatico.

Rafi
Rafi © Sebastian Viskanic

Tra il 2020 e il 2024 quelli concessi a cittadini del Bangladesh sono aumentati da 382 a 4.083, dello Sri Lanka da 1.351 a 7.039, del Pakistan da poche decine nel 2020 a 1.224. Sono gli stessi Paesi di provenienza dei lavoratori che entrano in Italia attraverso il Decreto flussi, il provvedimento che stabilisce una certa quota di migranti (stagionali e non) da far entrare in Italia ogni anno per colmare la mancanza di manodopera in alcuni settori strategici.

Quello che mostra la storia di Rafi, però, è che i problemi del sistema di ingresso in Europa tramite lavoro regolare sono “transeuropei” e i limiti del sistema in Romania finiscono per influenzare anche un altro sistema fallace: quello italiano. 

Il Bangladesh rifornisce il mondo di manodopera

Ioana Cimpan è una dei due soci di Soaca Enterprises srl, l’azienda di trasporti che compare nella domanda di visto per la Romania di Rafi. Cimpan nega di aver mai fatto richiesta di lavoratori dall’Asia. Quando IrpiMedia la incalza sul caso di Rafi, però, minaccia di chiamare la polizia e riaggancia. La società dal 2024 ha un solo impiegato, secondo quanto risulta dal registro imprese romeno.

Ali Haider Chowdhury è il segretario generale del Baira (Bangladesh association of international recruiting agencies), l’associazione bengalese che rappresenta le circa 2.400 agenzie di reclutamento riconosciute dal governo, tra cui quella di cui Chowdhury è il direttore. A queste se ne aggiungono altre – non si sa quante – illegali.

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Ecco perché, secondo lui, è facile fregare i migranti che cercano di andare in Europa. Basta che si mettano d’accordo un datore di lavoro romeno e un intermediario bangladese. Con tremila dollari in Romania si può aprire una società fittizia. Dato che il governo non è in grado di effettuare controlli, si ottiene con facilità l’autorizzazione per richiedere permessi di lavoro. I permessi vengono poi venduti all’agenzia interinale di un socio in Bangladesh, che a sua volta rivende i documenti ai singoli lavoratori, rincarando sul prezzo.

Lo stesso Chowdhury è stato approcciato in passato da un’organizzazione di truffatori che metteva in vendita singoli permessi di lavoro per la Romania a tremila dollari ciascuno ma si è rifiutato di prendere parte al giro d’affari criminale. «All’inizio era un fenomeno enorme», ricorda, specificando che riguardava anche altri Paesi fuori dall’Ue, come la Serbia e il Kazakistan. «Ora la gente ha capito che si tratta di un business basato sull’inganno», precisa Chowdhury.

Le rimesse dei bangladesi in Italia

Con 1,7 miliardi, il Bangladesh è il primo Paese beneficiario delle rimesse dall’Italia, pari a quasi il 20% del totale (valori in €)

Il Bangladesh è un Paese che rifornisce il mondo intero di manodopera. Ogni anno, infatti, oltre due milioni di giovani entrano nel mercato del lavoro, ma il sistema economico bangladese non è in grado di assorbire completamente quest’offerta. Così, chi non può lavorare nel proprio Paese emigra.

Nel solo 2024 un milione di lavoratori è andato all’estero, soprattutto dei Paesi del Golfo. Non è un fenomeno recente: da anni l’economia del Bangladesh si fonda anche sulle rimesse dei lavoratori impiegati all’estero. Nel 2024 hanno superato i 26,8 miliardi di dollari, costituendo la seconda fonte di valuta estera della nazione, preceduta solo dall’industria tessile.

Tuttavia le truffe in fase di reclutamento – riporta il The Daily Star, principale quotidiano del Bangladesh, nel settembre del 2025 – hanno spinto alcuni Paesi a ridurre o chiudere l’accesso ai lavoratori migranti bangladesi, con il rischio che questo abbia una pesante ricaduta sia sul welfare familiare sia sull’economia dell’intero Paese.

Nessuno si prende la colpa

Per attrarre clienti, le agenzie di reclutamento del Bangladesh devono apparire credibili. La promozione passa soprattutto dai social media, dove si trovano anche diversi contenuti per sensibilizzare il rischio di provare a entrare attraversando il Mediterraneo.

«Ho fatto tutto questo viaggio fino in Romania proprio per voi. Spero che la nostra organizzazione mantenga la sua buona reputazione in Europa». La scritta accompagna un selfie scattato ad aprile 2024 all’aeroporto di Bucarest.

L’autore è Shahadat Hosseinn, il titolare dell’agenzia Global Education & Immigration Services (Geis) di Dacca, in Bangladesh, la stessa che ha permesso a Rafi di raggiungere la Romania.

Contattato da IrpiMedia, Hosseinn dice di non avere niente a che fare con lo sfruttamento lavorativo: «Non mantengo contatti con i lavoratori dopo il loro arrivo in Romania. Da quel momento la gestione passa interamente al reclutatore principale». Hosseinn scarica quindi la responsabilità su una terza società rumena, un’altra agenzia di reclutamento. Si chiama SAS Enterprise e ha sede a Cluj-Napoca, in Transilvania: è specializzata nel trovare manodopera che arriva dall’Asia e, più di recente, dall’Africa.

Non risultano aziende registrate con questo nome commerciale nei principali registri imprese internazionali. Tuttavia il numero di telefono risulta collegato almeno a un’altra agenzia interinale romena. Hosseinn spiega che Geis ha interrotto i rapporti con SAS Enterprise, dopo «numerose denunce per tratta di esseri umani», di cui però non ha fornito alcuna evidenza.

Una volta chiaro che il lavoro con Soaca Enterprises srl non esiste, la SAS Enterprise propone ai lavoratori del Bangladesh un nuovo datore di lavoro: Prebet Aiud Sa, un colosso dell’edilizia quotato alla Borsa di Bucarest e beneficiario di fondi europei provenienti dal Recovery fund.

Aiud è il nome del piccolo centro della Transilvania, a 400 chilometri da Bucarest, dove si trova l’impianto. Qui Rafi riesce a parlare con qualche lavoratore: gli raccontano di turni di dodici ore, sette giorni su sette, per 400 euro al mese che non arrivano nemmeno con regolarità.

«E vogliono i nostri passaporti», aggiunge Rafi. È la goccia che fa traboccare il vaso: decide di non accettare l’offerta e si reca all’ufficio immigrazione per chiedere aiuto. È in Romania da dieci giorni. Gli spiegano che per cercare un nuovo impiego ha bisogno di una lettera da parte del primo datore di lavoro, cioè la Soaca Enterprises srl, che però è irraggiungibile. Ha novanta giorni per regolarizzare la propria posizione prima di diventare un migrante irregolare e rischiare detenzione ed espulsione.

Il lavoro dentro la fabbrica Prebet Aiud

Prebet Aiud Sa non ha risposto alle richieste di commento di IrpiMedia. Lo ha fatto invece Simina Sas, rappresentante dell’agenzia SAS Enterprise. «Succedono cose del genere? Mi dispiace sentirlo», ha detto quando le è stato chiesto conto di quanto avvenuto a Rafi. Ha aggiunto di non aver ricevuto lamentele dai lavoratori collocati alla Prebet, specificando di aver regolarmente garantito a tutti un permesso di lavoro.

Rafi è arrivato nell’Unione europea da meno di due settimane e già il suo progetto migratorio è fallito. Deve spostarsi in Italia dove può contare su una rete di amici e parenti per cercare di ricominciare daccapo.

È partito come lavoratore dal Bangladesh, ma per restare in Italia deve chiedere asilo: anche se la sua domanda dovesse essere rifiutata, infatti, i tempi burocratici e lo status che ne consegue gli permettono di guadagnare tempo per cercare di stabilizzarsi. Non ha altro modo per restare se non sfruttando il sistema dell’asilo: ora lavora in nero e aspetta, nella speranza di ottenere un permesso. Come Rafi sono in migliaia a farlo e corrono tutti il rischio, comunque, di diventare irregolari e di essere rimpatriati.

I lavoratori stagionali

L’Italia fa ampio uso di migranti stagionali: oltre la metà dei 274mila lavoratori stagionali nella Ue trova impiego in Italia (146mila)

I lavoratori specializzati

I permessi di soggiorno per lavoratori stranieri specializzati sono invece al minimo: dei 78mila nella Ue, solo lo 0,8% è in Italia

IrpiData | Dati: 2024, Eurostat

«Il sistema europeo delle migrazioni è rotto»

Chaminda viene dallo Sri Lanka. Vive vicino Napoli ma anche lui è passato prima dalla Romania, dove è arrivato nel 2022 con un permesso di lavoro per fare l’assistente di magazzino. «Ci sono tante agenzie nel mio Paese che organizzano quello di cui c’è bisogno – racconta – ma ti dicono anche un sacco di bugie». 

Nel caso di Chaminda, riguardava la paga per l’impiego in Romania, molto più bassa di quanto prospettato all’inizio. Per questo motivo ha cambiato lavoro ma la nuova compagnia nel giro di pochi mesi ha fallito, lasciandolo in mezzo a una strada, senza rinnovare il suo permesso di soggiorno temporaneo.

Questo processo in Romania è completamente responsabilità del datore di lavoro, che deve seguire una complessa procedura burocratica. Se passano novanta giorni, il migrante diventa illegale e non ha più alcun modo di tornare in una situazione di regolarità. 

Come Rafi, anche Chaminda ha deciso allora di andare in Italia. Era il 2022, la Romania non faceva ancora parte dell’area Schengen, quindi viaggiare aveva delle difficoltà maggiori di oggi. «Un trafficante – ricorda – mi ha chiesto circa quattromila euro. Io non ce li avevo e quindi mi sono organizzato da solo».

Chaminda
Chaminda © Sebastian Viskanic

Dopo aver superato a piedi il confine in Ungheria, è stato fermato dalla polizia ungherese che lo ha costretto a presentare domanda di asilo in Romania e gli ha ordinato di raggiungere il centro di detenzione per immigrati a Timișoara. Chaminda allora è fuggito di nuovo, questa volta camminando nei boschi seguendo il percorso del fiume Mureș. Ha raggiunto l’Ungheria e poi, via autobus, l’Italia.

Dopo due mesi a Roma, ha deciso di tentare la fortuna in Belgio, per una posizione lavorativa trovata su Facebook, salvo presto realizzare che anche in quel caso si trattava di una truffa. Ha denunciato alla polizia locale, che lo ha espulso nuovamente in Italia. Qui ha presentato una domanda d’asilo, ma vista la precedente procedura aperta in Romania, l’Italia ha inviato una richiesta di “take back”, “ripresa in carico”.

È una procedura secondo cui la richiesta di asilo deve essere presa in carico dal primo Paese Ue dove viene depositata. Gli ultimi dati disponibili sull’Asylum information database – banca dati che raccoglie informazioni su domande d’asilo e procedure di detenzione in 24 Paesi europei, non solo Ue – nel 2024 indicano che su 697 richieste dall’Italia di “riprese in carico”, la Romania ha risposto positivamente a 342 ma solo in un caso il migrante è stato trasferito dall’Italia alla Romania (sono 13 i trasferimenti totali dall’Italia).

Viceversa, l’Italia ha ricevuto 15 richieste di “ripresa in carico” dalla Romania, tre sono state accettate ma nessuna è stata effettuata.

Intanto Chaminda si è spostato a Sorrento, dove lavora prima in un ristorante, poi come badante, vale a dire proprio quei lavori per cui esiste il decreto flussi italiano. «Se ci fosse un lavoro legale in Romania, tornerei subito – confessa –. In Sri Lanka no, ho una serie di debiti da pagare». Sta ancora aspettando: sia l’esito della sua richiesta d’asilo, sia un lavoro regolare. 

«Il sistema europeo delle migrazioni è rotto, si basa su politiche altamente obsolete», è la conclusione di Siraiul Amin, amministratore delegato di Hcm Infinity, un’agenzia di reclutamento bengalese riconosciuta che opera in circa sessanta Paesi.

Secondo lui il problema è duplice: da un lato c’è la difficoltà di ottenere degli impieghi regolari a cui si legano i permessi di soggiorno per motivi di lavoro; dall’altro però c’è la discrepanza tra salari all’interno dell’Ue.

«I lavoratori migrano legalmente verso Paesi dell’Europa dell’Est a basso salario, come quelli dei Balcani, per poi trasferirsi illegalmente in Paesi a più alto salario, come Italia, Germania o Norvegia – conclude –. Un meccanismo per cui i Paesi europei finiscono per sottrarsi a vicenda i lavoratori, lasciando irrisolto il problema della carenza di manodopera». E lasciando gli stessi lavoratori migranti nell’irregolarità.