Per i rider lavorare con le imprese di intermediazione significava avere la garanzia di turni di lavoro che da “indipendenti” utilizzatori dell’app Uber non avrebbero forse avuto nella stessa quantità. Parallelamente ciò permetteva a due società intermediarie milanesi di realizzare un doppio livello di sfruttamento ed assoggettamento, direttamente avallato dalla piattaforma. Se infatti già quest’ultima non è chiara nel definire in che modo vengano calcolate le cifre per ogni consegna, quali siano i parametri per i quali le consegne siano affidate ad alcuni rider e non ad altri, le intermediarie sanzionavano coloro che non stavano al finto accordo firmato prima di iniziare a lavorare. Un accordo che prevedeva 3 euro a consegna, siglato su fogli volanti, come ha appurato l’inchiesta della procura di Milano e della locale Guardia di finanza.
Le società milanesi coinvolte nell’inchiesta giudiziaria aperta nel 2020 dalla procura di Milano, Flash Road City e FRC srl, imponevano ai rider l’accettazione di ogni ordine proposto dalla piattaforma Uber e, in caso contrario, alla paga bisettimanale veniva sottratto denaro sulla base della percentuali di accettazione o cancellazione: se i rider accettavano meno del 95% degli ordini ricevevano una penale di 0,50 cent per ogni ordine; la stessa penale se cancellavano più del 5% degli ordini di consegna. Oltre ai malus, ai rider venivano sottratte anche le mance guadagnate durante le consegne.
Nel maggio 2020 il Tribunale di Milano aveva commissariato Uber Italy per caporalato a danno dei rider, decisione poi revocata a marzo 2021 dalla sezione misure di prevenzione dello stesso tribunale. I giudici hanno infatti riconosciuto il percorso “virtuoso” intrapreso dall’azienda a seguito dell’indagine.
Ma nelle duecento pagine che la gup di Milano Tiziana De Pascale deposita a inizio gennaio 2022 a motivazione della condanna in primo grado nei confronti dei titolari delle due società di intermediazione, lo schema risulta chiaro. Stando alla sentenza, che ha condannato i tre imputati a pene tra uno e tre anni e previsto risarcimenti per 10.000 euro a più di quaranta rider, si sono create «condizioni di sfruttamento e di approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori, sicuramente agevolate dall’assenza di una specifica regolamentazione dei rapporti di lavoro connotati dalla “smaterializzazione” e dalla gestione tramite applicazioni informatiche e digitali». Forse quindi attraverso un “nuovo mercato” come quello del food delivery, è possibile scorgere vecchie pratiche di sfruttamento e nuove criticità del mondo del lavoro: come detto dagli stessi migranti dichiaratisi parte civile nel processo, «[questa] è un’opportunità unica di lavorare, soprattutto per chi non ha i documenti».
In nero per le due aziende risultavano, secondo la ricostruzione, 321 rider su Milano, 119 a Roma, 97 a Torino. Il dialogo tra intermediari e manager di Uber Italy era costante, e quest’ultima non poteva essere all’oscuro della reale condizione dei lavoratori. Nelle parole della gup De Pascale queste azioni sono da ricondurre ad un “caporalato grigio” che, diversamente da quelle forme «para-schiavistiche di sfruttamento del lavoro che si consumano nella più completa illegalità», «si celano dietro una parvenza di legalità del rapporto di lavoro e che non implicano il totale assoggettamento del lavoratore».
Nessun contratto se non alcuni fogli senza valore giuridico, sequestrati dalla Guardia di Finanza durante le perquisizioni nelle due aziende nel febbraio 2020, che riportavano la dicitura «accordo di collaborazione occasionale. 3,75 euro lordi a consegna, 3,00 euro netti. Pagamento ogni 2 settimane». L’ «accordo» era diverso sulla base del mezzo che il fattorino avrebbe utilizzato.

Come ogni altra piattaforma digitale del food delivery, Uber italy definisce un prezzo alla consegna di ogni ordine deciso sulla base di alcuni indicatori (non definiti contrattualmente) come la distanza in chilometri. Tuttavia le società di intermediazione, che reclutavano i lavoratori migranti nelle piazze o direttamente attraverso il passaparola di Uber, ignoravano le indicazioni di pagamento dell’applicazione della stessa Uber, corrispondendo un cottimo di tre euro a consegna deciso in maniera arbitraria. A chi chiedeva conto della differenza tra il compenso ricevuto e le cifre più favorevoli indicate sull’applicazione veniva riferito che «i prezzi sull’applicazione sono errati». Alcuni rider hanno deciso di inviare una comunicazione a Uber su quanto stava accadendo, ma senza successo.
Sebbene le piattaforme digitali per il delivery siano solite sottolineare che il rider può lavorare «quando vuole», la verità è un’altra. Se la consegna dei pasti è più probabile nelle ore a ridosso del pranzo e della cena, è quasi ovvio concludere che i fattorini siano obbligati a lavorare in concorrenza tra loro esattamente in quei momenti. Nel caso specifico gli imputati imponevano ai lavoratori di essere presenti ad ogni turno di lavoro stabilito (praticamente tutti i giorni), e anche in momenti aggiuntivi (le cosiddette supply hours) quando ciò veniva richiesto dalla stessa Uber Italy.
Il funzionamento dell’algoritmo della piattaforma Uber Italy è sconosciuto, esattamente come quello di tutte le altre presenti sul mercato. Di conseguenza, mentre i rider svolgono il loro lavoro, sono assoggettati a decisioni imposte dall’alto di cui non conoscono motivazioni ed eventuali variazioni nel tempo. A farla da padrone sulle piattaforme è dunque l’algoritmo. Al momento, in genere, sugli accordi delle piattaforme viene sostanzialmente definito come un sistema a punti in cui più si consegna più si ha possibilità di consegnare. Poco altro. Un gioco, appunto, dove le regole sono progettate da chi poi non gioca. In questo caso oltre ai malus che gli imputati, titolari della società di intermediazione, calcolavano nei confronti dei rider che non accettavano tutti gli ordini proposti dall’applicazione, questi ultimi erano soggetti anche a sanzioni e blocchi di account da parte di Uber Italy. Per i rider non avere un account funzionante, o non avere accesso ad esso, significa letteralmente non poter lavorare.
Se il fattorino risultava lento oppure non aveva buoni rapporti con le intermediarie (sovente dovuti al reclamo di diritti basilari quali la retribuzione e l’accesso ai turni di lavoro) veniva “attenzionato” dai manager di Uber, che provvedevano a sospenderlo per un periodo di due settimane alla fine delle quali la scelta era tra il blocco dell’account e la reintegrazione a lavoro. Per la prima volta, ciò che numerosi rider e sindacati da tempo lamentano, è scritto nero su bianco e può essere un sistema riconducibile anche ad altre società che operano nel mercato del food delivery.
Ciò si evince nell’email inoltrata da un manager di Uber Italy agli imputati, nella quale vengono condivisi i risultati di alcuni rider su varie città italiane: «Se nella tabella c’è TRUE significa che il corriere non ha soddisfatto i requisiti e sta ricevendo una notifica che darà inizio al grace-period (periodo successivo alla segnalazione dell’account in cui il rider può ancora soddisfare i requisiti, ndr) di 2 settimane». Da quanto è possibile sapere da casi simili avvenuti su altre piattaforme, spesso la notifica inviata dalle app non è chiara e non permette ai rider di avere contezza reale di ciò che avverrà in seguito ma unicamente a comprendere la loro momentanea impossibilità di lavorare.

Attraverso le chat visionate dagli investigatori è stato possibile anche constatare come UBER B.V., con sede ad Amsterdam e socio unico di Uber Italy Srl, abbia un sistema di controllo qualità dei rider duplice: uno gestito direttamente a livello locale dai manager di Uber (e quindi dai citati nella sentenza); uno centralizzato e in mano alla sede olandese, «capace di bloccare autonomamente i rider in base ai dati forniti dalle dashboards sull’operato degli stessi». Anche in questo caso il blocco dell’account avveniva dopo due settimane di osservazione. Dalle conversazioni WhatsApp tra gli imputati e i manager di Uber Italy emerge inoltre come a volte per essere segnalati bastasse anche solo avere un operatore telefonico che non permettesse di collegarsi ad Internet in maniera ottimale, e dunque di accettare le proposte di consegna. In altri casi è stato dimostrato come i rider venissero disconnessi direttamente da Uber Italy perché in servizio in orari di lavoro non precedentemente pattuiti con la stessa.
