Boom di resort in Libia, anche con soldi delle milizie

A est di Tripoli, le stesse coste da cui partono i migranti sono diventate negli ultimi anni anche una meta turistica. Il caso del Royal Dyar resort, gestito da uomini legati al capo milizia Bashir Khalaf Allah, detto Al-Baqara

Un dettaglio dell’area dove sorge il Royal Dyar Resort © PlaceMarks

La bianca e lussuosa terrazza del bar si affaccia su una piscina vista mare. Di fronte, una spiaggia di sabbia e il Mediterraneo; alle spalle, una lunga serie di edifici residenziali bianchi. Il Royal Dyar resort hotel si trova in Libia, a est della capitale Tripoli. Dall’alto, appare come una fila di quadretti bianchi punteggiati di verde, parallela alla quale ne corrono altre, identiche. Sono altre strutture turistiche. Le stesse coste da cui partono i migranti sperando di attraversare vivi il Mediterraneo sono diventate negli ultimi anni anche una meta di villeggiatura, come testimoniano le immagini satellitari degli ultimi nove anni, elaborate da PlaceMarks per IrpiMedia. Dal 2014 ad oggi, nel tratto di terra che si estende tra Tajoura e Garabulli, nell’arco di soli sette chilometri sono state costruite oltre 60 strutture, tra resort, alberghi e complessi turistici.

Di chi sono i soldi investiti per la costa dei resort della Libia? Almeno in un caso, sono i proventi delle scorribande di una milizia. Tre fonti libiche, infatti, confermano che il Royal Dyar resort hotel è gestito da uomini che rispondono a Bashir Khalaf Allah, uno dei signori di Tajoura, un miliziano che da anni si contende il predominio del territorio con altri clan rivali e che gestirebbe anche un centro di detenzione per migranti. Khalaf Allah è originario della città di Misurata ed è noto anche con il soprannome di “Al-Baqara” (la mucca, in italiano). È il leader di una milizia che porta il suo soprannome, anche nota come 33esima Brigata, oppure come Rahbat al-Duru, dal nome di una base militare di Tajoura, secondo quanto riporta uno studio del febbraio 2022 della Divisione dell’informazione, della documentazione e della ricerca (Didr) dell’Ufficio francese per la protezione dei rifugiati e degli apolidi. La brigata è alleata al Governo di unità nazionale guidato dal premier riconosciuto dalle Nazioni Unite Abdul Hamid Debaiba, nonostante negli anni sia stata anche in contrasto con il governo tripolino in carica. «Da queste parti è un fatto noto» che il Royal Dyar sia suo, spiega Jalel Harchaoui, un ricercatore specializzato in Nord Africa, con un focus specifico sulla Libia.

Non esistendo un registro imprese online non è possibile verificare chi sia il titolare effettivo dell’impresa. Le fonti di IrpiMedia convergono però sul fatto che il resort sia intestato a Mahmoud Elmasharta, un uomo d’affari originario di Suq al-Jumaa, un distretto dell’area metropolitana di Tripoli, anch’essa a est dalla capitale. Elmasharta, in origine, era vicino alle temute Forze speciali del ministero dell’interno libico RADA, cui forniva servizi strategici di viaggio, ma, a seguito di una rottura dei rapporti con il dicastero, è stato arrestato per alcuni mesi. Quindi, una volta rilasciato, si è alleato con i rivali delle Forze speciali, tra cui Khalaf Allah. IrpiMedia ha cercato di raggiungere via email e social network la brigata di Al-Baqara ma non è stato possibile entrare in contatto.

L’ascesa di “Al-Baqara”, la mucca

Khalaf Allah è divenuto noto dopo la prima guerra civile libica del 2011, cominciata in seguito alla caduta di Gheddafi. Era tra coloro che combattevano per il controllo della capitale Tripoli. Al tempo non era ancora un leader, ma uno dei giovani il cui ruolo era dirigere operazioni specifiche come il comando di un gruppo armato per partecipare a conflitti, assalti o rapimenti.

Khalaf Allah, detto “la mucca” © Facebook

Negli anni seguenti, Al-Baqara è emerso come uno dei capi di milizia più importanti che hanno lavorato con il Gna, il Government of National Accord, il governo provvisorio libico di Fayez al Sarraj che si è formato nel 2015 e che, prima di sciogliersi nel 2021, ha firmato nel 2017 il Memorandum of Understanding con l’Italia per la gestione dei flussi migratori dalla Libia e il rafforzamento della Guardia costiera libica.

Khalaf Allah è considerato vicino al mondo politico islamista, in particolare al Gran Mufti Sadiq al-Ghariani, che risiede proprio nella regione di Tajoura. Nel 2017, a seguito di una crisi diplomatica tra Qatar, da un lato, e, dall’altro, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrain, questi ultimi Stati hanno stilato una lista di persone e istituzioni che hanno finanziato organizzazioni terroristiche e ricevuto sostegno proprio dal Qatar. Tra i nomi, appare anche quello di Sadiq al-Ghariani, a causa delle sue attività in Libia che avrebbero comportato la diffusione di propaganda islamista radicale e incitato alla violenza. Secondo il Libya Herald, un quotidiano in lingua inglese con sede a Tripoli, al-Ghariani sarebbe coinvolto nell’operato di numerose organizzazioni qatariote e avrebbe anche un permesso di soggiorno del Qatar.

Mentre Khalaf Allah si afferma come leader e tesse le sue relazioni, la Libia vive anni decisamente complicati, durante i quali però si creano le condizioni per la crescita del settore turistico cui anche lo stesso Al-Baqara ha preso parte. Il boom di investimenti sulla costa fuori Tripoli è iniziato nel 2014, in concomitanza con la seconda guerra civile libica, che ha visto contrapporsi il governo internazionalmente riconosciuto della capitale Tripoli a quello della città orientale di Tobruk, sostenuto militarmente dal generale Khalifa Haftar.

Il conflitto, che è proseguito fino al 2020, ha fortemente limitato e a volte bloccato gli spostamenti dei cittadini libici, anche nei Paesi vicini come Tunisia o Egitto. Quest’ultimo, in particolare, per l’ingresso dalla Libia, ha introdotto dei visti molto difficili da ottenere. Per le classi particolarmente abbienti, quindi, è diventato complicato anche andare in vacanza e così alcuni imprenditori locali hanno avuto l’idea di costruire un primo resort ad est di Tripoli. La risposta è stata positiva, le richieste elevate e così altri businessmen e alcuni uomini delle milizie hanno iniziato a investire nell’offerta turistica locale, utilizzando in nero anche i fondi fatti durante la guerra.

Chi comanda a Tajoura

Tajoura, il centro cittadino che si sviluppa intorno alle nuove strutture turistiche per i benestanti, negli anni del boom dei resort è stato al centro di traffici e combattimenti. Nel 2018, le milizie della città si sono divise tra chi sosteneva l’allora primo ministro Fayez al-Serraj e chi, come Al-Baqara, voleva che la premiership fosse affidata al rivale Khalifa al-Ghawil, politico che già aveva brevemente ricoperto quel ruolo nel 2015, vicino ai Fratelli Musulmani. Per aver insediato il governo di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite con un “esecutivo ombra”, al-Ghawil è stato messo sotto sanzione da diverse istituzioni, inclusa l’Unione europea. Secondo quanto scrive la ricercatrice Arezo Malakooti in un report pubblicato ad aprile 2019 dalla Global Initiative Against Transnational Organised Crime (Gitoc) e Clingendael, nel 2018 il porto di Tajoura è stato anche il principale porto di sbarco dei migranti intercettati dalla Guardia costiera libica.

All’epoca, in città esisteva uno dei centri di detenzione per migranti più importanti del Paese. La struttura era parte di una rete di 34 centri in cui erano presenti almeno cinquemila persone in tutta la Libia nord-occidentale. Tutte le strutture erano gestite dal Direttorato per combattere l’immigrazione illegale (Dcim, nell’acronimo inglese), l’agenzia appartenente al ministero dell’Interno di Tripoli per il controllo dell’immigrazione irregolare. Il 2 luglio 2019 è stata al centro di un episodio tragico: mentre le truppe di Haftar dell’Esercito nazionale libico (Lna) cercavano di prendere Tripoli, il centro di detenzione, con circa 600 persone al suo interno, è stato colpito da un attacco aereo, causando almeno 53 vittime e 87 feriti. Secondo un’indagine Onu, «sebbene risulti che gli attacchi aerei del 2 luglio 2019 siano stati condotti da velivoli appartenenti a uno Stato straniero, rimane poco chiaro se questi mezzi aerei fossero sotto il comando dell’Lna o se fossero operati sotto il comando di tale Stato straniero a sostegno dell’Lna».

Ad oggi, secondo quanto dichiarato a The New Arab dal presidente del comitato nazionale per i diritti umani libico Ahmed Hamza, sono 22 i centri di detenzione ufficiali distribuiti in varie città della Libia, di cui tre fuori dal controllo statale. Uno di questi ultimi sarebbe proprio a Tajoura, sotto il controllo della milizia Rahbat al-Duru.

Sulle coste libiche, quindi, il traffico dei migranti e il business del turismo si intrecciano. E mentre il primo è un settore ormai storicamente consolidato, il secondo è ancora molto acerbo, con le strutture sulla costa orientale di Tripoli che, ad oggi, rappresentano più un’eccezione che la regola.

Più turismo per la Libia?

A ottobre, si è tenuta a Tripoli la Libya Travel and Tourism Exhibition, cui hanno partecipato decine di aziende locali e internazionali. Commentando la mostra e il suo ruolo nel rilancio dell’economia nazionale, il ministro dell’Economia e del Commercio Mohamed Al-Hwej ha dichiarato in un’intervista esclusiva al Libya Herald che il turismo è un’importante fonte di reddito e, nonostante il grande potenziale turistico della Libia, il contributo del settore è stato quasi inesistente per diverse ragioni.

Alcuni mesi prima, intervenendo in giugno ad un evento in Tunisia, il direttore generale del centro di informazione e documentazione turistica libico Osama Al-Khabuli, aveva dichiarato che in Libia sono aumentati gli investimenti interni nel settore turistico. Un dato confermato anche da Tariq Al-Senussi Al-Houni, addetto stampa del ministero del Turismo libico, che ha parlato sempre con il Libya Herald. «Il ministero del Turismo sta seguendo i resort e i villaggi turistici di proprietà del settore privato in Libia, che hanno iniziato a crescere e a diffondersi negli ultimi anni e a tenere il passo con lo sviluppo del settore», ha dichiarato, aggiungendo che «il turismo domestico, soprattutto quello che si concentra sul mare in estate, ha ottenuto lo scorso anno un buon ritorno di investimento pari a un miliardo di dollari».