Garanzie senza trasparenza, i rischi nascosti del Fondo di garanzia paneuropeo

Venticinque miliardi di garanzie pubbliche per salvare le pmi europee dalla crisi post-pandemia: l’opacità sui processi di selezione e tracciabilità dei fondi e quel meccanismo che ricorda i mutui della crisi del 2008

La sede della Bei in Lussemburgo © European Investment Bank

«Il danno all’economia provocato dalla pandemia diventa ogni giorno sempre più visibile: centinaia di migliaia piccole e medie imprese (pmi) europee combattono per rimanere in vita». Maggio 2020: Werner Hoyer, presidente della Banca europea per gli investimenti (Bei), faceva le prime considerazioni sugli effetti della crisi economica. I numeri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ricordano che le pmi nei 38 Paesi membri rappresentano il 99% delle aziende totali, contano il 70% dei posti di lavoro complessivi e circa il 50% del Prodotto interno lordo dell’area Ocse (dati 2017). È un settore di vitale importanza per l’economia europea.

Tra febbraio 2020 e aprile 2021 l’Ocse ha calcolato per una forbice tra il 70 e l’80% delle pmi di 32 Paesi una perdita fra il 30 e il 50% delle entrate annuali. Per l’Italia un intervento è ancor più necessario viste le condizioni strutturali dei conti pubblici: nel continente è fanalino di coda per la crescita del Pil, il quale non regge il passo del debito pubblico ed è indietro negli indici di competitività.

La soluzione per arginare gli effetti della crisi costruita dalle istituzioni bancarie pubbliche europee si chiama Fondo di garanzia paneuropeo (Feg o Efg in sigla). Sono i due bracci del gruppo della Banca europea per gli investimenti, ossia la stessa Bei e il Fondo di investimenti europeo (Fei), a provvedere alle dotazioni economiche del fondo attraverso linee di credito, partecipazioni di capitale pubblico, garanzie e altri complessi strumenti finanziari (e ben più rischiosi). I primi beneficiari sono gli istituti di credito nazionali che dovranno poi a loro volta aiutare le imprese, bersaglio finale dello strumento. «Il Fondo di garanzia paneuropeo è una risposta tempestiva e su misura alle necessità urgenti (delle pmi, ndr) a completamento degli sforzi a livello nazionale degli Stati membri», concludeva Hoyer quel 26 maggio 2020.

La sponsorship italiana al Feg

Lo «scudo protettivo delle aziende europee», come lo definisce la Bei, è costituito da un fondo di 25 miliardi di euro con l’obiettivo di «aiutare le imprese a riprendersi dalla pandemia, assumere dipendenti e crescere. Dalla mobilitazione di fondi aggiuntivi dal settore privato, vogliamo generare un ritorno fino a 200 miliardi di euro per l’economia». È uno strumento all’interno di un kit di soccorso economico più ampio, di cui fa parte anche il NextGeneration EU. La quota nominale della garanzia per l’Italia è pari alla sua quota capitale nella Banca, che ammonta al 18,78% cioè 4.695 miliardi di euro. Vi partecipano 22 Paesi dell’Unione europea: se ne sono chiamati fuori Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Romania.

Eppure dall’introduzione dello strumento nell’aprile 2020, il Feg non ha ricevuto molte attenzioni. Counter Balance, Ong europea che si occupa di finanza pubblica, ha scandagliato, anche con l’aiuto di IrpiMedia, l’Efg in un report che si intitola Il fondo di garanzia paneuropeo – lo strumento sconosciuto del pacchetto per la ripresa europea. Il risultato dello studio mostra che il fondo di garanzia ha un enorme problema di trasparenza: dal processo decisionale su quali progetti finanziare, fino agli effetti per i beneficiari ultimi, le risposte che si ottengono dalle istituzioni europee sono frammentarie o inesistenti. Quello che è chiaro, al contrario, è invece l’effetto immediato dello strumento: finanziare le banche e le grandi istituzioni finanziarie. Da ultimo, c’è l’incognita sulla natura dei finanziamenti del fondo: nei documenti del Feg si trovano accenni a strumenti finanziari altamente speculativi.

Come funziona il Fondo di garanzia paneuropeo

I pochi istituti di credito che hanno risposto tra Italia, Francia e Spagna alle richieste di commento di Counter Balance sono tuttavia entusiasti dello strumento: «È senz’altro una buona opportunità per le imprese per uscire da questa fase e ricominciare a investire», è stato il commento di una delle banche di microcredito tra le destinatarie di fondi. In pratica, il fondo permette agli istituti di aprire linee di credito sapendo che in caso di inadempienza del creditore alla fine a pagare il debito saranno le banche pubbliche europee. «L’impatto economico della pandemia si è rivelato molto più pronunciato e a più lungo termine di quanto previsto un anno fa; pertanto, la ripresa richiederà tempo e il sostegno del Feg può svolgere un ruolo decisivo», è stato il commento del nostro Ministero delle Finanze.

L’Italia è stata tra i maggiori sponsor della creazione del Feg, al contrario dei Paesi “frugali” (Olanda, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia) inizialmente contrari a uno strumento di sostegno alla spesa pubblica.

Quali sono i Paesi beneficiari degli interventi del Feg

Nessuna discussione pubblica sul modo in cui vengono spesi i soldi

Nonostante i dubbi sulle possibili conseguenze del fondo di garanzia, la discussioni pubbliche che hanno preceduto la sua introduzione sono state pressoché inesistenti. Solo pochi parlamenti, tra i quali quello italiano e quello olandese, sono stati informati dell’esistenza del Feg e solo gli olandesi hanno reso pubblica la motivazione per la quale il governo ha deciso di prendere parte al fondo europeo. Eppure in caso di garanzie da liquidare, i fondi a cui attingere saranno pubblici, di tutti i cittadini europei. Il rischio per le casse nazionali è proporzionale rispetto a quanto riceveranno dal fondo di garanzia europeo.

All’assenza di discussione preliminare corrisponde l’attuale mancanza di tracciabilità dei progetti finanziati. La Bei mette a disposizione sul proprio sito solo alcuni nomi degli istituti di credito beneficiari delle garanzie. Impossibile arrivare in fondo alla catena delle linee di credito, né conoscere il settore commerciale delle aziende destinatarie degli aiuti.

Anche i criteri di selezione dei progetti destinatari di finanziamenti sono opachi. Il Comitato che decide a chi destinare i soldi rende pubblici solo delle stringate relazioni, omettendo i dati finanziari. Eppure sul sito della Bei è scritto che «in questa pagina saranno rese disponibili le decisioni del Comitato dei contributori che approvano l’utilizzo delle risorse del Feg per le operazioni del Gruppo Bei, nonché una sintetica giustificazione dell’utilizzo della garanzia per singole operazioni o categorie di prodotti».

Alla fine dei conti, conclude Counter Balance, il rischio è che questo denaro pubblico destinato alle piccole medie imprese diventi al contrario «un assegno in bianco alle grandi banche e ai fondi di investimento», grazie alla mancanza di trasparenza sul suo utilizzo. A questo si aggiunge una seconda considerazione: quanto sarà l’effetto reale di questo strumento? Sarà fondamentale per la ripresa oppure no? Senza la possibilità di pubblico dibattito questa valutazione è impossibile.

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