La guerra dei venti nella Guajira

Nella penisola colombiana, Enel ha tentato di costruire un parco eolico ma è stata bloccata dalle proteste dei locali. Quel che rimane del progetto è una testimonianza di come non agire su territori indigeni

Un parco eolico in Colombia © Joaquin Sarmiento / Getty

L’autobus viaggia tranquillo lungo la strada che tocca le coste atlantiche della Colombia. Più di otto ore di viaggio da Cartagena, elegante cittadina coloniale sulla costa caraibica, fino ad arrivare a Riohacha, punto d’inizio del resguardo de la media y alta Guajira, riserva indigena della popolazione Wayuu.

Man mano che il sole cala dietro le nostre spalle i ristorantini e le bancarelle, con la musica ad alto volume che scorrevano davanti ai nostri occhi all’inizio del viaggio, lasciano il posto al buio sempre più pesto che mostra solo il nostro riflesso nel vetro del finestrino. Anche in lontananza cerchiamo di scorgere qualche attività umana, senza tuttavia riuscirci. Alle prime luci del mattino la vista ci fa realizzare quello che si immaginava durante la notte. La terra è arida e secca.

In Breve

Le dune di roccia arenosa rilasciano una sabbia ambrata che colora le strade sterrate circostanti, sentieri che portano verso alcune rancherias: fattorie in legno, fango, paglia e lamiere, che si diffondono per il territorio guajiro come segno della presenza indigena nelle aree che separano le città principali di Maicao, Uribia e Manaure.

A vederla da una cartina, la Guajira è un lembo di terra nel nord della Colombia che si estende come un ramo nell’oceano Atlantico, stretto tra il golfo del Venezuela e il mar dei Caraibi. La macchia verde delle aree piovose che si vede fino a Santa Marta lascia il posto a un terreno sempre più arido, fino alle spiagge desertiche di Punta Gallinas.

Più si va verso nord, più si ha bisogno di fuoristrada e guide locali esperte per riconoscere le tracce appena visibili delle strade, tra le dune e i vasti campi crepati della siccità. La vegetazione secca, con arbusti e alberi bassi, è sufficiente appena per le greggi di capre dei Wayuu. A Riohacha cambiamo autobus, destinazione Maicao, vicino al confine con il Venezuela.

Ci stiamo avvicinando alla nostra meta. Stiamo andando a incontrare alcune persone del posto che sanno cosa sia accaduto al progetto dei campi eolici di Windpeshi, iniziato da Enel nel 2017 ma interrotto per le continue proteste dei locali. Un fracaso, come dicono qua, un disastro.

L’azienda italiana ha perso oltre 170 milioni per questo progetto senza ricavarne nulla, se non una popolazione ancora più guardinga contro gli esterni alla comunità Wayuu. Abbiamo un po’ di ansia. Speriamo di capire cosa muove queste persone, come vivono e cosa sentono quando parlano di questi luoghi che difendono con tanto accanimento.

In fin dei conti, siamo alijuna anche noi, esterni, e qui nella Guajira non sempre si può interpretare la realtà secondo le nostre concezioni occidentali. Questo è sempre stato un territorio solcato dai sentieri di commercianti e contrabbandieri, una zona di confine porosa la cui linea che divide la Colombia dal Venezuela non ha mai significato molto per i Wayuu, che si considerano guajiros, appartenenti al loro territorio ancestrale e non a uno stato formatosi relativamente di recente.

I Wayuu hanno bisogno di ampi spazi dove incontrarsi, celebrare le proprie festività o anche risolvere le dispute. Per questo innalzano le enramadas, luoghi per la collettività composti da un insieme di rami issati e intrecciati tra loro, coronati solo da un tetto di paglia. Sotto queste case aperte i Wayuu possono guardare l’orizzonte e gli altri esseri viventi, poiché non ci sono pareti a tagliare loro lo sguardo. Attraverso i rami passa la parola che condividono e passano i venti, numi tutelari ancestrali nella cosmologia Wayuu. I venti sono esseri plurali e ambigui, con delle personalità distinte.

Le leggende indigene tramandano l’amore tra Jepirachi, la donna vento, e il cerro (monte) Kamaichi che sorge nel tratto costiero del Capo de La Vela. Quando i due si incontrano, Kamaichi le chiede se viva da quelle parti, e lei chiarisce che no, non vive lì ma ci passa spesso perché è di strada.

Jepirachi soffia infatti da nord est, dal mar dei Caraibi, ed è un brezza amorevole, madre dei pescatori che allevia i tediosi mesi di siccità. Se Jepirachi è benefica, Joutai che soffia dal Golfo del Venezuela è invece una corrente malvagia che inaridisce i pascoli, allontana le barche e lascia vuote le reti dei pescatori. Ma il più ambiguo di tutti è Jepiraluju, l’imbroglione, l’eolo del nord che disorienta i pescatori confondendosi con altri venti.

Enel Parco Eolico Guajira Colombia
Pale eoliche nei pressi di Cabo de la Vela, nord ovest della Guajira, riserva indigena Wayuu © Fabio Papetti

Le imprese energetiche e il governo colombiano considerano i venti una risorsa per la transizione energetica del Paese trascurando il significato che la cultura indigena vi associa.

Proprio i venti sono l’oggetto del conflitto che si è scatenato qui. Già nel 2005 l’allora presidente colombiano Alvaro Uribe Velez aveva promosso l’installazione di 15 turbine eoliche del parco Jepirachi. Tra il 2018 e il 2022 avviene la consacrazione del territorio aperto per l’energia rinnovabile, con un totale di 16 progetti lanciati dal governo di Ivan Duque, di cui dieci sono all’impasse.

Il progetto di Enel, ormai chiuso a maggio dell’anno scorso, prevedeva 45 torri eoliche con una capacità compresa tra 5,3 e 5,6 megawatt, per un totale di 200 megawatt. La società italiana aveva preso degli accordi con dei rappresentanti locali per la costruzione delle aeroturbine. Aveva avuto anche il via libera per la costruzione da parte del governo colombiano, ma dopo questi passaggi e l’inizio dei lavori la situazione ha avuto una battuta d’arresto.

Le famiglie che abitavano nei dintorni si sono ribellate al progetto, e hanno preso gli alberi che tagliavano per la legna e sbarrato la strada per Uribia usata dai lavoratori ingaggiati da Enel. I manifestanti intonavano canti, si appoggiavano davanti ai camion e si sedevano in mezzo alla via, chiedendo un maggiore rispetto del diritto indigeno. Tra il 2022 al 2023, il parco eolico di Windpeshi e la strada Uribia-Wimpeshi hanno subito 33 blocchi.

Ma perché?

Il progetto della discordia

Ore 7 del mattino, siamo arrivati a Maicao. Un tempo punto di incontro tra commercianti provenienti da Uribia che viaggiavano lungo l’unica strada sterrata, portando al seguito decine di muli carichi di mais e caffè per scambiarlo con il whisky che veniva da Aruba e Curacao. Adesso è una città che si estende lungo la stessa strada, asfaltata.

Ci addentriamo tra gli isolati a griglia che si diramano dalla via principale per andare a incontrare Wilmer Iguaran, membro della comunità Wayuu di Ipapure, e suo zio Abraham Salas Juusayu. Li incontriamo nel loro punto di ritrovo. Le ansie del viaggio si sciolgono quando ci accolgono calorosamente nel cortile della struttura.

Ci sediamo sotto una enramada, con il tetto tradizionale fatto da foglie di palma intrecciate, e ci offrono caffè con panela, zucchero di canna grezzo tipicamente latinoamericano. Salas Juusayu è l’autorità ancestrale della stirpe wayuu degli Juusayu (uno dei 17 lignaggi Wayuu presenti nella Guajira). Secondo la costituzione in Colombia ci sono due figure fondamentali e riconosciute dalla legge.

L’autorità tradizionale, che è responsabile per i rapporti esterni tra la comunità e lo Stato, e ha il dovere di informare le aziende interessate a portare avanti progetti nel territorio dei vari passaggi necessari per approvare lo sviluppo. E l’autorità ancestrale, che invece ha più un ruolo sociale:

«È il custode del territorio di appartenenza della comunità, colui che supervisiona il terreno, ascolta le richieste della sua comunità e dei lignaggi esterni in merito ad esso», spiega Iguaran.

La legge dei Wayuu è chiara, se un’azienda vuole venire nella Guajira per sviluppare un progetto che impatterà sul territorio, deve prima consultarsi con l’autorità ancestrale che supervisiona l’area interessata. Questa a sua volta presenterà la proposta ai membri della comunità così da decidere insieme la risposta da dare.

Solo dopo questa presentazione, la cosiddetta consulta previa, consultazione preventiva, e il benestare dell’autorità ancestrale, si possono avviare i lavori per il progetto. Ma nel caso del parco eolico di Windpeshi le cose sono andate diversamente.

Nel caso di Enel tutto ha inizio quando la società italiana appalta i lavori per la costruzione della strada che avrebbe dovuto portare i materiali da Uribia a Windpeshi, passando per il territorio di Ipapure, sotto l’autorità di Salas Juusayu.

Enel incarica CJR Renewables per questo, una società portoghese che si occupa della costruzione di parchi eolici e fotovoltaici. Ma nel dicembre 2020 viene negato alla filiale colombiana, la CJR Colombia, il permesso di concessione mineraria per provvedere all’estrazione di minerali necessari per la costruzione della strada, o carretera come dicono qui.

Secondo le fonti locali sentite da IrpiMedia, la CJR avrebbe quindi subappaltato i lavori di rifacimento della strada alla colombiana OMG, costituita pochi mesi prima. Questa cerca di contattare informalmente le autorità Wayuu per avere intanto un accordo per avviare i lavori.

«Un giorno mi ha telefonato una parente di mia moglie, una alijuna che ha interceduto per il progetto di Enel. Mi ha detto che era un’opera di rifacimento della strada, ma una cosa semplice per permettere il passaggio di alcuni veicoli. Prima lì avevamo un piccolo ponte che collegava le due sponde di un avvallamento. Le ho detto: “Certo, nessun problema, a patto che non ci siano impatti per noi”» dice Salas Juusayu.

Tuttavia una chiamata del genere non conta come accordo, che deve essere presentato in via scritta alle autorità Wayuu con tutti i dettagli del progetto: luoghi interessati, valutazioni di impatto ambientale e possibili compensazioni. La OMG non si cura di seguire le norme vigenti per le relazioni con gli indigeni, stabilite dalla costituzione colombiana del 1991. 

«ll processo di consultazione preventiva è stato imperfetto» afferma Iguaran. «Quando sono arrivate le aziende, mio zio era fuori dalla Colombia per problemi di salute». Durante la sua assenza, la società colombiana cerca una legittimità fittizia attraverso un accordo con le comunità vicine: consenso per il progetto della strada in cambio di una compensazione monetaria.

La Guajira è una regione povera. Il 67% della popolazione vive in condizione di insicurezza alimentare, e fino all’insediamento dell’attuale presidente Petro l’acqua potabile non era reperibile se non nelle zone di città, lasciando isolate le persone che vivevano nelle rancherias.

Senza accesso al sistema sanitario e con tassi di mortalità infantile cinque volte superiore alla media colombiana, le imprese hanno trovato un terreno arido ma fertile per le lusinghe economiche, scatenando una lotta fratricida e trasformando i vicini in nemici.

«Mio zio è arrivato a una conclusione molto dolorosa per noi. Stanno arrivando Wayuu da altre zone con il solo scopo di fingere di avere la proprietà dei nostri terreni ed entrare in trattativa con chi vuole realizzare i parchi eolici. Perché il problema è il denaro».

Denaro immesso in un contesto di povertà con l’obiettivo di dividere la popolazione. Un divide et impera già visto non solo nel contesto guajiro e seguito dalle aziende occidentali per appianare le contestazioni sui progetti di sviluppo che non tengono conto di chi vive sul territorio.

Le imprese hanno garantito concessioni che andavano discusse con l’intera comunità finendo per distribuire benefici a singoli individui Wayuu, a discapito degli interessi collettivi.

Eppure il territorio è per definizione una proprietà collettiva, che non può essere privatizzata. «Mio zio rappresenta tutto il territorio e la discendenza Juusayu che gli è stata conferita dalla madre. Prima di prendere una decisione deve consultarsi, ascoltare, perché le decisioni che prende non vanno a ricadere solo su di lui» spiega Iguaran.

Le promesse delle aziende hanno avuto successo nel dividere la gente del posto: chi si è opposto al progetto eolico è stato minacciato dai vicini che avevano acconsentito ai lavori. «Ma le imprese non regalano soldi, eseguono progetti».

Per Salas Juusayu raccontare cosa hanno fatto al suo territorio è penoso: «Hanno provato a venderci l’idea che quando il parco comincerà a produrre energia riceveremo denaro, ma solo a progetto terminato». E aggiunge con voce tremante: «Ciò che non è chiaro a tutti è che per ottenere quel denaro bisogna passare per il governo perché l’impresa non versa le compensazioni direttamente alle comunità. Quando c’è la necessità di comprare qualcosa di utile per la comunità, dei serbatoi per l’acqua per esempio, bisogna inviare il progetto all’impresa, aspettare che questa lo approvi. E i soldi necessari vengono sottratti alle compensazioni». 

A sinistra: La via a nord di Ipapure utilizzata dai Wayuu per i loro trasporti, nel 2019.
A destra: La strada ampliata da OMG che taglia la macchia verde, nel 2023.

Secondo l’Istituto di ricerca per lo sviluppo e la pace (Indepaz) di Bogotà, questa poca trasparenza sul funzionamento delle compensazioni sarebbe comunque il risultato della malafede dell’azienda. Le informazioni sugli impatti ambientali condivise dalle aziende sono state scritte in termini tecnico-scientifici e in lingua spagnola, non in wayuunaiki, l’idioma parlato dalla popolazione Wayuu.

Trovarsi davanti dei documenti che usano un linguaggio specifico in una lingua che non è quella più comunemente usata lascia spazio a fraintendimenti, mentre la norma stabilisce che bisogna mettere a disposizione tutte le risorse disponibili, anche economiche, per facilitare la comprensione.

Inoltre, il documento che descrive la roadmap dei lavori, detto “manuale di interrelazione” è stato prodotto una volta finita la consultazione senza la firma delle autorità Wayuu, anche questa richiesta per legge. «Credo che Enel si sia resa conto della situazione complicata con la costruzione della carretera, quando aveva già ottenuto le dieci licenze di consulta previa» dice la ricercatrice Joanna Barney. «Quando sono andata a parlare con le persone del posto che avevano accettato il contratto di Enel non sapevano che ci sarebbe stato un parco eolico». Ma ormai il danno era fatto. «Hanno solo stravolto il territorio» conclude la ricercatrice.

Quello che rimane del progetto Enel infatti sono conflitti tra famiglie e la carretera costruita nelle vicinanze di Ipapure. La via è ancora sterrata e taglia una delle poche aree verdi del territorio. Vista dall’alto dei satelliti, sembra una cicatrice rimarginata malamente sulla pelle.

Come una ferita profonda che fa sentire a intervalli le fitte di dolore al corpo, così la carretera sta affliggendo la comunità Wayuu che vive nelle vicinanze. Nella stagione secca, il continuo via vai di camion alza banchi di polvere che si insinua nelle case, si posa sui piatti, sui letti e nei polmoni degli abitanti.

Da quando è stata costruita la via, verso la fine del 2020, sono aumentate le infezioni respiratorie per i Wayuu che vivono nei dintorni. Nei mesi di ottobre e novembre invece, quando le piogge si abbattono copiose nella Guajira, la distruzione della vegetazione con le sue radici e l’innalzamento del terreno per la creazione della strada hanno causato inondazioni.

Il terreno adiacente alla strada si impregna di acqua fino a rilasciarla incontrollata verso Ipapure, allagando le case, i raccolti, decimando il bestiame e, soprattutto, coprendo i cimiteri Wayuu.

Cancellare le tracce

I cimiteri degli indigeni della Guajira si intravedono tra le dune, le lapidi squadrate in muratura che si alzano dal suolo arido, a volte contornati da basse staccionate.

«Dovete capire», ci dicono Salas e Iguaran guardandoci negli occhi «ciò che ci tiene legati alla nostra terra sono i cimiteri. Simboleggiano il nostro passaggio su questa terra, la prova scritta della storia della comunità iniziata prima della venuta di Colombo nelle Americhe. I cimiteri sono sia un punto di collegamento tra questo mondo e il mondo dei morti sia un simbolo fisico che attesta l’appartenenza di un clan Wayuu sul territorio». Dalla costruzione della carretera, questi simboli corrono il rischio di scomparire come castelli di sabbia lasciati in riva al mare, travolti dalle inondazioni.

«C’è una fonte d’acqua a nord di Ipapure, e per evitare che si impantanassero i veicoli abbiamo costruito un piccolo ponte in miniatura. Poi è arrivata Enel e ha fatto un’autostrada. Hanno alzato il livello oltre i quattro metri rispetto al livello di prima, hanno costruito una diga», sbatte la mano sul tavolo Salas, furioso. È così che l’acqua durante la stagione delle piogge cresce fino a defluire prepotentemente verso Ipapure, dove prima non era mai arrivata.

L’ultima ha raggiunto la scuola, a circa tre chilometri di distanza. L’acqua arrivava alle ginocchia. «Per fare i lavori hanno approfittato della pandemia, quando tutti erano costretti in casa e non potevano protestare» dice Iguaran mostrando il video di un camion che trasporta materiale nei pressi della collina artificiale creata dallo scavare delle ruspe.

La società OMG incaricata di costruire il parco eolico è riuscita a sterrare solo il solco della carretera prima che i lavori fossero di nuovo interrotti dai blocchi.  «Hanno scavato il terreno e strappato via la vegetazione, infine hanno costruito un terrapieno, costellandolo di canali di scolo. L’acqua sarebbe dovuta defluire, ma hanno posizionato i tubi di scolo a due metri di altezza».

Iguaran scorre una nuova immagine sul cellulare: «La diga provoca danni in due punti differenti. A monte l’acqua si accumula e quando non regge più straborda portandosi dietro tutto quello che incontra. In questa zona gli allevatori non possono più portare al pascolo le bestie, hanno perso capre e buoi».

Ora ci mostra un terreno brullo, cotto da sole, intervallato da piccole pozze stagnanti. «In altri punti invece il terreno è arido, perde vegetazione perché non c’è più umidità. Le falde acquifere stanno diventando salate perché il fiume è stato deviato e non ricevono abbastanza acqua. Un ecocidio, ecco cosa hanno fatto». Ma quello che preoccupa i due indigeni è soprattutto la perdita di identità che le inondazioni provocano distruggendo i loro luoghi sacri.

Per decenni lo Stato colombiano si è basato su criteri territoriali che non tengono conto delle norme e delle pratiche Wayuu. Gli Amakaa, cimiteri ancestrali in wayuunaiki, non sono solamente luoghi di sepoltura ma determinano l’appartenenza e la continuità di una famiglia su un territorio. Ogni corpo interrato sancisce un ordine territoriale e dei diritti collettivi.

La loro distruzione come conseguenza delle inondazioni riflette anni di attrito tra le forme di territorialità indigene e le politiche di riconoscimento. Enel è arrivata nella Guajira cercando terreno per i propri progetti, ma non ha compreso il valore che i Wayuu danno alla propria terra e alla propria storia. «Se chiedi a un qualsiasi anziano a Ipapure ti dirà: “Va bene, ti cedo la mia terra, il mio territorio e mi prendo i milioni di pesos. Però se muoio, dove mi seppelliscono?” Questo è il pensiero degli anziani di qui» conclude Iguaran.

Il lascito di Enel

A conti fatti Enel ha iniziato il progetto Windpeshi sette anni fa. Tra ritardi e interruzioni forzate dei lavori, la società ha perso un totale di 171 milioni di euro investiti nel progetto, mentre alla comunità sono rimasti 1,5 milioni di euro spesi dalla compagnia «in progetti relativi all’istruzione di qualità, all’accesso all’acqua e allo sviluppo economico».

Soprattutto, però, è rimasta sul territorio una strada sterrata che continua a causare problemi ai locali. Enel ha risposto alle nostre domande che «non è stato possibile proseguire con la costruzione di Windpeshi poiché i progetti devono essere sostenibili non solo socialmente ma anche economicamente, e il loro successo dipende dalla collaborazione tra imprese, istituzioni e comunità nel rispetto delle popolazioni indigene». 

Come confermato da Barney, gli stessi investitori dell’azienda italiana sembravano preoccupati quando più volte l’hanno chiamata per sapere cosa stesse accadendo dall’altra parte dell’oceano.

Quello che si stava verificando, secondo i Wayuu, era l’ennesima venuta in territorio natio di persone alijuna provenienti dall’est con lo scopo di sfruttare il loro territorio senza apportare benefici alla popolazione. Tra i piani di Enel infatti non c’era la connessione degli impianti eolici al sistema elettrico locale.

La società si era adoperata per sviluppare il progetto Guajira Azul nella Guajira che consiste nella realizzazione di pozzi per facilitare l’accesso alle falde acquifere per la popolazione. Ad oggi sono stati costruiti due impianti a Maicao e Manaure, ma organizzazioni come Indepaz hanno criticato il progetto per essere un palliativo, toppe superficiali per problemi radicati nel profondo.

Un dettaglio della strada del 2024. Sul lato sinistro è visibile l’accumulo di acque piovane

Secondo l’organizzazione, quello della Guajira è un micro-caso di un fenomeno più grande che sta subendo tutta l’America Latina per lo sfruttamento e la capitalizzazione delle sue risorse. Anche per le persone sentite sul territorio, la questione non è risolvibile con una compensazione.

Per Iguaran e Salas Juusayu è inaccettabile che si produca energia elettrica in un territorio senza che i nativi ne possano beneficiare. Quando lo hanno fatto presente alle imprese, queste hanno rifiutato la responsabilità per la distribuzione dell’energia, e hanno risposto seccamente «siamo produttori, non commercianti». 

Per Salas Juusayu il proliferare di progetti di questo tipo nel territorio mette a rischio la sopravvivenza stessa della popolazione Wayuu. «L’80% dell’Alta Guajira è progettata per parchi eolici. Dove pensi che andranno a finire le persone che vivono in quel territorio?» si chiede amaramente. «Andranno a ingrossare le file di miserabili a Uribia, Manaure fino a Maicao, e alla frontiera col Venezuela».

Alle parole dello zio fa seguito il nipote. «Noi non ci opponiamo al progetto in sé, né al progresso. Di fatto noi siamo ecologisti e siamo completamente d’accordo con la transizione ecologica. Però non possiamo approvare un progetto che ci va ad espropriare. Il problema non è l’energia, neanche i parchi eolici. Il problema è il modello che sta dietro. Si è pensato a questo?».


Argomenti correlati