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Molte sentenze, però, sono in contumacia. In quattro anni di conflitto, i crimini di guerra registrati sono 210mila. L’apparato giuridico affronta una sfida senza precedenti, e chiede aiuto alla società civile
«Non pensavo che sarei sopravvissuta». Olena Yahupova, 52 anni, è la moglie di un ufficiale dell’esercito ucraino. Per questo motivo durante l’occupazione della sua regione, Zaporizhzhya, è stata sequestrata dall’esercito russo e tenuta prigioniera per sei mesi. Sono passati circa tre anni da allora. Yahupova racconta la sua storia seduta al tavolo di uno degli alloggi del villaggio Hansen – una comunità di case modulari a 25 chilometri a sud-ovest di Kyiv – dove vive da due anni insieme ad altri duemila sfollati interni ucraini.
Della prigionia, ricorda in particolare uno dei tanti interrogatori che ha dovuto subire in uno scantinato di una piccola stazione di polizia durante il primo mese. I militari russi sono sei, tre di loro, rammenta Yahupova, «erano Kadyroviti», appartenenti cioè al distaccamento ceceno della Guardia nazionale russa che prende il nome da Akhmad Kadyrov, primo presidente della Cecenia assassinato nel 2004 e strettissimo alleato del Cremlino. Quel giorno, due di loro le hanno appena infilato un sacchetto di plastica in testa, sigillato intorno al collo con del nastro adesivo. Un altro soldato le tappa il naso a intervalli regolari, per soffocarla.
Li comanda Yan Vyacheslavovich Zanevsky, un ufficiale dell’Fsb (i servizi segreti interni russi). Il fatto che Yahupova sia stata in grado di descrivere e identificare con nome e cognome il suo carceriere ha permesso di processare Zanevsky nel 2024 e di ottenere una condanna a 12 anni di reclusione emessa dal tribunale di Kyiv nel 2025 per le torture che le ha inflitto. Zanevsky, però, non sarà incarcerato: la pena è stata infatti comminata in contumacia poiché nessuno sa dove si trovi.
In Breve
Olena Yahupova è stata arrestata illegalmente da soldati russi che hanno occupato Zaporizhya durante le prime fasi dell’invasione su larga scala. Torturata, violentata, mandata ai lavori forzati e accusata di far parte di un gruppo di sabotaggio, in sei mesi di prigionia ha rischiato di morire a seguito di torture per soffocamento
Grazie alla sua testimonianza è stato possibile condannare il suo carnefice a dodici anni di prigione, ma la storia giudiziaria di Yahupova è una rarità in Ucraina. Sono 200 i magistrati che indagano su 210mila presunti crimini di guerra commessi dai russi, tra detenzioni illegali, torture, violenze sessuali, rapimenti, deportazioni, esecuzioni sommarie (di militari e civili), bombardamenti indiscriminati
La pressione sul sistema giudiziario ucraino è nei numeri ma anche nell’impossibilità di raggiungere le scene del crimine nei territori occupati. Un aiuto fondamentale arriva da diverse ong locali, coinvolte direttamente nella raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti, come nel caso di Olena Yahupova
Maryna Slobodianiuk per l’ong Truth Houds raccoglie prove dei crimini russi da dodici anni, tra missioni sul campo e ricerche osint
Oltre che in Ucraina, per il principio della giurisdizione universale i crimini di guerra possono essere perseguiti in tutto il mondo. Al momento sono aperti 26 procedimenti in 18 Paesi, ma secondo gli operatori delle ong ucraine serve maggiore coinvolgimento della comunità internazionale
A fronte di oltre 210mila crimini di guerra registrati dalla Procura generale di Kyiv, i tribunali ucraini hanno comminato 239 condanne fino a oggi. Il caso di Yahupova è uno di questi, arrivato a processo grazie alla sua testimonianza raccolta da una ong ucraina e corroborata dalle successive indagini della procura nazionale. Secondo la Missione Onu per il monitoraggio dei diritti umani in Ucraina, il 95% dei prigionieri di guerra ucraini ha subito torture. Insieme ai trattamenti inumani e degradanti, sono considerabili come crimini di guerra.
Yahupova era sola nella sua vecchia casa quando il 6 ottobre 2022 due soldati e l’ufficiale dell’Fsb hanno fatto irruzione. Con il marito in servizio militare, in quel momento è convinta che siano in cerca di armi, ma si sbaglia: «Mentre perquisivano ho capito che se davvero cercavano armi le avrebbero cercate molto più attentamente». Erano invece interessati a oggetti da rubare. «Mi hanno chiesto perché avessi due televisori e due computer, e così mi hanno portato via tutto, persino le lenzuola». Pochi giorni dopo viene prelevata e portata in una locale stazione di polizia.
«Per diversi giorni nessuno mi ha detto niente», ricorda. A volte, rammenta, veniva immobilizzata su una sedia, con le mani legate alle caviglie. I soldati presenti sedevano sulla sua schiena oppure le colpivano il collo con bottiglie piene d’acqua mentre un ufficiale le rivolgeva sempre le stesse minacce: «Volevano sapere dove fosse mio marito, che confessassi di essere parte della “resistenza” (un gruppo accusato di atti di sabotaggio nei confronti degli occupanti, ndr), oppure che facessi i nomi dei collaboratori, ma io non sapevo assolutamente nulla, e non vedevo mio marito da un anno e mezzo». Yahupova, infatti, era una dipendente pubblica.
Dopo poche settimane viene trasferita in una struttura poco distante. Erano rinchiusi in 15 in celle piccolissime – «progettate per tre persone», secondo Yahupova – e tutti dormivano sul pavimento. Un buco nel terreno fungeva da latrina, in disparte ma comunque all’interno dello stesso spazio, senza riscaldamento e con un pasto al giorno fatto di «grano e acqua calda». Durante le irruzioni notturne i soldati svegliavano tutti e imponevano ai prigionieri di cantare l’inno russo ogni notte, «e se sbagliavamo qualche parola ci picchiavano con dei bastoni», ricorda Yahupova.
«Una notte di queste è entrato il capo, mi ha fatto portare in un’altra stanza dove ha cominciato a toccarmi, mi insultava per essere filo ucraina. Poi mi ha ordinato di spogliarmi, aveva con sé un manganello e mi ha detto che se volevo vivere dovevo sedermici sopra».
Il 18 gennaio 2023 è trasferita in una zona a pochi chilometri dal fronte dove, dice, è stata venduta da un’unità militare russa a un’altra per svolgere lavori forzati. I giudici ucraini le hanno riconosciuto lo status di vittima di tratta, che secondo un documento reso pubblico da The Insider è scaduto nel luglio del 2025. Tra le incombenze giornaliere sotto il nuovo gruppo armato, lei e gli altri prigionieri scavano trincee e buche, lavano latrine e indumenti militari, fortificano strutture e sminano campi. L’avamposto si trovava infatti al confine con la linea di contatto, pochi chilometri a sud della città di Zaporizhzhya, e l’esercito russo necessitava di scavare trincee ed erigere fortificazioni nel più breve tempo possibile: «E chi le avrebbe costruite? Non certo loro (i soldati russi, ndr) quando avevano noi che potevamo farlo».
«Ci davano bastoni metallici con cui colpire il terreno disposti in riga pochi metri uno dall’altro, ci dicevano di non preoccuparci ché le mine anticarro non sarebbero esplose…». Domandandole in quali dei due luoghi della sua prigionia le condizioni fossero peggiori, ricorda: «Gli stupri, le botte, la fame, erano le stesse in entrambi i posti, ma qui lavoravamo anche fino alle due del mattino, non importa se pioveva, se gelava, se avevi la schiena bloccata o la febbre, lavoravamo ogni giorno».
Olena Yahupova si ritiene «fortunata». Usa questa parola poco prima di congedarsi mentre spiega di essere sopravvissuta a condizioni in cui molti altri non ce l’hanno fatta. Il suo pensiero è rivolto alle migliaia di prigionieri civili e militari detenuti dai russi, conscia che molti di loro stanno vivendo ciò che lei ha subito di persona.
I crimini di guerra della Russia in Ucraina
Nonostante numerose inchieste siano portate avanti da attori internazionali, la stragrande maggioranza dei processi si svolgeranno in Ucraina. Qui alcuni numeri che certificano il carico di lavoro sulle procure e i tribunali ucraini.
Crimini di guerra
210.000
registrati
239
condanne
Violenze sessuali
393
casi registrati
22
condanne
Esecuzioni sommarie
80
indagini
2
condanne
Crimini contro bambini
5.300
indagini
35
condanne
Vittime civili
15.172
766
bambini
40.600
feriti
Le vittime civili sono probabilmente molto più numerose poiché nel periodo immediatamente successivo all’invasione su larga scala non è stato possibile raccogliere i dati.
Il numero di vittime civili «è particolarmente sottostimato in città come Mariupol (regione di Donetsk), Lysychansk, Popasna e Sievierodonetsk (regione di Luhansk), dove si sono verificati intensi e prolungati combattimenti all’inizio dell’attacco armato nel 2022», scrivono le Nazioni Unite.
IrpiData | Dati: Procura generale di Kyiv al 13 Febbraio 2026, Onu
Irraggiungibili scene del crimine
Raccogliere tempestivamente le testimonianze dei sopravvissuti come Olena Yahupova è essenziale perché poi possano essere utilizzate in tribunale. L’obiettivo è arrivare a identificare nome e cognome dei presunti responsabili, oppure il nome dell’unità militare a cui attribuire determinate azioni per poi passare i fascicoli alle autorità competenti. Alcune organizzazioni non governative se ne occupano già dal 2014 (anno dell’invasione della Crimea e del Donbass, nda) ma con l’invasione su larga scala si è assistito a una vera e propria mobilitazione della società civile, oggi impegnata a documentare i crimini dell’esercito russo.
Le “missioni” a cui ha partecipato Maryna Slobodianiuk, e che oggi coordina, durano in genere una settimana: «Un giorno per raggiungere i territori, un altro per rientrare, e cinque giorni circa di interviste e per la raccolta di prove». Slobodianiuk documenta crimini di guerra da quasi 12 anni. La incontriamo a Podil, uno dei più antichi quartieri di Kyiv, adagiato sulla parte bassa della città nella sponda destra del fiume Dnipro e per secoli cuore commerciale della capitale ucraina.
Con le sue vie strette – diverse dagli ampi viali dei quartieri più recenti – i templi e le chiese di ogni confessione, oggi il quartiere accoglie soprattutto ristoranti e locali che lo rendono il più pittoresco della capitale. È qui che ha sede Truth Hounds, ong che fin dall’invasione russa del Donbass (2014) documenta crimini di guerra e in cui Slobodianiuk ricopre il ruolo di project coordinator.
Minuta, capelli crespi color rame e occhi vivaci, mentre ci accomodiamo nella sala riunioni Slobodianiuk chiede scusa poiché ha lo sguardo incollato al cellulare: legge una notizia in cui nuove immagini satellitari hanno appena rivelato ottomila nuove tombe nella città di Mariupol. «Una tragedia di cui forse non conosceremo mai le reali dimensioni», sospira, riferendosi all’assedio militare e alla conseguente crisi umanitaria che ha subìto la capitale dell’oblast di Donetsk.
Lo sforzo documentale è enorme, considerata l’estensione dell’area sotto il controllo dell’esercito russo e la durata dell’occupazione. Si stima che nelle procure di tutta l’Ucraina vengano registrati tra i 100 e 200 presunti crimini di guerra al giorno – dati che non tengono conto dei territori occupati – anche attraverso le prove raccolte dalle ong.
Fin dai primi giorni dell’invasione su larga scala, i ricercatori di Truth Hounds presidiano la zona del fronte per raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti o dei testimoni. Si tratta perlopiù di casi di detenzioni illegali e torture, ma sono numerosi anche quelli di violenza sessuale, rapimento, deportazione, esecuzioni sommarie (di militari e civili), bombardamenti indiscriminati. «La priorità è intervistare testimoni di prima mano – spiega Maryna Slobodianiuk – che abbiano avuto esperienza diretta di quello che è accaduto».
Ma non tutto ciò che viene raccolto diventa necessariamente una prova ammissibile in un tribunale. Slobodianiuk precisa che le domande da porre ai testimoni sono stilate in modo tale da rispettare rigidi standard giuridici internazionali e, in particolare, quelli stilati dallo Statuto di Roma: domande troppo generiche o tendenziose possono in futuro essere impugnate dagli avvocati difensori; la “catena di custodia” del materiale raccolto deve essere rigorosa; la sicurezza e, eventualmente, l’anonimato dei testimoni devono essere tutelati.
«Gli stessi testimoni è bene non intervistarli più di una volta, salvo eccezioni – aggiunge Maryna Slobodianiuk – ci è già successo che la Corte penale internazionale abbia scartato delle dichiarazioni perché la persona era stata intervistata da noi, da giornalisti e infine dai magistrati».
Terminata la ricerca sul campo comincia quella osint (abbreviazione di open source intelligence). Consiste nell’analisi approfondita di una vasta gamma di strumenti e piattaforme online alla ricerca di elementi che possano corroborare la ricerca fatta sul campo o completare indizi parziali raccolti dai testimoni. Quella in corso è la guerra più documentata della storia, non solo per i video dei droni, delle telecamere go-pro sulle divise dei soldati, dei video girati dalla popolazione ma anche perché molti militari russi – «rassicurati da un clima di totale impunità», spiega Slobodianiuk – pubblicano foto e video sui propri profili social, «molto spesso incriminando se stessi».
Questo patrimonio online può risultare indispensabile per completare il riconoscimento dei presunti criminali di guerra, collegando una voce a un nome, un’insigna a un’unità militare, un resto di un missile a uno specifico aereo, un soldato semplice al suo comandante.
In questo senso, le contro offensive ucraine dell’autunno 2022 hanno creato condizioni immediatamente sfruttate dai ricercatori di Truth Hounds. Da nord a sud, da Kharkiv a Kherson, passando per Izium, Donetsk e Zaporizhzhya, la liberazione dei territori ha consentito di raggiungere la popolazione soggetta a mesi di occupazione e raccogliere migliaia di testimonianze. È stato allora che Maryna ha compreso la reale dimensione del fenomeno.
«Prima dell’invasione su larga scala abbiamo raccolto relativamente poche testimonianze di torture o detenzioni illegali, ma dal 2022 tutto è cambiato – spiega Slobodianiuk – ciò a cui assistiamo oggi appartiene a una dimensione completamente diversa. La brutalità di questi atti è ormai diventata innegabile ed è la prassi nell’esercito russo».
Risultanze confermate anche da organismi internazionali. I crimini di guerra vengono definiti «diffusi» e «sistematici» nei report della missione delle Nazione Unite, dell’Ocse e in quelli di diverse organizzazioni umanitarie. Secondo Slobodianiuk, «torture, bombardamenti indiscrimanti, stupri, esecuzioni sommarie sono crimini funzionali agli obiettivi militari della Russia, ovvero cancellare l’identità ucraina, assimilare il Paese e annetterlo alla Russia».
Condannare fantasmi
Sono 200 i magistrati che in tutta l’Ucraina sono incaricati di identificare e portare in tribunale i presunti criminali di guerra, che siano russi o ucraini. Significa che in media un magistrato ha già condannato più di un criminale di guerra dall’inizio dell’invasione su larga scala ma ha ancora da gestire oltre mille indagini. «Facciamo del nostro meglio», racconta Denys Lysenko, vice procuratore capo dell’unità crimini di guerra della Procura generale di Kyiv.
L’accesso alla procura è vietato ai visitatori, così concede l’intervista nella hall di un albergo in centro. Il magistrato non supera i 35 anni, veste una felpa con cappuccio nero e pantaloni sportivi. Rispetto agli altri, i procuratori della sua unità hanno il problema che i luoghi dove sono avvenuti i presunti crimini sono spesso all’interno dei territori occupati. Quindi, spiega, spesso irraggiungibili.
«Cerchiamo di sopperire attraverso indagini con tecniche osint – aggiunge – le testimonianze dei prigionieri di guerra rilasciati, o l’analisi forense dei corpi di coloro che sono stati uccisi durante la prigionia». Con un pool di magistrati inferiore in numero alle reali necessità, Lysenko riconosce l’importanza del contributo dato dalle ong ucraine: «Anche da loro riceviamo informazioni», altrimenti inccessibili.
«Questo spiega in parte la proliferazione di ong che si occupano di documentare crimini di guerra» spiega, a condizione che ne si mantenga l’anonimato, una funzionaria europea che collabora a uno dei progetti di supporto e formazione in ambito giudiziario. Per la raccolta di prove sui crimini della Russia, in Ucraina sono attive due missioni di Eurojust, l’Europol, magistrati della Corte penale internazionale e procure di Paesi Ue. Uno dei progetti europei risponde al nome di Aca (Atrocity Crime Advisory Group), un’iniziativa di Unione europea, Stati Uniti e Regno Unito per il supporto e la formazione del personale della Procura generale di Kyiv. I beneficiari della formazione sono magistrati, giudici, ma anche avvocati difensori degli imputati (russi).
Un’altra fonte che ha richiesto di rimanere anonima spiega che «nei casi peggiori le ong rischiano di complicare la vita alle procure, rendendo inammissibile la deposizione di determinate prove raccolte, oppure danneggiando la salute dei testimoni con colloqui poco attenti o poco efficaci dal punto di vista giuridico», sebbene si sia trattato di episodi più comuni all’inizio dell’invasione e ormai rari.
La funzionaria europea precisa che «nessun apparato giuridico al mondo ha gli strumenti e le risorse necessarie per far fronte a questa mole di indagini, oltretutto mentre il conflitto è in corso». Le difficoltà sono anche burocratiche: «Prima del conflitto, la legislazione ucraina non era pensata per includere crimini di guerra e, come in altri Paesi Ue, il loro sistema giudiziario impone una “azione penale obbligatoria” per tutti i possibili crimini registrati senza però disporre di strumenti che alleggeriscano il carico sulle procure, come ad esempio l’archiviazione». Sottolinea inoltre che «la stragrande maggioranza dei processi arrivati a sentenza, così come quelli in corso, si sono svolti in absentia (quando l’imputato è fisicamente assente, nda), il che non è ottimale né per le vittime, né per la credibilità dell’apparato giuridico».
Un crimine perseguibile ovunque
Non esistono però solo i tribunali ucraini per processare i militari russi responsabili di crimini di guerra. In base al principio della giurisdizione universale, qualunque corte al mondo può (in teoria) perseguire questa tipologia di crimini.
L’universalità di questo principio, tuttavia, si scontra poi con il perimetro giuridico di ciascun Paese terzo: alcuni – come l’Italia – necessitano della presenza fisica degli imputati per avviare un processo, altri includono un tipo di crimine ma ne escludono un altro, altri ancora proibiscono l’avvio di un’indagine per casi in cui il Paese in questione (l’Ucraina, in questo caso) ha già avviato procedure interne. Tutti, però, sottostanno a una condizione necessaria, ma assai volatile: la volontà politica di destinare tempo e risorse per perseguire crimini commessi altrove.
«Seppur con grossi limiti – ritiene la funzionaria europea – la giurisdizione universale è una necessità per l’Ucraina» poiché «le procure dei Paesi Ue, ad esempio, hanno mezzi e risorse superiori rispetto alla controparte ucraina e se aprono un’indagine ci sono buone possibilità di arrivare a un processo».
Secondo la Global rights compliance – una fondazione internazionale che promuove l’adozione del diritto internazionale in particolare nei sistemi giudiziari di Paesi in conflitto – sono 18 i Paesi che hanno avviato indagini per crimini commessi in Ucraina, 26 i procedimenti aperti.
«È certamente una questione politica», afferma Maksimas Milta, country director per l’Ucraina della ong The reckoning project (Trp). Davanti a una tazza di caffè in un accogliente locale a due passi dal Dnipro, Milta condivide i limiti della giurisdizione universale ma sostiene che non avrebbe senso ignorare le opportunità che offre: «Portare all’attenzione di Paesi terzi casi di crimini di guerra può incoraggiare nei decisori internazionali un maggiore livello di coinvolgimento, e una maggiore risolutezza nel perseguire azioni politiche».
Tsvetelina van Benthem, consulente legale senior di Trp, ha le idee chiare al riguardo: «Il caso dell’Ucraina ci sta mostrando come possiamo utilizzare gli strumenti della giustizia internazionale per ritenere gli individui responsabili in un clima geopolitico molto complesso». Il diritto internazionale sta ricevendo crescente attenzione, afferma. Paesi di tutte le regioni delle Nazioni Unite hanno denunciato le violazioni russe del diritto internazionale contro l’Ucraina. «Essere percepiti come trasgressori della legge causa danni alla reputazione», continua van Benthem. «La Russia ha anche fornito una serie di giustificazioni per la sua guerra, nessuna delle quali è sostenibile né giuridicamente né fattualmente, ma il tentativo stesso di giustificazione dimostra che la percezione del rispetto delle regole è importante». Allo stesso modo, conclude, «stiamo anche assistendo a un modello di condanna e tentativi di giustificazione riguardo alla condotta di Israele in Palestina».
L’immunità abitualmente garantita a capi di Stato, capi di governo e ministri degli Esteri, abbinata al fatto che la Russia non è firmataria dello Statuto di Roma (e dunque non riconosce la giurisdizione della Corte penale internazionale), mette al riparo la leadership russa da quel crimine che è alla base di tutte le indagini aperte durante il conflitto russo-ucraino: il crimine di aggressione.
Alla luce di questi limiti è in procinto di vedere la luce il Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina, un’iniziativa del Consiglio d’Europa, dell’Ucraina stessa e di un gruppo di Paesi europei e non. Tuttavia, la sua nascita «porta con sé una sfida sistemica», commenta Maksimas Milta, «poiché il Tribunale è approvato dal Consiglio d’Europa a livello regionale, non internazionale, come lo era invece quello per l’ex Jugoslavia in quanto approvato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite». Un limite che «rappresenta una sfida enorme nel raggiungere responsabilità che siano indubbie e indiscutibili».
Il Diritto internazionale vive una nuova stagione in Ucraina. «È molto presto per giudicarne l’operato – spiega Milta – ma una cosa è certa: mai prima d’ora le indagini e la raccolta delle prove, così come alcuni processi in corso in Paesi terzi e le sentenze già raggiunte in alcuni casi, avvengono mentre il conflitto è ancora in corso». Un unicum che ha contribuito a sollevare la questione del “doppio standard” del Diritto internazionale nel conflitto russo-ucraino: rapido nel mobilitarsi contro i crimini russi, lento se non assente in altri contesti (in particolare verso gli Stati Uniti).
Quando la giustizia resta una questione irrisolta
Tra le preoccupazioni più ricorrenti emerse negli incontri a Kyiv vi è il timore che la Russia non sia mai chiamata a rispondere dei crimini commessi in Ucraina. Babij Yar è un luogo chiave per comprendere quanto il concetto di giustizia sia una questione irrisolta per l’Ucraina di ieri e quella di oggi.
È il nome di una gola nel mezzo di Kyiv nota per essere stato il luogo di uno degli eccidi più efferati commessi dalla Germania nazista. Qui, lungo burroni profondi una ventina di metri che si diramano come enormi vasi sanguigni, tra il 29 e il 30 settembre 1941, sono stati uccisi quasi 34mila ebrei ucraini. Un orrore che, passeggiando lungo i viali di quello che oggi è un parco cittadino, si può solo intuire e che lo scrittore Anatolij Kuznecov ha visto con i suoi occhi all’età di 12 anni:
«Li facevano spogliare tutti, li mettevano in fila uno dietro l’altro sul ciglio delle fosse, a gruppi, per ucciderne molti con una pallottola sola; accatastavano gli uccisi, li cospargevano di terra, poi ne aggiungevano altri, e molti non erano ancora morti, sicché la terra si muoveva, e alcuni strisciavano fuori, ma venivano picchiati sulla testa e ricacciati nella terra».
Babij Yar, Anatolij Kuznecov, p. 98 (Adelphi Edizioni, 2019)
Fin dall’immediato Secondo dopoguerra Stalin ha imposto graduali modifiche all’intera area, con l’obiettivo di nascondere i segni fisici del genocidio ebraico. I tentativi di cancellazione hanno riguardato anche la memoria del massacro. Così, per decenni, l’Urss ha pesantemente urbanizzato l’area e imposto la propria narrazione degli eventi occorsi a Babij Yar: le vittime dovevano essere ricordate come semplici cittadini sovietici e non come ebrei, bersaglio delle politiche repressive antisemite anche del regime sovietico.
Ne è esplicita evidenza uno dei monumenti presenti, eretto soltanto nel 1976: una lapide che non fa menzione degli ebrei uccisi, riferendosi alle vittime solo come «residenti di Kyiv», anteposta a una statua di soldati dell’Armata rossa in posa davanti a generici civili ucraini.
Ancora oggi, a più di ottant’anni dall’eccidio e oltre trenta dall’indipendenza ucraina, il massacro di Babij Yar viene strumentalizzato in una rivalità politica che vede contrapposte l’area rappresentata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky (di origini ebraiche) e quella del suo predecessore Petro Poroshenko. In mezzo a questa “faida” politica nazionale è incastrata la memoria delle vittime, i cui familiari sono privi di una commemorazione pubblica ufficiale e solo un numero irrisorio dei responsabili dell’eccidio ha risposto dei propri crimini.
È lungo i viali di Babij Yar che la parola «fortunata» usata da Olena acquisisce un senso. Uno dei suoi aguzzini ha un nome e un cognome, è stato processato (seppur in absentia) e condannato a dodici anni di carcere per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Un “lusso” che ancora pochissimi ucraini possono permettersi e una speranza che molti ripongono nel sistema giuridico nazionale e internazionale.
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