Le armi italiane vanno ancora in Russia, nonostante l’embargo

Le sanzioni non hanno impedito ad aziende russe di comprare armi di marchi italiani, grazie a triangolazioni con paesi extra-Ue. Una società importatrice di Mosca, legata al "barone delle armi" Mikhail Khubutia, è controllata dal gruppo Beretta

© Getty

Un anno e mezzo dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, in Russia si è tenuta un’esposizione internazionale di armi. Sotto il nome di OrelExpo, ospiti ed espositori si sono incontrati dal 12 al 15 ottobre 2023 a Mosca, nel complesso di Gostiny Dvor, un gigantesco spazio espositivo, grande quasi quanto una dozzina di campi da calcio, a pochi minuti dal Cremlino. Nato per ospitare le botteghe dei mercanti nel XIV secolo, il suo elegante aspetto attuale risale al restauro di fine ‘700 dell’architetto italiano Giacomo Quarenghi, voluto dall’imperatrice Caterina la Grande. 

Nel Paese che ha scatenato il più grande conflitto in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale, si potrebbe pensare che a una mostra di armi fossero esposti solo modelli russi, primo fra tutti il Kalashnikov. Tuttavia, i visitatori di OrelExpo hanno potuto ammirare e acquistare anche pistole austriache Glock, fucili tedeschi Blaser e carabine americane Barrett. Insieme a fucili finlandesi dei marchi Sako e Tikka, di proprietà della storica fabbrica italiana Beretta.

In Breve

Mentre l’Unione europea discuteva se i ferri da calza dovessero essere inclusi nel dodicesimo pacchetto di sanzioni, ha trascurato una fiera internazionale di armi in cui erano esposti pezzi provenienti da tutta Europa. Eppure sulla Russia pesa un embargo per le armi, deciso dall’Unione europea in seguito all’annessione russa della Crimea nel 2014 e ampliato con il sesto pacchetto di sanzioni a seguito dell’invasione dell’Ucraina, nell’ottobre 2022.

Quindi, in teoria, nessuna arma di fabbricazione europea, neppure per uso civile, sarebbe dovuta arrivare in Russia. Già un’inchiesta di Investigate Europe aveva ricostruito come nel 2021 fossero state spedite dall’Italia in Russia pistole, fucili e munizioni per un valore di quasi 22 milioni di euro. Analizzando i certificati di conformità, IrpiMedia e The Insider hanno adesso scoperto che il flusso di armi leggere ad uso civile di produzione italiana verso la Russia non si è mai fermato, neppure dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina.

Il traffico di armi è proseguito in modo indiretto, ovvero passando per Paesi terzi o intermediari, e non con vendite dirette dei produttori italiani. In totale, 6.254 fucili e pistole e 1.107.600 cartucce, fabbricati in Italia o di proprietà di marchi italiani, sono arrivati in Russia dopo il 24 febbraio 2022. La maggioranza è uscita dalle fabbriche del gruppo Beretta di tutto il blocco comunitario – dall’Italia alla Finlandia, dalla Svezia alla Germania – ed è poi verosimilmente stata re-importata in Russia da intermediari attraverso triangolazioni in Paesi extra-Ue.

Legalmente il commercio tramite intermediari e triangolazioni non è vietato, non ci sono quindi responsabilità legali per Beretta e le altre aziende. Di fatto però, questo limite delle sanzioni permette alle aziende europee delle armi di continuare a rifornire il regime di Putin.

Le importazioni di armi italiane in Russia

Armi prodotte in Italia o in Unione europea da parte di marchi italiani e importate in Russia dopo l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio 2022. Dati aggiornati al 25 gennaio 2024

Le importazioni di armi italiane in Russia

Armi prodotte in Italia o in Unione europea da parte di marchi italiani e importate in Russia dopo l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio 2022. Dati aggiornati al 25 gennaio 2024

L’aquila russa e il barone delle armi

L’organizzatore della fiera internazionale delle armi di Mosca OrelExpo, comproprietario del lussuoso sito espositivo così come di diverse aziende importatrici di armi e di una rete di distributori che le vende al pubblico è la stessa persona: Mikhail Mikhailovich Khubutia.

Considerato il “barone delle armi” moscovita, Khubutia è stato socio in affari con il gruppo Beretta, multinazionale guidata dall’omonima famiglia italiana, celebre per la produzione di una pistola semiautomatica adottata da moltissime forze dell’ordine in tutto il mondo. Il gruppo italiano e l’imprenditore russo sono stati infatti azionisti assieme di una società, Russkiy Orel (Aquila Russa, in italiano), che si occupa di importazione di armi. La maggioranza delle azioni è da oltre un decennio nelle mani di Beretta, mentre al posto di Khubutia nel 2019 è subentrato un uomo a lui legato.

L’importazione indiretta di armi e munizioni prodotte dal gruppo Beretta – in molti casi fatte entrare in Russia da aziende legate a Khubutia – non si è fermata con l’invasione russa dell’Ucraina, ed è proseguita per tutto il 2023.

Si tratta per la maggior parte di armi da caccia, ma ci sono anche fucili e pistole militari. Fra queste, la pistola semiautomatica Beretta 92FS con proiettili 9 mm Parabellum, utilizzata, fra le altre, dalle forze armate italiane ma anche da quelle russe. O il fucile da cecchino Sako TRG-42 con cartucce .338 Lapua Magnum, in grado di colpire un obiettivo a quasi tre chilometri di distanza: un arma di precisione in dotazione alle forze speciali di tutto il mondo – fra cui la SOBR, Squadra speciale di reazione rapida, in Russia – con munizioni ad alto potenziale usate dai cecchini occidentali in Iraq e Afghanistan.

Il fucile da cecchino Sako TRG-42 del marchio Beretta va a bersaglio da una distanza di 2.700 metri © MarkandSam AfterWork / YouTube

Questo nonostante le direttive Ue stabiliscano che «è vietato vendere, fornire, trasferire o esportare armi da fuoco, loro parti e componenti essenziali e munizioni» in Russia, comprese quelle «per uso civile».

Nato in Georgia nel 1966, Mikhail Khubutia ha prestato servizio militare non lontano da Mosca, nella città di Khimki, congedandosi con il grado di sergente maggiore. La leva vicino alla capitale ha aiutato Khubutia a stabilire contatti importanti nella politica moscovita. Poco dopo, ha aperto il suo primo negozio di articoli da caccia, che è rapidamente cresciuto fino a diventare la catena di negozi di armi Kolchuga. Nel 1999, a 33 anni, è diventato Ministro del Commercio del Governo della Regione di Mosca, ruolo che ha mantenuto fino al 2001.

Anche nel nuovo millennio ha continuato a ricoprire cariche pubbliche, come quelle di presidente del Consiglio di esperti sulle attività di investimento del governo di Mosca e di membro del Consiglio presidenziale per le relazioni interetniche. Tutte posizioni che, insieme all’appartenenza al partito di Vladimir Putin, Russia Unita, sottolineano la sua costante vicinanza alle autorità russe. E a Putin stesso, definito dall’imprenditore georgiano dopo l’invasione della Crimea «il leader numero uno al mondo», tanto che i media considerano Khubutia «il miliardario georgiano preferito di Putin».

Un giornale russo ha soprannominato Mikhail Khubutia «il barone delle armi di Mosca». È un titolo meritato: le società a lui riconducibili – di proprietà di Khubutia, di uomini a lui vicini o della moglie – si occupano di tutte le fasi della filiera delle armi da fuoco: produzione, importazione, distribuzione e stoccaggio, persino allestimento degli stand alle mostre.

La rete di rivenditori indicata sul sito di Kolchuga comprende più di cento negozi di armi e di materiale da caccia in tutta la Russia, da Sochi alla Yakutia. Khubutia si è occupato anche della validazione degli armamenti: dal 2010 al 2021 ha controllato il Centro nazionale di certificazione e collaudo per le armi civili e di servizio, che ha emesso migliaia di certificati di importazione. 

Il ruolo degli intermediari

L’azienda più interessante fra quelle vicine a Khubutia è proprio Russkiy Orel. La società partecipata da Beretta ha due licenze per la vendita di cartucce e per il commercio di armi civili, d’ordinanza e dei loro componenti. Si tratta di un importatore di armi leggere di discrete dimensioni, con un fatturato nel 2022 di 908 milioni di rubli, circa dieci milioni di euro.

Molto più importante del giro d’affari è il socio occidentale dell’azienda. Dal 2010, l’italiana Beretta Industrie Spa ha detenuto la maggioranza delle azioni (51%) di Russkiy Orel. Nel 2021, il controllo di Beretta si è rafforzato fino ad acquisire il 57,95% delle quote, possedute attraverso la società lussemburghese Beretta Holding Sa.

Sulla home page di Russkiy Orel si legge che è stata «fondata nel settembre 2007 sotto la direzione di Beretta Holding per la distribuzione diretta sul mercato russo di prodotti per la caccia, il tiro sportivo e il turismo dei marchi del gruppo Beretta». Il sito offre tutt’ora la possibilità di registrare sul sito la propria arma da fuoco Beretta per ricevere gratuitamente un secondo anno di garanzia.

Beretta è il marchio principale, ma non l’unico, dell’omonima holding. Il gruppo possiede, fra gli altri, i produttori di armi da fuoco Benelli Armi (Italia), Stoeger (Turchia) e Sako (Finlandia). A questi si aggiungono diverse fabbriche di munizioni, tra cui Norma (Svezia) e Ammotec (Germania). Le armi e le cartucce di tutti questi marchi hanno continuato ad arrivare in Russia, attraverso triangolazioni, nonostante la guerra sia in corso da quasi due anni.

In totale, 5.913 fra fucili e pistole e 825.900 munizioni dei marchi di Beretta. In un numero significativo di casi, gli importatori di questi prodotti sono la stessa Russkiy Orel del gruppo italiano o società riconducibili al “barone delle armi” ed ex socio di Beretta, Mikhail Khubutia. 

Questi dati si ricavano dall’analisi dei certificati di conformità e documenti ufficiali emessi dall’agenzia governativa RosAccreditation prima che i beni entrino in Russia. I certificati contengono informazioni sul produttore e l’importatore, ma non il nome di chi ha venduto le armi alla Russia.

Con l’inizio dell’invasione, le consegne dirette dall’Italia di armi prodotte dal gruppo Beretta sembrano essere cessate. Tuttavia, incrociando i dati dei certificati di conformità con i registri doganali emerge che l’embargo sulle armi viene aggirato, pur senza prove di coinvolgimento dell’azienda italiana, grazie a intermediari in Paesi al di fuori dell’Unione.

Ad esempio, Russkiy Orel ha alcuni partner commerciali in Turchia, un Paese che non ha adottato alcuna embargo contro la Russia e che ha visto triplicare le proprie esportazioni verso Mosca.

Il 18 agosto 2022, uno di questi rivenditori con base a Istanbul spedisce all’azienda russa del gruppo Beretta un carico di «perni per armi da caccia». Questi componenti sono stati prodotti da Stoeger, a sua volta marchio del gruppo Beretta che ha una fabbrica proprio a Istanbul. Grazie agli intermediari turchi, le armi arrivano in Russia senza ostacoli, aggirando le sanzioni occidentali.

Le armi italiane importate dopo l’inizio della guerra sono di tre tipi: pistole, fucili da caccia e fucili di precisione. I dati sugli acquisti del governo russo mostrano che diverse agenzie di polizia e di istituzioni sportive che addestrano futuri tiratori hanno continuato ad acquistare armi prodotte in Italia, rifornendosi, in alcuni casi, presso le aziende del “barone” Khubutia. Per aggirare le sanzioni, le aziende di Stato russe sono da tempo autorizzate a tenere segreti i loro fornitori, rendendo quasi impossibile tracciare questo tipo di acquisti.

Non ci sono prove che doppiette e carabine da caccia siano state usate al fronte contro l’Ucraina. Tuttavia, queste armi sono comunque in grado di uccidere esseri umani. Secondo quanto riportato da uno studio del Flemish Peace Institute sulle sparatorie di massa in Europa, nel 2015 un uomo ha ucciso quattro persone a Roye, nella Francia settentrionale, usando un fucile semiautomatico da caccia Beretta calibro 12. Migliaia di armi italiane con queste stesse caratteristiche sono state importate in Russia dopo l’invasione. 

L’afflusso di armi letali, anche se progettate per l’abbattimento di animali, contribuisce quindi comunque a rafforzare la capacità difensiva del Paese invasore e ad allenare futuri tiratori per il fronte. Inoltre, il media russo IStories ha documentato come le forze russe abbiano iniziato a montare mirini da caccia di produzione cinese e statunitense sui propri fucili, a prova del fatto che componenti destinati al mercato civile possono essere utilizzati anche in battaglia.

Nel catalogo delle aziende di Khubutia non mancano binocoli e mirini del produttore tedesco Steiner, di proprietà di Beretta, venduti nel settembre 2023 a un prezzo scontato del 20%. Informazioni sulla promozione si trovano nel canale Telegram “The Mile”, dove, tra l’altro, acquistano materiale soldati e mercenari delle compagnie militari private.

Buoni clienti

Del milione di cartucce e delle oltre 6.000 armi da fuoco leggere italiane che sono state importate in Russia dopo lo scoppio della guerra, una minoranza è stata prodotta da altre aziende, più piccole e meno conosciute di Beretta.

Una di queste è CD Europe, produttore di fucili da caccia con il marchio Marocchi che ha avuto forti legami con clienti russi prima dell’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Il suo importatore e distributore è stato Italruzhje, azienda fondata da Ivan Kurtz, un ex membro del KGB. Fucili a marchio Marocchi hanno continuato ad arrivare in Russia anche dopo lo scoppio della guerra, per vie indirette – aggirando l’embargo senza violarlo direttamente.

Entrambe le aziende menzionano i loro rapporti sui rispettivi siti web: su quello di Marocchi, Italruzhje è ancora indicato come rivenditore in Russia, mentre l’ufficio di rappresentanza della Marocchi è aperto nei locali del negozio Italruzhje, si legge sul sito dell’azienda russo. L’ex azionista di maggioranza di Italruzhje (lo è stato fino all’anno scorso), il cittadino russo Oleg Benedichuk, è stato consigliere e poi vice presidente del consiglio di amministrazione di CD Europe fra il 2013 e il 2021.

Italruzhje aveva anche creato un’entità legale a nome Marocchi Russia, chiusa nel 2019, con Italruzhje come unico proprietario e aveva registrato il marchio italiano in Russia, mantenendone la proprietà fino a luglio 2022.

«Le nostre ultime esportazioni autorizzate verso la Russia risalgono al 12 febbraio 2021 e al 23 novembre 2021 – chiarisce CD Europe in risposta alle domande di IrpiMedia –. Da allora abbiamo cessato tutte le esportazioni verso quella nazione».

Nonostante ciò, 274 fucili da caccia Marocchi, importati dalla società Attashe, sono comunque arrivati in Russia, attraverso un intermediario non citato nei certificati che abbiamo visionato.

«Prima della guerra esportavamo a molti clienti in quella nazione (…). Anche la ditta Italruzhje, di cui il sig. Kurtz è il direttore Commerciale, era un altro nostro buon cliente già da molto prima della guerra in Ucraina e tecnicamente loro lo sarebbero ancora oggi, ma purtroppo il tutto si è fermato con la guerra in corso», spiega l’azienda via mail.

Fra le altre aziende italiane che hanno costruito fucili che la Russia ha importato nell’ordine di poche decine in Russia ci sono poi Nuova Jager, specializzata nella conversione di armi militari per il mercato civile, e Zoli Antonio, un piccolo produttore di ricercati fucili da caccia e da competizione.

«Fino a questo momento non eravamo a conoscenza di questa informazione», spiega via mail il titolare di Nuova Jager. «Noi siamo solo i produttori e (…) l’esportazione non è stata fatta dalla nostra azienda. Le carabine sono state regolarmente cedute con autorizzazione di polizia ad un nostro rivenditore italiano (…), una volta che le carabine sono fatturate e sono sul registro di Pubblica Sicurezza del rivenditore la responsabilità non è più della nostra azienda».

Le armi erano state importate da un’azienda di Mikhail Khubutia, con cui Nuova Jager afferma di non aver «mai avuto contatti, rapporti commerciali o personali. Siamo perfettamente a conoscenza della legislazione europea che condividiamo ed anche negli anni passati non abbiamo mai lavorato con commercianti russi», concludono.

Anche la ditta Zoli Antonio conferma che le vendite dirette verso la Russia sono cessate con l’aggressione all’Ucraina. «Le nostre vendite verso il mercato Russo sono completamente ferme nel rispetto delle leggi e disposizioni vigenti. Tuttavia, in passato è stato uno dei mercati più importanti per la nostra piccola realtà produttiva che si occupa per la quasi totalità di produrre armi sportive dedicate alle discipline Olimpiche ed amatoriali del tiro al piattello», spiega il responsabile commerciale dell’azienda.

«Dopo la crisi del 2008 a cui è seguito nel 2014 l’embargo collegato alla invasione della Crimea da parte della Russia l’azienda è stata costretta a modificare la propria strategia commerciale indirizzandola verso mercati meno rischiosi», concludono via mail dalla Zoli Antonio.

Una fonte del settore ha espresso a IrpiMedia le sue perplessità rispetto all’interesse russo verso armi come quelle a marchio Zoli, fucili made in Italy per il tiro al piattello che possono costare fino a quattro volte quelli prodotti, ad esempio, in un Paese come la Turchia, dal quale possono essere importati in Russia senza alcun embargo.

Produttori delle armi italiane importate in Russia

I dati (in percentuale sul totale) comprendono armi prodotte in Italia o in Unione europea da parte di marchi italiani e importate in Russia dopo l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio 2022. Dati aggiornati al 25 gennaio 2024.

Sul fronte delle munizioni, più di 280.000 cartucce entrate in Russia fra marzo e settembre 2022 sono state prodotte dalla Fiocchi Munizioni Spa, fondata a Lecco nel 1876. Fra gli importatori c’era la Kolchuga del “barone” Khubutia. Come raccontato dal mensile Altreconomia, l’azienda lombarda è stata recentemente rilevata dal gruppo industriale Czechoslovak Group, ma una piccola quota è ancora dell’europarlamentare di Fratelli d’Italia Pietro Fiocchi, discendente del fondatore.

Il presidente dell’azienda, Stefano Fiocchi, ha chiarito via mail a IrpiMedia che «Fiocchi ha intrattenuto regolari rapporti commerciali con Kolchuga, aventi ad oggetto la vendita di munizionamento civile di vario tipo esclusivamente per uso venatorio/sportivo». Dopo l’invasione dell’Ucraina, «Fiocchi ha sospeso autonomamente ogni fornitura verso la Russia, già prima di ricevere eventuali indicazioni in tal senso dall’Autorità competente, che in seguito ha sospeso ogni autorizzazione all’esportazione verso la Russia». 

Abbiamo inviato una lista di domande sulla vicenda al Comitato di Sicurezza Finanziaria (CSF) del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha il compito di «monitorare il funzionamento del sistema di prevenzione e contrasto (…) delle attività di Paesi che minacciano la pace e la sicurezza internazionale». Il CSF ha risposto a IrpiMedia di non essere «competente in materia di attuazione di embargo di armi». Una richiesta di commento è stata inviata anche ai ministeri dell’Economia, degli Esteri e della Difesa, così come alla Commissione europea. Nessuna di queste istituzioni ha risposto. Beretta non ha risposto alle domande e richieste di commento.