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Una nube di diossina si alza dall’impianto chimico e avvelena la Brianza. Per 30 anni, però, ci sono stati segnali ignorati che facevano presagire la tragedia. Una storia nascosta tra gli archivi
Il 10 luglio 1976 pare un sabato come tutti gli altri. In tanti hanno ancora negli occhi lo scavetto di Antonin Panenka: venti giorni prima l’attaccante segna il rigore che consegna il campionato europeo di calcio alla sua Cecoslovacchia dopo un combattuto 2-2 con la Germania Ovest. Nelle orecchie suona Ancora tu di Lucio Battisti, che da aprile è al numero uno dei singoli più ascoltati in Italia.
Il 10 luglio 1976 pare un sabato come tutti gli altri anche a Meda, in Brianza, pochi chilometri a nord di Milano. Come tutti i fine settimana una fabbrica chimica del territorio, si chiama Icmesa, lavora a ranghi ridotti. Fino alle 12:37 la mattinata scorre monotona fino a che un sistema di sicurezza del reattore A101 della fabbrica cede. Dal tubo esce una nube bianca per circa venti minuti. Il vento la spinge a sud-est, sopra Seveso.
In Breve
Il 10 luglio 1976 il reattore A101 nel reparto B dell'Icmesa di Meda, dopo una reazione chimica non chiusa nella maniera corretta rilascia una nube di diossina TCDD su Seveso: è uno dei maggiori disastri ambientali mai registrati in Italia.
Dal 1969-1970 il reparto B era stato convertito alla produzione di triclorofenolo (Tcp) senza comunicarlo agli enti, sfuggendo alla classificazione di «industria nociva» pur vietata dal piano regolatore di Meda del 1972 accanto al centro abitato. A livello urbanistico l’impresa non avrebbe potuto trovarsi in quel luogo
Il Tcp è precursore del 2,4,5-T, componente del cosiddetto “Agente arancio”, utilizzato nel corso della guerra in Vietnam; la diossina TCDD ne è il sottoprodotto tossico. La produzione crebbe oltre venti volte (da 6 a oltre 142 tonnellate tra il 1970 e il luglio 1976), all'insaputa di autorità e cittadini e, dal 1971, senza certificazione antincendio
Il rischio era noto alla stessa industria da oltre vent'anni visti alcuni incidenti precedenti (Monsanto 1949, Basf 1953, Philips-Duphar 1963). Tuttavia i lavoratori, si desume dalle testimonianze raccolte nel tempo, erano «in gran parte privi della necessaria preparazione di base»
La ricostruzione di IrpiMedia, che si concentra sugli avvenimenti precedente l’incidente, è stata possibile grazie all’incrocio della documentazione d’archivio tra cui quella disponibile presso l’Archivio Speciale Seveso
Il reattore A101 è un cilindro d’acciaio da diecimila litri e il tubo di sfiato scarica vapori tossici direttamente in atmosfera. Non c’è un contenimento secondario (come vorrebbe la prassi, come presente in altri stabilimenti in Europa e come riportato anche nei manuali dell’azienda che produce lo stesso disco che si romperà), non un sistema di abbattimento dei vapori per mitigare le emissioni, non un piano di evacuazione concordato con le autorità locali.
Lo chiameranno «incidente», diranno che è stato «improvviso». Ma questa è una storia che di improvviso e di inaspettato ha molto poco. Una storia che per trent’anni ha lasciato tracce nei documenti, negli incidenti analoghi, nelle omissioni amministrative. Fino al disastro.
Questa che raccontiamo non è la storia di quella che viene ricordata come «nube tossica», ma di come ci si è arrivati a quella nube. Una sequenza che cinquant’anni dopo non trova ancora spazio nella nostra memoria e nella nostra cultura, nonostante esista un prima e un dopo.
Una fabbrica ai margini
L’Icmesa (Industrie chimiche Meda Società Azionaria) viene fondata nel 1921 a Napoli, con il nome Industrie Chimiche K. Benger. Cambia nome nel 1924 ma mantiene la sede legale a Napoli. Con la Seconda guerra mondiale, la produzione viene portata nella periferia sud di Meda nei primi anni Quaranta e il trasferimento formale si completa nel 1947.
Alla data dell’incidente, il capitale sociale – un miliardo di lire diviso in un milione di azioni da mille lire ciascuna – era spartito tra Givaudan Sa (462.170 azioni), Hoffmann-La Roche (295.750) e Dreirosen Ag di Basilea (242.080). Nel 1963, il gruppo farmaceutico svizzero Hoffmann-La Roche consolidò la sua posizione in Icmesa acquistando la stessa Givaudan, che dal 2000 è tornata indipendente.
Guy Waldvogel, direttore generale di Givaudan e presidente della Icmesa, messo sotto pressione dall’opinione pubblica dopo l’incidente, spiegò che Givaudan era entrata nel capitale dell’Icmesa in nome di antichi legami di amicizia tra le famiglie Rezzonico, ex proprietaria della Icmesa (di fatto ancora nell’assetto societario attraverso la fiduciaria svizzera Dreirosen) e la famiglia Givaudan. Stampa e magistrati sostenevano che il motivo fosse esternalizzare la produzione più pericolosa in Italia.
Quando i primi reattori dell’Icmesa si accesero, come sottolineano da queste parti, intorno «è tutta campagna». Questa parte di territorio, dove le mura di cinta della fabbrica separano i confini tra Seveso e Meda, è particolarmente preziosa. Scorre acqua di falda, e nelle vicinanze si trova la ferrovia Seregno-Saronno, tratta di pendolari particolarmente frequentata. Elementi che hanno portato allo sviluppo della manodopera tessile e che hanno sicuramente avuto un peso sulla decisione di insediare qui l’Icmesa.
Il boom economico trasforma la Brianza: la produzione di mobili diventa industria, le strade si riempiono e i piani regolatori seguono la crescita più che guidarla. Così negli anni Settanta attorno alla fabbrica si costruisce di tutto: villette, palazzine, un asilo, una scuola. In pochi si domandano cosa si produca dentro quei capannoni nel corso degli anni, anche perché in tanti ci lavorano sfamando famiglie intere.
Nel 1976 i dipendenti della Icmesa sono circa centosessanta e le case più vicine al reattore A101 distano poche decine di metri dal cancello. A dirigere lo stabilimento quel periodo ci sono l’ingegnere Herwig von Zwehl, già denunciato nel 1974 e assolto nel 1976 per inquinamento idrico sempre all’Icmesa, e il responsabile della produzione, il dottor Paolo Paoletti, che verrà assassinato nel febbraio del 1980 da un commando di quattro persone di Prima Linea.
Formalmente quella fabbrica non dovrebbe trovarsi lì. Il nuovo piano regolatore di Meda, licenziato nel 1972, ha classificato l’area come industriale mista con un vincolo esplicito: le industrie nocive a ridosso del centro urbano sono tassativamente vietate. L’Icmesa dalle sue origini si dichiara una fabbrica destinata alla «fabbricazione di prodotti farmaceutici», senza ricadere dunque tra le «industrie nocive» regolamentate dall’allora, seppur scarna, normativa ambientale.
Tuttavia, c’è un punto in cui questa vicenda inizia a prendere la piega della storia sbagliata. Tra il 1969 e il 1970 il reparto B della fabbrica, 1.100 metri quadrati, costruito per la produzione di vanillina (utilizzata nell’industria farmaceutica per mascherare il sapore amaro di alcuni farmaci oppure come intermedio per principi attivi) – è stato in realtà riconvertito alla produzione del triclorofenolo (Tcp), ma l’azienda non ne ha mai dato comunicazione agli enti preposti, restando così fuori dalla classificazione delle cosiddette “industrie nocive”.
Il triclorofenolo infatti già all’epoca era conosciuto come altamente tossico sia per gli organismi acquatici sia nell’accumulo al suolo.
In sintesi, come abbiamo potuto ricostruire dall’incrocio degli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro e dall’Archivio speciale Seveso che abbiamo consultato, si può dire che una produzione ad alto rischio ha operato nel cuore di un territorio sempre più urbanizzato senza essere formalmente trattata come tale.
Il triclorofenolo e il Vietnam
La vecchia fabbrica brianzola, conosciuta fino ad allora per i suoi prodotti intermedi destinati alla profumeria e alla cosmetica farmaceutica a partire dal 1969-1970 ospita quindi qualcosa di molto diverso. Il triclorofenolo è un intermedio che ha applicazioni multiple. Può servire alla fabbricazione di esaclorofene, antibatterico impiegato in cosmesi e in ambito ospedaliero, ma può essere usato anche come precursore chimico, tra gli erbicidi, dell’acido 2,4,5-triclorofenossiacetico: il 2,4,5-T, uno dei due componenti del cosiddetto “Agent orange”. Lo stesso composto defoliante utilizzato tra il 1962 e il 1971 dall’aviazione statunitense sulle foreste di Vietnam, Laos e Cambogia nell’operazione Ranch Hand.
La TCDD (diossina) – sostanza che uscirà dal camino della Icmesa il 10 luglio 1976 – è il sottoprodotto tossico, indesiderato e persistente del triclorofenolo che si forma accidentalmente durante la combustione di materiali contenenti appunto cloro e nella sintesi di alcuni pesticidi ed erbicidi.
I vertici dell’Icmesa per anni hanno dunque evitato di dichiarare la fabbricazione del triclorofenolo, tanto che le successive indagini del Nucleo antisofisticazioni dei Carabinieri (Nas), poi depositate anche tra le risultanze della Commissione parlamentare d’inchiesta su quei fatti, riportano quantità crescenti di triclorofenolo prodotto tra il 1970 e il luglio del 1976. Da poco più di sei tonnellate nel 1970 si passa a 105 nel 1975 e a oltre 142 vendute fino al 9 luglio 1976, il giorno prima del disastro. In sei anni la produzione è cresciuta più di venti volte. Tutto questo all’insaputa di autorità di controllo, amministrazione locale e cittadinanza. Un mix che diventa esplosivo se si conta che dal 1971 l’azienda ha operato senza una valida certificazione antincendio.
Guy Waldvogel, dirigente della Givaudan, spiega alla Commissione la ragione di quell’accelerazione: «[E]ssendo divenuto difficile il reperimento di alcune materie prime […], il nostro servizio tecnico avanzò la proposta di riprendere la produzione del triclorofenolo presso l’impianto dell’Icmesa per poter avere a disposizione sostanze della qualità necessaria per produrre l’esaclorofene».
Non si fa cenno agli utilizzi, se non a quelli della filiera, e gli atti disponibili non hanno fatto emergere elementi che colleghino la produzione dell’Icmesa a impieghi militari. Tuttavia le grandi quantità prodotte, di fatto sotto silenzio (l’ammissione ci sarà davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta), hanno alimentato nel tempo voci, sempre smentite, sul suo utilizzo militare.
Segnali ignorati dal 1949
A differenza di quanto comunicato dall’azienda subito dopo l’incidente, la “nube tossica” di Seveso non è quindi un incidente che d’improvviso spezza la routine dell’Icmesa. Il problema della lavorazione del triclorofenolo è noto da oltre vent’anni: sopra i 180-200 gradi la reazione può deviare, e fra i sottoprodotti della reazione c’è proprio la TCDD, poi ribattezzata “Diossina Seveso”. Cancerogena, teratogena, persistente per decenni: è una tra le sostanze a tossicità acuta e cronica più elevate conosciute.
Quando Icmesa avvia la produzione sono già noti incidenti identici: Monsanto a Nitro, West Virginia, Stati Uniti, nel 1949; Basf a Ludwigshafen am Rhein, Germania, nel 1953 e Philips-Duphar ad Amsterdam, Paesi Bassi, nel 1963. Risultato: cloracne tra gli operai, impianti smantellati e produzioni chiuse. Chiunque trattasse triclorofenolo negli anni Settanta, grazie alla letteratura industriale internazionale, sapeva. Come sapevano i dirigenti Givaudan e Hoffmann-La Roche che controllavano Icmesa. Non gli operai, però, come si legge nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta e nelle testimonianze raccolte tra dirigenti e operai.
C’è una deposizione che, da sola, racconta tutto: un capo reparto che dichiarò di non essere mai stato informato dei pericoli della TCDD nonostante fosse addetto alle analisi sulla purezza del triclorofenolo. Non un operaio qualunque, quindi: un responsabile. La Commissione fu netta: le maestranze erano «in gran parte prive della necessaria preparazione di base».
L’addestramento, ammise la stessa direzione, si riduceva a tre mesi in coppia con un collega più anziano. Si operava su una sostanza ad altissima tossicità senza piena consapevolezza dei rischi. Un veleno liberato che le prime stime, relative al solo quantitativo presente nel reattore B, davano a circa 300 grammi, ma che gli scienziati hanno poi quantificato negli studi successivi in almeno 15 chili totali.
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