Un cartello politico, economico e finanziario internazionale che si dirama dalla Nigeria agli Stati Uniti passando per il Libano, Dubai, i Paesi Bassi e l’Italia. I suoi interessi sfociano nello sviluppo di un nuovo quartiere degli affari a Lagos: Eko Atlantic City. All’interno del progetto convergono imprenditori stranieri che qui hanno fatto fortuna, ex generali dell’esercito, politici locali e faccendieri. Un filo rosso che va dagli imprenditori di origine libanese Gilbert e Ronald Chagoury all’ex dittatore Sani Abacha fino all’uomo d’affari e leader del partito politico Pdp (all’opposizione oggi) Abubakar Atiku e al suo braccio destro, l’imprenditore italiano Gabriele Volpi. Questo blocco di potere ha saldamente in mano buona parte degli affari dell’emergente Paese africano. I nomi dei componenti sono anche associati ai principali casi di corruzione, appropriazione indebita di fondi pubblici e presunte tangenti che hanno attraversato la Nigeria in anni recenti. Tra questi anche la presunta stecca da 1,1 miliardi di dollari per la licenza petrolifera OPL 245 contesa tra Eni e Shell.
Eko Atlantic City, la città galleggiante crocevia di soldi e politica
Fine lavori 2047. Operatività a partire da subito. Una foresta di grattacieli. Fontane, vialoni, boschi verticali. Di fatto Eko Atlantic sarà una zona franca, in grado di produrre un miliardo l’anno di PIL per la Nigeria, ventiseiesima economia mondiale e prima in Africa se si guarda al solo prodotto interno lordo. Una città pienamente indipendente e prossima casa delle grandi compagnie petrolifere e dei ricchi della città, con appartamenti che vanno dai 1.800 ai 3.000 dollari al metro quadro e hotel esclusivi. Cinta da una muraglia protettiva di scogli questa penisola di 10 chilometri quadrati di sabbia dragata dal mare è la scommessa per cacciare la recessione che dal 2014, dopo anni di crescita, condiziona la vita economica del Paese. A questo progetto degno delle ambizioni degli emiri di Dubai ci credono in tanti, prima di tutto l’amministrazione dello Stato di Lagos, che ha dato alla società emiratina dei fratelli libanesi Chagoury una concessione di ben 78 anni sui terreni in gioco.
Il progetto è stato approvato, o almeno «pubblicizzato», anche sul piano ambientale, in quanto barriera per fermare l’erosione delle coste di Lagos. Lo studio di impatto ambientale allegato al progetto afferma che «è una soluzione più completa e permanente per affrontare il persistente problema dell’erosione, che è probabile venga esacerbato dal cambiamento climatico e l’incremento di tempeste», che spesso causa morti e alluvioni in queste zone. Da qui, sostiene lo studio, la necessità del progetto della muraglia protettiva di Lagos e di Eko Atlantic City. Tuttavia ci sono altre valutazioni che arrivano a conclusioni opposte, e vedono negli scheletri di grattacieli in costruzione il presagio di una futura Atlantide. Ricorda Quartz Africa in un articolo del 2017 che l’impatto ambientale potrebbe produrre l’effetto opposto per Lagos: a partire dai quartieri poveri che si trovano a livello dell’acqua, senza che nulla li protegga dalle maree, che la muraglia di Eko Atlantic City direzionerà proprio verso di loro. Al momento il recupero della pianura è a buon punto, ma non ancora completa. Dai barchini con cui gli abitanti degli slum fanno spola tra le due sponde della laguna di Lagos, la città riemersa dall’acqua appare lontana dall’essere operativa. Le immagini dal satellite lo confermano: per lo più, Eko Atlantic City, è una distesa di sabbia, 90 milioni di metri cubi per l’esattezza. Visitarla è impossibile: «Apprezziamo l’interesse, ma non rilasciamo interviste in questo momento», taglia corto l’ufficio stampa. I lavori completati a oggi sono le Pearl towers (dove qualcuno già abita), gli scheletri delle tre torri della Azuri Peninsula a sud e dei tre palazzi di Eko Energy City a nord, la Alpha 1 Tower e parte dell’impianto viario.

I ritardi si rintracciano non solo nella crisi dell’economia nigeriana ma anche nella paura che si ha nell’investire in Nigeria dopo la rinnovata attenzione delle autorità locali sul riciclaggio di denaro attraverso progetti immobiliari. Un filone quest’ultimo potenziato dalla campagna anticorruzione del presidente Mohammed Buhari che sguinzaglia con molta facilità gli organi inquirenti salvo poi arrivare a risultati modesti.
I dubbi intorno a questo progetto non sono pochi. Appare impossibile trasformare in un paradiso per ricchi investitori e turisti un’area che giace alla bocca di una laguna grigio-verde, continuamente solcata da petroliere e al centro di un fitto reticolo di oleodotti che pompano greggio verso terra. Per quanto la città stia cambiando a velocità forsennata, il sogno di diventare una nuova Dubai è ancora lontano dal realizzarsi. E quelli che rischiano restare esclusi, come gli sfrattati della comunità dalla parte opposta della laguna di Lagos, a Tarkwa Bay, sono la netta maggioranza dei 22 milioni di abitanti di Lagos: le disparità sociali sono evidenti.
L’irresistibile ascesa degli sviluppatori di Eko Atlantic
Sia i fratelli libanesi Chagoury sia l’italiano Volpi iniziano la loro ascesa negli anni in cui a guidare la Nigeria era il generale Babangida, insieme al suo vice, il generale Sani Abacha. Quest’ultimo nel 1993 diventò presidente con un colpo di Stato e la storia ha archiviato i suoi cinque anni di presidenza come una dittatura sanguinaria. Sotto di lui fu condannato a morte lo scrittore e attivista Ken Saro-Wiwa, anima del popolo Ogoni, che per primo denunciò lo scempio ambientale commesso dalle multinazionali petrolifere, Shell in cima, nella regione del Delta del Niger.
Gli Chagoury non solo sono vicini alla famiglia Abacha, ma sono anche finanziatori e membri della Clinton Foundation, che a sua volta ha creduto da subito al progetto Eko Atlantic City. «Sanno tutti che sono amico dei Clinton», ha detto Gilbert Chagoury ai giornalisti di Frontline nel 2010. La Fondazione nel 2009 si era impegnata a garantire il progetto Eko Atlantic City, favorendone l’accesso al credito per un miliardo di dollari. Ai Clinton la vicinanza è costata qualche critica in patria, soprattutto dopo che l’emittente conservatrice Fox News ha rispolverato la notizia di un accordo in pieno conflitto di interessi – che il Dipartimento di Stato americano, all’epoca guidato dalla stessa Hillary, aveva siglato per l’acquisto di un terreno a Eko Atlantic City.
I fratelli nel tempo hanno capitalizzato al massimo l’interesse statunitense nel progetto tanto che a maggio 2019, nonostante il cambio di amministrazione alla casa Bianca, Chagoury Group ha firmato un accordo tra Eko Atlantic, rappresentata da Ronald Chagoury in persona, e il governo americano per un nuovo consolato proprio sulla penisola. Del resto i due fratelli libanesi sono abili nel muoversi con la politica: da metà anni novanta fino al 2017 Gilbert è stato rappresentante diplomatico per l’isola di Santa Lucia, uno dei principali paradisi fiscali del mondo: prima come delegato UNESCO, poi come ambasciatore presso la Santa Sede. Un altro tratto in comune con Gabriele Volpi che gode ugualmente di buone amicizie in Vaticano.
Ma è ancora una volta la famiglia Abacha a fare da trait-d’union tra i re di denari di Eko Atlantic, Ronald e Gilbert Chagoury e Gabriele Volpi. Mohammed Sani Abacha, figlio dell’ex dittatore, fonda nel 1998 e controlla – via prestanome – col ministro del petrolio Dan Etete, la Malabu Oil & Gas, società titolare della licenza petrolifera Opl245. Tale licenza, stando alle indagini della procura di Milano per cui è attualmente in corso il processo, sarebbe poi stata ceduta a Eni e Shell, dopo il pagamento di una tangente da 1,1 miliardi di dollari a funzionari pubblici nigeriani.
Volpi nel corso delle udienze per il processo Opl 245 è stato nominato solo poche volte, e non risulta fra gli indagati. È invece un personaggio chiave della seconda inchiesta su Eni condotta dalla Procura di Milano, quella sul falso complotto ai danni dell’amministratore delegato Claudio Descalzi. Secondo l’ipotesi accusatoria, l’ex consulente legale di Eni Piero Amara, insieme a collaboratori e magistrati compiacenti a Trani e a Siracusa, avrebbe ideato questa intricata strategia per bloccare il processo Opl 245 con una nuova indagine giudiziaria. Eni ha sempre respinto le ipotesi, sostenendo che Amara agisse per conto suo. Ma secondo la testimonianza dell’ex tecnico petrolifero Massimo Gaboardi uno dei presunti imprenditori che dalla Nigeria cercherebbe di abbattere Descalzi sarebbe proprio Gabriele Volpi, in collaborazione con uomini d’affari attivi in Italia, Nigeria e Stati Uniti. Circostanza curiosa: ad accomunarli è la vicinanza con la Fondazione Clinton, con la quale tutti collaborano.
La procura di Milano sta cercando di dipanare questo groviglio inestricabile di verità, menzogne e semplici coincidenze. Dalla Nigeria almeno una certezza c’è: Eko Atlantic City, il progetto degli amici dei Clinton, è l’affare immobiliare del secolo, a Lagos.