«I’m gonna praise the Lord. The devil cannot stop me. I’m gonna praise the Lord, in every situation. In the wilderness, in the prison-yard. I’m gonna praise the Lord for his faithfulness, alleluja». [«Prego Dio. Il diavolo non può fermarmi. Prego Dio in ogni situazione. In mezzo alla natura, nel cortile di una prigione. Prego Dio per la sua fedeltà, alleluja»]
Le casse a tutto volume sparano fuori la voce di quattro coriste, mentre il basso elettrico, la tastiera e la batteria accompagnano la preghiera con sonorità rock. Dentro la chiesa pentecostale, uno stanzone ricoperto di drappi azzurri e addobbi natalizi, ci saranno 40 gradi, ma il pastore non si scompone nel suo completo con giacca, doppiopetto e scarpe di vernice. Mentre il pubblico balla tra le sedie in plastica bianca, lui si inginocchia a terra, alza le braccia al cielo e poi appoggia la fronte sulla sua stola sacra: prega ad alta voce, ma le sue parole sono coperte dai canti. Sale sul palco solo nel momento dell’omelia: al microfono legge e commenta la Bibbia, mentre i testi vengono proiettati sul muro dietro di lui. Ricorda alla comunità i propri doveri, gli appuntamenti settimanali, le feste in programma.
Le chiese pentecostali sono un punto di riferimento per la comunità nigeriana. Qui le persone si conoscono, pregano, mangiano insieme, trascorrono il tempo libero. La chiesa è aperta a tutti e la domenica a messa si possono incontrare sia le madame che le prostitute, sfruttatrici e sfruttate, sedute le une vicino alle altre. Alcune chiese hanno un ruolo ambiguo in queste dinamiche: diverse associazioni, esperti e magistrati raccontano di pastori che invitano le ragazze a pagare il loro debito nei confronti delle madame e a non denunciare. Si parla di riunioni della rete criminale che si tengono all’interno degli spazi sacri. Messe dove in prima fila c’è sempre un posto per le madame e i membri dei cosiddetti cult, organizzazioni che operano con modalità simili alle nostre mafie. Chi lavora nel settore affronta l’argomento come se fosse il segreto di Pulcinella, che in realtà tutti conoscono e che quindi segreto non è.
Non tutte le chiese però sono uguali: ci sono anche pastori pentecostali che denunciano le attività delle organizzazioni criminali nigeriane e aiutano le ragazze a uscire dalla tratta. È anche grazie ad alcuni di loro che sono stati arrestati criminali appartenenti ai cult o alla rete del traffico di esseri umani. Negli ultimi anni, in Italia la lotta alla tratta ha ottenuto diversi risultati, in particolar modo grazie a una strategia di contrasto “multiagenzia” che vede la collaborazione degli enti antitratta e delle reti del territorio nelle indagini: molti criminali sono stati arrestati, e le forze dell’ordine hanno oggi una conoscenza più profonda di come funziona il traffico. Ma c’è una sfera che resta ancora poco conosciuta: proprio quella che riguarda il ruolo delle chiese.
«I am a winner all the time. I am a success not a failure. I am a victor not a victim, I am the head and not the tail. Jesus is a winner man, Jesus is a winner. He’s a winner man all the time» [«Sono sempre un vincitore. Sono un successo, non un fallimento. Sono un vincente, non una vittima. Sono la testa, non la coda. Gesù è un uomo che vince, Gesù è un vincitore. È sempre un vincitore»].
La messa è finita, i fedeli si radunano fuori dalla chiesa. È il compleanno di un bambino della comunità, i palloncini vengono appesi per addobbare il cortile, mentre su un grosso vassoio vengono portate due grandi torte ricoperte di pasta di zucchero coloratissima. «Per un periodo sono stata lontana dalla chiesa, poi pian piano mi sono riavvicinata», racconta a bassa voce la madre del bambino festeggiato. «Non tutte le chiese sono uguali: ho sentito pastori che durante l’omelia dicevano pubblicamente “Onorate i vostri debiti”, indirizzandosi implicitamente alle donne costrette a prostituirsi. Alla fine ho comunque scelto di ritornare qui, perché è qui che trovo speranza e famiglia, anche se so che le contraddizioni sono tante».
Una zona grigia che sfugge alle indagini della magistratura
In Italia, diverse inchieste della magistratura hanno fatto luce sulle confraternite nigeriane, i cosiddetti cult: da Torino a Catania, passando per Brescia, Bologna, L’Aquila, Castel Volturno, Palermo, molti membri sono stati condannati per diversi reati, in particolare legati al traffico di droga. Spesso è stato riconosciuta l’aggravante prevista dall’articolo 416-bis del codice penale, l’associazione di tipo mafioso.
Il nostro Paese è quello che più di tutti in Europa ha perseguito le confraternite nigeriane, proprio grazie al suo ordinamento che prevede degli strumenti speciali nella lotta alle organizzazioni mafiose. E anche altri criminali nigeriani, che agivano in maniera autonoma o in gruppi, ma senza essere affiliati a una rete così ampia e strutturata, sono stati arrestati per aver preso parte al traffico di esseri umani o allo sfruttamento sessuale. Quello che manca però è un’indagine sulle chiese e sul ruolo di alcuni pastori.
«Non è mai stata fatta un’inchiesta specifica sul rapporto tra chiese pentecostali e organizzazioni criminali nigeriane – spiega il magistrato Stefano Orsi, già pm della Direzione distrettuale antimafia, poi passato alla Procura generale della Corte d’appello di Bologna -. Questo perché è un tema molto delicato, che tocca diversi aspetti spinosi».

Orsi spiega che la mafia nigeriana è molto pervasiva: si infiltra in tutte le strutture sociali, e quindi anche nelle chiese. «Nelle comunità nigeriane all’estero, le organizzazioni criminali provano a ricreare la stessa rete che avevano costituito in Nigeria – continua -. Nelle indagini, abbiamo riscontrato più volte che i soggetti affiliati si ritrovassero nelle chiese per fare le proprie riunioni. Spesso i pastori provano a convincere le ragazze sfruttate a non sporgere denuncia, o comunque a trovare un punto d’incontro con la madame senza arrivare alla rottura. C’è una situazione di estrema contiguità, che fa pensare. Non mi sentirei di affermare che la mafia nigeriana non ha le mani nella chiesa, ma al momento non ci sono prove per dimostrarlo».
Anche la procuratrice del Tribunale di Catania Lina Trovato, che ha indagato a lungo sul fenomeno della tratta, parla di uno «scarto tra la statistica giudiziaria e la reale entità del fenomeno»: «In numerose attività di indagine è emerso il coinvolgimento dei pastori nel reclutamento delle ragazze in Nigeria: i pastori mettono in contatto le ragazze con la madame e percepiscono un corrispettivo», racconta Trovato. «Le ragazze vedono il pastore come una buona persona – aggiunge -, si fidano e così entrano nella rete: lo abbiamo riscontrato varie volte dalle intercettazioni ma anche dalle testimonianze di alcune vittime. Nonostante questo, l’estrema difficoltà nell’identificare questi soggetti che agiscono all’estero non consente di perseguirli».
In altri Paesi, alcuni pastori sono stati processati per aver messo in contatto le ragazze che frequentavano la loro chiesa con le madame. In Nigeria, il pastore Endurance Ehioze è stato arrestato nel 2017 dalla polizia di Edo State per il presunto coinvolgimento nel traffico di ragazze in Russia. Nello stesso anno in Sudafrica il pastore nigeriano Timothy Omotoso è stato accusato di traffico di esseri umani, stupro e racket, e ora è in attesa della sentenza della Corte suprema d’appello. Su di lui pendono quasi cento capi d’accusa. In Francia, nel 2019 il pastore nigeriano Stanley Omoregie è stato processato per aver trafficato sette ragazze tra i 17 e i 38 anni: è accusato di sfruttamento della prostituzione aggravata e schiavitù.
Anche in Italia, spiega Trovato, ci si chiede se ci sia un coinvolgimento da parte di alcuni pastori: «A noi non sono mai pervenute denunce di pastori sulla tratta, e questo già è un dato – dice -. Si può ipotizzare che per loro quello che accade sia normale: la madame ha anticipato i soldi, e ora la ragazza deve ripagare il debito. Quello che è certo è che le chiese pentecostali rappresentano dei centri di aggregazione importantissimi per la comunità nigeriana, dove vengono accolti tutti: in alcuni è capitato che gli organi minorili dello Stato non dessero il consenso per partecipare alla messa alle ragazze minorenni vittime di tratta, per evitare di esporle a eventuali rischi dovuti all’incontro con certe persone proprio dentro la chiesa».
Pecore bianche, pecore nere: il ruolo di collante delle chiese pentecostali
La “decima”, l’offerta che viene chiesta nelle chiese pentecostali e che equivale a un decimo del proprio guadagno, lega indissolubilmente la sopravvivenza delle chiese ai propri sovvenzionatori, ossia i fedeli. Alcuni pastori hanno allora un certo interesse ad accogliere anche le madame o i membri dei cult, il cui apporto economico è ben più determinante di quello delle ragazze sfruttate. Oltre a questo, nelle chiese pentecostali vige la concezione protestante del successo economico come segno della grazia divina: detto in parole povere, più sei ricco, più sei benvoluto dal Signore, a prescindere da quale sia la fonte dei tuoi guadagni. Durante la celebrazione, a un certo punto il pastore chiede ai fedeli di portare le proprie offerte all’altare: si tratta di un momento altamente simbolico, in cui le madame o i membri dei cult fanno vedere pubblicamente quanti soldi donano, in modo da mostrare alla comunità il proprio potere.
«Le gerarchie tra madame, boyfriend (sorta di collaboratori delle madame), prostitute ed ex prostitute si riproducono in chiesa in vari modi: nella disposizione spaziale, nell’ostentazione di gioielli o altri segni di ricchezza, nelle modalità di rappresentazione del rapporto con il divino – scrive Ambra Formenti nel suo studio sulle chiese pentecostali a Torino – Le madame, che occupano spesso ruoli di rilievo nei gruppi della chiesa, sono anche quelle che “cadono” più frequentemente (una sorta di svenimento simile a una possessione, ndr), mostrando l’effusione dello spirito santo nei loro corpi. Per le madame il culto è dunque un’occasione per esibire il loro potere, tanto materiale quanto spirituale. Questa esibizione diventa uno strumento di soggezione e di controllo nelle mani delle sfruttatrici, una conferma della loro superiorità nei confronti delle giovani prostitute».
Nelle chiese pentecostali, insomma, la dimensione spirituale e quella economica sono legate indissolubilmente. Allo stesso modo, il patto che lega le donne alla loro madame è di tipo sia monetario, sia rituale: tutto ha inizio in Nigeria, quando la madame offre alla ragazza l’opportunità di emigrare in Europa, promettendo i documenti necessari e organizzando il viaggio. In cambio, la ragazza si impegna a restituire il debito attraverso il denaro guadagnato con il suo lavoro: ad alcune viene raccontato che faranno le parrucchiere, le babysitter, le commesse, ad altre viene detto chiaramente che si prostituiranno. L’acquisto della ragazza spesso avviene con il beneplacito della famiglia, che si impegna insieme alla ragazza a onorare il debito. Per sancire questo accordo viene eseguito un rituale voodoo o juju, che ha origine nei culti africani animisti: una sorta di stregone utilizza capelli, unghie o peli pubici della ragazza per legarla alla sua madame, fino alla restituzione della somma anticipata. Se i soldi non dovessero essere resi, malattie e sfortune colpiranno la donna e i suoi familiari.
«Parlare semplicemente di credulità popolare significa non cogliere l’essenza di questo strumento che, invece, costituisce il mezzo principale usato dalla madame per sottoporre la ragazza a violente pressioni psicologiche», spiega Sergio Nazzaro, giornalista e sociologo esperto di criminalità nigeriana. «Teniamo presente che anche le stesse madame, che spesso in passato sono state a loro volta vittime di tratta, credono nel rito magico: sfruttate e sfruttatrici ritengono che il patto vada onorato se non si vuole attirare l’ira degli dei».
Il rapporto con la madame è ambivalente: quest’ultima è considerata al contempo una sfruttatrice e una donna più esperta, che proviene dallo stesso percorso, a cui si devono rispetto e riconoscenza perché comunque offre protezione e un’opportunità di arricchirsi. «I riti sono parte di una cultura, e in sé non sono necessariamente violenti o malvagi – afferma Nazzaro -. Sono le organizzazioni criminali che fanno leva sulle credenze delle persone per perseguire i propri obiettivi, piegando i riti alle logiche dello sfruttamento».

I pastori sanno benissimo chi sono le madame e cosa fanno nella vita. Ma non tutti adottano verso di loro lo stesso tipo di atteggiamento. «Un pastore una volta mi disse che lui era lì per accogliere tutti: le pecore bianche e le pecore nere -, racconta Stefania Russello, coordinatrice del progetto Maddalena della Casa dei giovani di Palermo, che fa parte della rete nazionale antitratta -. Io accompagnavo una ragazza che era entrata in un percorso protetto: il pastore mi disse che non avevo nessun diritto di consigliarle di non frequentare più la chiesa solo perché lì c’era anche la sua madame. Successivamente offrì un lavoro alla ragazza, e alla fine lei lasciò il nostro percorso. Adesso quella chiesa non esiste più».
Pastori contro la tratta
Ci sono anche chiese che aiutano le donne a denunciare le proprie sfruttatrici e a uscire dalla rete, mettendole in contatto con le associazioni antitratta. Nella memoria di una vittima, consegnata alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, si legge ad esempio: «La richiedente nigeriana U. racconta che frequentava abitualmente la chiesa che si trova vicino la stazione di Palermo e di avere proprio qui subìto un’aggressione da quella che poi si sarebbe esplicitata essere la sua madame, da parte del fratello di quest’ultima. Da qualche tempo la ragazza, che risiedeva in un centro per minori a Palermo, riceveva telefonate minatorie da parte di un uomo che solo successivamente capisce di conoscere in quanto frequentavano la stessa chiesa. U. e le amiche cercano di risolvere la questione chiedendo l’aiuto del pastore della chiesa, ma l’intromissione di quest’ultimo causa una reazione di grande collera dell’uomo e della madame, che sfocia in un’aggressione all’interno della chiesa a spese di U., che viene brutalmente pestata. A seguito di quanto successo, U. e il pastore denunciano gli aggressori. La donna non viene fermata perché in stato di gravidanza, il fratello si rende irreperibile».
E poi c’è chi ha avuto un’esperienza personale di sfruttamento, che sceglie coraggiosamente di portare la propria testimonianza in chiesa per fare sensibilizzazione: «Tante volte durante la messa ho raccontato la mia storia: anche io avevo una madame, anche io mi sono dovuta prostituire, anche io sono stata picchiata e minacciata – racconta Princess Okokon, ex vittima di tratta, oggi pastora pentecostale della chiesa Liberation foundation international ministry di Asti -. Alla fine mi sono ribellata e ho denunciato: sono l’esempio vivente che si può sopravvivere anche senza aver pagato il proprio debito. Durante l’omelia, dico esplicitamente di non trafficare esseri umani e di non fare attività illecite: le madame si innervosiscono e se ne vanno, ma a me non interessa. Nella mia chiesa organizzo anche le deliverance, riti che liberano le ragazze dagli spiriti del male, rompendo il giuramento con la madame».
Nel 1999 Princess Okokon, dopo aver denunciato la sua madame (poi condannata a quattro anni di carcere), ha fondato l’associazione Piam Asti, che assiste le ragazze vittime di tratta: oggi lavora come mediatrice per aiutarle a uscire dalla rete. «Insieme all’associazione, anche la chiesa ha un ruolo fondamentale di sostegno, soprattutto dal punto di vista spirituale – racconta -. Ho ricevuto tante minacce per quello che faccio, ma io ho fede in Dio, mi sento protetta: non ho paura perché ho in me il potere di Cristo».
Il futuro della lotta alla tratta
Come abbiamo visto, i numeri delle vittime di tratta in Italia si sono molto ridotti negli ultimi anni. Da un lato c’è stata la pandemia, dall’altro il calo degli sbarchi e i risultati delle indagini giudiziarie su alcuni gruppi criminali. Queste circostanze hanno avuto delle conseguenze in particolare sulla tratta delle donne nigeriane.
La pandemia ha comportato anche la chiusura di diverse chiese pentecostali: celebrare le funzioni era diventato sempre più complesso a causa delle disposizioni sanitarie, che si sommavano alle difficoltà economiche dovute al blocco delle attività. Molte chiese non riuscivano più a pagare l’affitto degli spazi e così hanno chiuso o si sono trasferite. L’emblema di questa tendenza è la città di Castel Volturno, in provincia di Caserta, dove ha sede una delle più grandi comunità di nigeriani d’Italia, che fino a pochi anni fa ospitava più di 40 chiese pentecostali. «Oggi ne sono rimaste pochissime – racconta Vincenzo Ammaliato, giornalista de Il Mattino -. Parallelamente, non ci sono più ragazze per strada. Viene spontaneo pensare che le due cose vadano insieme».
Quello che manca oggi per essere più efficaci nel contrasto alla tratta di esseri umani è una rete che metta in collegamento i soggetti che si sono occupati negli anni, a vario titolo, di contrastare i gruppi criminali nigeriani, per mettere insieme le informazioni a disposizione e per coordinare le indagini future. Questo servirebbe anche a fare luce su questioni ancora poco conosciute, come il legame tra alcune chiese pentecostali e questi gruppi criminali.
«La mafia nigeriana è la quinta più potente al mondo, ma ancora si conosce pochissimo – conclude Fabrizio Lotito, che è stato coordinatore della Squadra anti tratta di Torino e che oggi è consulente del comitato Mafie straniere in Commissione parlamentare antimafia -. L’Europa sta chiedendo di realizzare una raccolta dati e istituire un osservatorio, ma siamo ancora indietro. È un fenomeno molto fluido, che cambia velocemente: bisogna riuscire a mettere insieme le informazioni, valutarle, compararle, e trarre le dovute valutazioni, se vogliamo combattere efficacemente queste organizzazioni. È necessario costituire un gruppo specializzato con il compito di seguire queste attività criminose, altrimenti basta che passino pochi mesi e ogni volta le indagini devono ricominciare da capo».