«Ho scavalcato un muro alto due piani per entrare a Ceuta. Dopo una settimana di attesa sono partito nascosto sotto un camion e sono arrivato a Malaga».
Inizia così il racconto di Anass, giovane co-protagonista di una storia che approda al Satellite di Pioltello, periferia est di Milano, noto nell’hinterland milanese per l’alta concentrazione di cittadini di origine straniera, che a partire dagli anni ’90 hanno modellato l’assetto del quartiere.
Anass ha ventidue anni, è di origine marocchina, ed è arrivato da solo in Italia quando di anni ne aveva appena sedici: «In Marocco pensavamo che in Europa si trovavano i soldi per strada», ci dice ridendo.
Il viaggio
«Sono partito perché all’epoca mio padre era in carcere, ho lavorato per un po’ ma poi non ce la facevo ad aiutare la mia famiglia. Meglio andare da un’altra parte. Dei miei amici erano già partiti per la Spagna, e così anche io ho deciso di partire».
«Quanti anni avevi?».
«Tredici».
Difficile non pensare al film Io Capitano mentre ascoltiamo le parole di Anass. La dinamica è sempre quella: un po’ di amici sono già partiti, la tentazione di raggiungere la ricca Europa è grande, si è giovani, gli ostacoli sul percorso non spaventano. Eppure. «Un amico che viaggiava con me, al confine con la Spagna è stato investito da un camion. È morto lì».
Il suo tono di voce è calmo, ci guarda sempre negli occhi mentre parla, tranne durante i momenti più cruenti della storia. Lì sposta un po’ lo sguardo verso il basso, in un angolo a sinistra. Sembra rivivere il momento, ma subito dopo torna al presente, in un continuo avanti e indietro emotivo sulla linea temporale dei ricordi.


«Quanto ci hai messo ad arrivare in Italia?».
«Tre anni. Sono passato da un primo centro di accoglienza a Malaga, poi in una comunità per minori a Barcellona, poi sono stato a Marsiglia, in Olanda, Belgio… ma io volevo venire in Italia, perché pensavo che sarebbe stato più semplice per un minorenne ottenere i documenti».
E così, dopo aver girato per mezza Europa, Anass arriva finalmente a Milano, trovando di volta in volta sistemazioni temporanee in varie zone della città, fino a scoprire Pioltello.
Qui insieme a Mirko, Hossin, Hamza, Yassin e tanti altri ragazzi ha ritrovato una nuova famiglia, trasformando quello che sembrava essere solo un deserto di cemento in un luogo di resistenza, grazie alla musica, alla grinta e alla costruzioni di legami affettivi.
Pioltello
«Pioltello è come il diavolo. Ti tiene lì e non riesci ad andartene».
È un freddo mercoledì pomeriggio di novembre e Anass ci porta a conoscere i suoi amici al Satellite di Pioltello. «Siamo arrivati. Che posto di merda», ci dice ridendo mentre scendiamo dalla macchina.
In realtà il primo impatto con il Satellite non è così negativo come le sue parole avrebbero fatto presagire. Non si avvistano casoni popolari imponenti, né situazioni di particolare degrado urbano. Tutto sembra essere in linea con gli altri piccoli centri dell’immediata periferia di Milano. L’unica particolarità è che tutte le persone che incontriamo camminando sono di origine straniera.
Anass non vive a Pioltello, ma è un luogo che frequenta spesso per vedersi con i suoi amici, e quel mercoledì pomeriggio di novembre ci porta a conoscerli.
Entriamo in uno spiazzo adibito al gioco delle bocce, “le vasche”, dove gli amici di Anass stanno facendo una grigliata. Non ci prestano troppa attenzione, anche se hanno cura di portarci delle sedie, ci uniamo a loro e iniziamo a chiacchierare.
I ragazzi sono quasi tutti nordafricani, marocchini, tunisini, ma soprattutto egiziani. Tra di loro parlano spesso in arabo o in dialetto marocchino, il Darija, passano all’italiano con scioltezza quando arrivano gli altri amici non arabofoni. C’è un piccolo gruppo di ragazzi sub-sahariani fra loro. Le differenti origini non hanno importanza, quello che conta è esserci e far parte del gruppo.
© Gianluca Bellomo
Sono tutti concentrati sulla carne che sta grigliando, carne halal, macellata secondo le osservanze islamiche. Appena i primi pezzi sono pronti dimostrano la tipica premura nord-africana di servire prima l’ospite, siamo quindi le prime a mangiare: pollo, fegato e un pezzo di pane. Squisiti.
«Qua siamo tutti fratelli, arabi, africani, italiani, non ci sono differenze fra noi».
A rompere il ghiaccio è Mirko, l’unico ragazzo italiano autoctono del gruppo, nato e cresciuto a Pioltello, figlio del processo migratorio che dagli anni ’60 ha portato tante famiglie meridionali nel Comune dell’hinterland milanese. Mirko, in arte Bruno, è un rapper, forse anche per questo ha molta voglia di raccontarsi. Non ci risparmia racconti e aneddoti sulla zona, nonostante la balbuzie che lo caratterizza.
«Io scrivo i miei testi di notte, in bagno, fumo, penso… o sul pullman. Quindi racconto un po’ quello che viviamo ogni giorno principalmente».
«Hai voglia di cantarci un tuo pezzo?».
«Sì, faccio l’ultima».
«Un amico vende per tutta la notte ed è stanco. Non ha più sua madre affianco. Suo papà non lo sente manco. Il lavoro giuro lo sta mangiando dentro, il cuore va a rilento, balbetto mentre penso che non mi stai capendo. Io mi gioco il mio futuro in un parchetto del ca**o, con gente che è peggio e per fortuna sa di esserlo. Io li odio, tutti i miei amici sono dei bastardi, e li amo. Ma a volte non sappiamo comportarci e litighiamo, anche per le più stupide cazzate ed è per questo che voglio piangere i soldi e non il sangue» […]

© Gianluca Bellomo
Mirko e Anass si sono conosciuti a Pioltello. Quando si incontrano, si scambiano uno sguardo d’intesa e si salutano con un gioco di mani che la dice lunga tra di loro.
Per Mirko il luogo di nascita non conta, è solo un fattore accidentale: «Sono cresciuto con marocchini, egiziani, tunisini. Loro sono tutti miei fratelli», ci racconta.
«E cosa ne pensano i tuoi genitori che hai solo amici stranieri?».
Ci risponde che per loro non è così normale, ogni tanto si raccomandano, nonostante vivano in un quartiere con tantissimi stranieri i pregiudizi e il razzismo ci sono ugualmente.
Mirko e Anass ci portano a fare un giro per Pioltello, in particolare in via Mozart, la strada principale che attraversa il Satellite e dove si trova una concentrazione di attività commerciali gestite da persone di origine straniera, macellerie halal, bar, alimentari. Nella fredda aria di novembre si respirano i fumi della carne grigliata e delle spezie che rendono quella stretta via più accogliente, forse per alcuni è il tentativo di ricreare una dimensione più vicina a quella di casa.
Nonostante l’aria gelida la strada è piena di persone, per lo più uomini, che stanno fuori dai locali, fumano, si intrattengono mangiando qualcosa di caldo.
Ci spostiamo ed entriamo in uno dei bar attorno a cui si concentra il maggior numero di persone, l’insegna anni ‘90, le luci al neon e le slot machine lo caratterizzano come il tipico bar che si può trovare nelle zone periferiche delle città. È pieno di giovani marocchini, egiziani, tunisini, quando entriamo ci guardano tutti, molti sono incuriositi, ci sorridono, si vede che non siamo della zona.
«In questa zona si viene per spacciare», ci dice Anass, «per questo c’è così tanta gente».
Prendiamo due caffè ma non facciamo in tempo ad avvicinarci alla cassa che Mohamed, un giovane ragazzo marocchino ci ha già pagato il conto. È il nostro benvenuto nel quartiere.
«Per gli italiani che non vivono qui non è così facile entrare al Satellite. Voi siete fortunate perché ci sono io ad accompagnarvi».

36.000
abitanti
€ 13.900
il reddito medio
92
i Paesi di provenienza della popolazione
36%
la popolazione di stranieri tra gli under 18
© Gianluca Bellomo
Spesso capita che giornalisti o giovani studenti si avvicinino al quartiere per fare domande, ma la gente solitamente non ha voglia di parlare. Atteggiamento di chiusura che ha una sua ragion d’essere, dato che la narrazione prevalente di chi visita questo luogo da completo estraneo è legata a situazioni di disagio sociale, economico e urbano. Il Satellite però non è solo questo, come capiremo presto.
«Ho vissuto in tante zone periferiche di Milano, ma nessuna è come qui. Questo è un vero ghetto, in cui ognuno cerca di farsi gli affari propri ma al tempo stesso c’è fratellanza tra noi stranieri».
Qualche giorno prima hanno arrestato un ragazzo albanese davanti a uno dei bar principali del quartiere.
«Abbiamo visto due tizi che seguivano un ragazzo albanese. Avevamo capito che erano due poliziotti in borghese. A un certo punto uno ha iniziato a correre e ha tirato fuori la pistola. L’hanno fermato e l’hanno portato via». Capita spesso di assistere a scene come questa al Satellite ma se ti fai i fatti tuoi nessuno ti disturba.
«Voi Italiani dite “Vivi e lascia vivere”, ma poi non è così, in Italia non ti lasciano vivere tranquillo. Solo al Satellite…».
Ricreare una famiglia
Seduti intorno al fuoco della griglia, Anass e i suoi amici ci raccontano come sia vivere al Satellite, sono tutti d’accordo che, nonostante sia un posto dimenticato, è proprio questa dimensione di “ghetto” a renderlo un luogo da cui per loro è difficile staccarsi. In queste strade hanno costruito le loro reti di comunità, occupano a pieno titolo i luoghi che vivono sentendoli loro e, insieme, si danno la forza di costruire i loro sogni di giovani uomini con alle spalle un passato difficile.
«Ho dei brutti sintomi, alle spalle solo traumi. Ho passato un passato che non era facile», canta Anass in uno dei suoi pezzi.
«Prima di arrivare qui mi sentivo molto solo, la lontananza dalla famiglia, il ritrovarsi in un Paese straniero, erano condizioni difficili da affrontare ogni giorno».
«Ma noi ora siamo la tua famiglia, siamo tuo papà e tua mamma», lo interrompe Oussin ridendo.
Hossin, oggi ventenne, è partito dal Marocco a soli undici anni e da allora vive a Pioltello. Da qui non vuole andarsene, il Satellite gli ricorda Sidi Moumen, un sobborgo nella periferia a ovest di Casablanca.
«Ringrazio mio padre che ci ha portati a Pioltello, ma prima ancora Dio. È grazie a lui se siamo qui».
© Gianluca Bellomo
Il Satellite si compone di un insieme di palazzi di 9-10 piani che riempiono gli spazi definiti tra via Cilea, via Cimarosa e via Mozart, le strade principali del quartiere.
Hossin vive in uno di questi palazzi con i suoi genitori e due fratelli, la casa è molto piccola, dormono in tre in una stanza e la sera stanno in cinque sul letto per vedere la televisione.
«Se voglio avere un po’ di privacy devo andare in bagno», racconta Hossin, che sogna di riuscire un giorno a comprare una casa per la sua famiglia, per ripagare suo padre e sua madre di tutti gli sforzi che hanno fatto e continuano a fare.
La musica
Anass, Mirko e Hossin vivono le strade del Satellite, nonostante il freddo e il cielo grigio si trovano quasi ogni giorno vicino a via Mozart, in uno spiazzo in cemento definito da un muretto circolare che crea al suo interno un campetto da calcio improvvisato.
«Qui è dove abbiamo girato il videoclip di Soldi e sangue», ci racconta Mirko indicando in terra le tracce rimanenti di un triangolo disegnato con la benzina.
«Per quell’occasione ci siamo radunati tutti, ci tenevo che nel video comparissero tutti gli amici con cui vivo le mie giornate e da cui prendo ispirazione per scrivere i miei testi».
Mirko ha iniziato a fare musica a quindici anni e il Satellite e le storie dei suoi amici sono l’argomento principale delle sue barre, attraverso cui vuole raccontare anche la loro rabbia.
C’è una storia a cui è particolarmente legato e che ha cantato in uno dei suoi pezzi; è quella di Alì, un ragazzo egiziano di 21 anni, arrivato a Pioltello e con cui Mirko aveva iniziato a fare musica. Alì non aveva il permesso di soggiorno e, a seguito di un controllo, è stato portato in un Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) per essere poi rimpatriato. O «deportato», come dice Mirko.
Mentre racconta questa storia si vede nei suoi occhi la rabbia e la delusione di chi queste logiche non le comprende.

© Gianluca Bellomo
«Alì mi ha aiutato molto nel mio percorso, stare con lui mi ha fatto crescere. Mi sa che per un po’ non lo vedremo…».
Mirko non è il solo ad avere un progetto musicale tra i suoi amici, sono tanti i ragazzi che vivono la musica come un mezzo di rivalsa, per farsi ascoltare e prendersi tutto quello che non hanno avuto.
«Io qui voglio fare grandi cose. Voglio spaccare per poter poi costruire degli studi musicali, proprio qui a Pioltello, in modo che i più piccoli possano realizzare i propri sogni più facilmente».
Redenzione
Siamo ormai a febbraio, Mirko ha pubblicato il suo ultimo brano Redenzione. Chiediamo ad Anass se conosce il significato di questa parola, e lui ci risponde di no. Mirko cerca di spiegargliela, ma ci dice che è difficile spiegare questo concetto.
La redenzione implica una colpa, un peccato, qualcosa di negativo che è stato fatto e che va cancellato. Di colpe i ragazzi di Pioltello ne hanno ben poche, anzi, è solo grazie alla loro energia e alla loro vitalità se questo quartiere ai margini della ricca Milano è ancora un luogo vivo, un luogo dove si può fare musica, partecipare a una grigliata estemporanea, o semplicemente sedersi su un muretto di cemento aspettando che si aggiungano altri ragazzi con cui scambiare due chiacchiere.
Se Pioltello non è un deserto sociale e culturale, è soprattutto grazie ad Anass, Hossin, Mirko e a tutti gli altri ragazzi della compagnia, che riescono a dare voce a un’intera comunità. Proprio come raccontano le barre di Mirko.
«Mirko ultimamente pensi troppo, oppure non pensi affatto. C**o. Domande, domande, domande. Dove ti porteranno? Sei sepolto da anni e sembra che non te ne accorgi, eppure lo sai, fermo immobile, Milano est ti ascolta e ora più che mai ha bisogno della tua voce. La positività nel degrado, redenzione, visione, ossessione […] io sono con te, e tu?»
Satellite 2020 è un progetto di Gianluca Bellomo, fotografo che al Satellite ci è cresciuto. È un racconto partito dai suoi vicini, in via Cimarosa 5, per poi espandersi a tutto il quartiere. Dice degli abitanti più di quanto due reporter non avrebbero potuto osservare capitandoci un giorno, per raccogliere informazioni. Il progetto è cominciato da una panchina lasciata in mezzo al cortile, dove chiunque poteva sedersi e farsi scattare una foto. Proseguirà fino a quando non si saprà il destino del Satellite. Le foto di questo articolo sono tutte state stampate su pellicola in bianco e nero e realizzate tra il 2015 e il 2021.



