L'Egitto di oggi ha il suo Gramsci: Alaa Abdel Fattah, intellettuale e attivista, icona della rivoluzione egiziana detenuto senza un equo processo.
29 Marzo 2024Gli agenti del Mukhabarat, i servizi d'intelligence egiziani, hanno una rete che va ben al di là dell'immaginabile, arrivando fino a Roma.
Scarpe a punta, occhiali da sole riflettenti, coppola e giornale alla mano. Gli agenti del Mukhabarat, i servizi d’intelligence egiziani, non si distinguono di certo per la scaltrezza nei travestimenti. Eppure la loro rete va ben al di là dell’immaginabile. Non solo i servizi segreti permeano tutta la società egiziana, dove denunciano, ricattano e partecipano al rapimento di oppositori, ma le spie del Mukhabarat viaggiano oltre il Mediterraneo e arrivano persino a scorrazzare a Roma e dintorni.
Il racconto di un incontro ravvicinato del terzo tipo tra le autrici e due signori con le scarpe a punta.
Intanto, però, sempre fuori dai confini egiziani, le autorità delle ambasciate si rifiutano sistematicamente di fornire o rinnovare i documenti d’identità di decine di dissidenti, giornalisti e attivisti per i diritti umani che vivono all’estero. Il rifiuto sembra avere lo scopo di spingerli a tornare in Egitto, dove la persecuzione è quasi certa.
(*) Rettifiche: la madre del prigioniero politico Alaa Abdel Fattah, Laila Soueif, non è stata arrestata ma solo messa in stato di fermo. Il padre, Ahmed Seif al Islam, ha fondato nel 1999 l’Hisham Mubarak Law Center che ha fornito un sostegno attivo alle vittime della tortura e agli egiziani soggetti a detenzione arbitraria precededuto nel 1993 dalla fondazione del Nadeem Center per le vittime di tortura.