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Il principale gruppo politico dell’Ue, il Partito popolare europeo, punta a tagliare i finanziamenti alle ong critiche. Gli attivisti temono che questa campagna in stile Trump possa rafforzare gli interessi delle grandi imprese
Una parte maggioritaria del Partito popolare europeo (Ppe), la più grande e potente formazione della politica continentale, da anni sta cercando di ridurre l’influenza delle organizzazioni della società civile, affinché siano sempre meno capaci di far sentire la propria voce alle istituzioni europee. Soprattutto quando a cercare di prendere parola sono le organizzazioni che rappresentano gli interessi degli ambientalisti.
L’attacco è portato su due piani: sia quello della reputazione sia quello economico. Finora, in Europa, scontri di questo tipo avevano avuto per protagonisti esponenti della società che si occupano di migranti.
Ora i partiti di destra hanno preso un bersaglio diverso: facendo leva su alcune controverse rivelazioni giornalistiche, chiedono che gli enti finanziati dalla Commissione siano sottoposti a controlli e restrizioni molto più rigidi sull’uso dei fondi europei.
Negli ultimi mesi, però, dai toni ostili generali verso le organizzazioni della società civile si è passati a una risoluzione per cancellare i contributi di un programma specifico, Life. L’iniziativa Ue, che finanzia progetti a favore dell’ambiente e dell’azione per il clima, eroga una cifra relativamente modesta (15,6 milioni di euro l’anno), ma rappresenta una risorsa cruciale per le organizzazioni ambientaliste attive nella capitale europea.
Azzerare questi fondi o renderne l’accesso più difficile rischia di compromettere la capacità della società civile di opporsi agli interessi aziendali, sbilanciando ulteriormente il potere verso il mondo delle imprese nei palazzi di Bruxelles.
In Breve
I partiti di destra dell'Europarlamento, guidati dal Partito popolare europeo (Ppe), stanno cercando di limitare le possibilità delle organizzazioni della società civile di influenzare la politica europea. La campagna contro le organizzazioni riguarda sia il piano della reputazione sia del finanziamento
Il dialogo con le organizzazioni della società civile è stabilito dal Trattato dell’Unione. Gli europarlamentari del Ppe, facendo leva su controverse rivelazioni giornalistiche, hanno accusato la Commissione di aver finanziato una lobby ombra di ong per sostenere le proprie politiche ambientali
Tra i programmi più criticati c’è stato Life, un programma che finanzia progetti che riguardano ambiente e clima che esiste dal 1992. Le accuse alla Commissione di sostenere attività di lobbying illecita attraverso i finanziamenti che passano da questo fondo però non è stata sostenuta da alcuna prova e anche gli audit indipendenti sul tema non hanno prodotto risultati
La campagna contro le ong però non sembra esaurirsi, complice il clima che si respira anche negli Stati Uniti dove Donald Trump ha fatto chiudere il più grande polmone finanziario che sostiene le attività delle organizzazioni non governative, Usaid
Secondo Alberto Alemanno, sono anni che «i conservatori europei e l’estrema destra» portano avanti questi attacchi. «E non senza risultati», aggiunge Alemanno, che è professore di diritto dell’Ue presso la Hec di Parigi e che nel 2015 ha fondato l’organizzazione non profit The Good Lobby. A suo parere, le intenzioni dei politici del Ppe e dei loro alleati più radicali ricordano da vicino quelle dei conservatori americani. «La loro agenda non è molto diversa da quella di Trump e del movimento Maga [Make America Great Again]», spiega.
Lo smantellamento di Usaid, l’agenzia federale per gli aiuti internazionali, non è comparabile per dimensioni e modalità alle richieste delle destre europee nei confronti delle organizzazioni ambientaliste, ma ad accomunare i due processi c’è la volontà di tagliare i fondi a realtà viste come ideologicamente avverse.
Come funziona il sistema
Le attività di lobby rappresentano un aspetto centrale della politica dell’Unione europea. Le portano avanti, ovviamente, le imprese e le associazioni di categoria per far valere i loro interessi nella definizione delle politiche continentali. Ma non solo le sole a farlo: ci sono i sindacati, i think tank, gli enti di ricerca e ci sono anche le organizzazioni della società civile.
Nel Registro della trasparenza Ue, il database che raccoglie tutti gli enti che fanno lobby sulle istituzioni europee, queste ultime realtà sono raggruppate sotto la definizione di Organizzazioni non governative, ong (ngos, nell’acronimo inglese).
Il termine però non è univoco. Uno studio del Parlamento europeo spiega che «esistono diversi meccanismi di regolamentazione delle ong nei 27 Stati membri dell’Ue» e che «la terminologia utilizzata per descrivere le organizzazioni della società civile in un Paese a volte non ha una traduzione adeguata in un’altra lingua, o termini molto simili hanno significati molto diversi dal punto di vista giuridico o nella percezione pubblica».
In Italia, per esempio, si definiscono ong solo le organizzazioni non profit di cooperazione riconosciute dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, ma il termine a volte viene usato impropriamente anche per indicare altri enti non profit.
Molte delle ong che fanno lobby a Bruxelles, invece, sono registrate in Belgio come Aisbl – Association International Sans But Lucratif (associazione internazionale senza scopo di lucro).
La Commissione europea vanta una lunga tradizione di sostegno e dialogo con gli attori, della società civile con l’obiettivo di ascoltare tutti gli interessi in gioco, anche quelli più deboli, e quindi rafforzare la legittimità delle politiche dell’Ue.
Lo stesso vale, per esempio, per gli Europarlamentari che, prima di votare per un determinato provvedimento, possono sentire più voci per farsi un’idea più chiara della posta in palio.
A prevederlo è proprio il Trattato sull’Unione Europea: «le istituzioni mantengono un dialogo aperto, trasparente e regolare con le associazioni rappresentative e la società civile», recita l’articolo 11.
È in quest’ottica che le ong vengono sostenute anche da finanziamenti Ue ed è proprio «al fine di migliorare la trasparenza sui destinatari dei fondi dell’Unione» che l’ultima legislazione in materia ha portato nel 2024 a una definizione europea di organizzazione non governativa: «un’organizzazione volontaria, indipendente dal governo, senza scopo di lucro, che non è un partito politico o un sindacato».
Le ong, quindi, sono finanziate da fondi Ue, da fondi nazionali, ma anche da enti filantropici o dalle donazioni di cittadini e cittadine e usano queste risorse per le loro attività che, a Bruxelles in particolare, sono anche di lobby.
Le difficoltà della società civile
Eppure, oggi la società civile fatica a farsi sentire nella capitale belga, dove la sua spesa per attività di lobbying è nettamente inferiore rispetto a quella di imprese e associazioni di categoria.
Secondo un’analisi condotta da Follow the Money (Ftm) basata sul Registro per la Trasparenza dell’Ue, nel 2024 le aziende hanno speso circa 647,4 milioni di euro per attività di lobbying, mentre le associazioni di categoria hanno investito quasi 490,8 milioni.
Le ong, invece, si sono fermate a 163,1 milioni di euro. Questi squilibri economici si riflettono direttamente sull’accesso che le ong riescono ad avere alla burocrazia di Bruxelles. Sempre secondo il Registro per la Trasparenza, la Commissione ha tenuto 7.690 incontri con lobbisti tra l’insediamento del nuovo esecutivo a dicembre e il 7 maggio.
Solo 1.253 di questi incontri hanno coinvolto organizzazioni prive di interessi commerciali, come evidenziato da Transparency International Eu.
Lobbismo squilibrato
Il numero di lobbisti accreditati a Bruxelles e il numero di incontri di quest’ultimi con rappresentanti della Commissione europea, per tre categorie
Questo squilibrio nella capacità di accedere ai luoghi di potere rappresenta uno dei motivi per i quali naufragano certe nuove norme: il rafforzamento dei diritti dei lavoratori a livello europeo è stato bloccato dalle lobby dei datori di lavoro, mentre le richieste dei piccoli agricoltori vengono oscurate dalle grandi aziende agricole, che dominano i livelli superiori della filiera.
E la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare, considerate le numerose dichiarazioni fatte dalla nuova Commissione in merito ai provvedimenti in arrivo, soprattutto in ambito ambientale.
Molte ong europee, infatti, si trovano a dover fare i conti con lo smantellamento di USAid voluto dal presidente statunitense Donald Trump, e temono ulteriori tagli ai finanziamenti da parte di Washington per la società civile a livello globale — una fetta consistente dei quali sostiene organizzazioni attive nell’Ue.
Una precedente analisi del Registro per la Trasparenza dell’Ue e dei bilanci annuali della società civile aveva già evidenziato come gli Stati Uniti rappresentassero un finanziatore chiave delle ong europee. Infine, anche importanti fondazioni filantropiche come la Open Society Foundations stanno progressivamente spostando i propri interessi al di fuori dell’Unione europea.
È in questo quadro già complesso che si inserisce l’accelerazione degli attacchi da parte delle destre europee degli ultimi mesi.
Gli attacchi contro Life dopo il Timmermans-gate
Il programma Life ha cofinanziato migliaia di progetti dal 1992 e punta a garantire «una società civile sana e dinamica, anche sostenendone il funzionamento e il coinvolgimento nel processo decisionale». Il budget complessivo del programma ammonta in media a circa 778 milioni di euro all’anno, di cui circa 15,6 milioni vengono distribuiti annualmente alle ong.
Sebbene tale cifra rappresenti solo lo 0,006 per cento del bilancio annuale della Commissione, essa copre fino al 70 per cento delle sovvenzioni operative dell’Ue ricevute da 30 ong che si occupano di questioni ambientali.
Inoltre, un’analisi condotta da Ftm sui bilanci complessivi delle ong, così come dichiarati nel Registro per la Trasparenza dell’Ue, mostra che molte di queste organizzazioni si troverebbero ad affrontare serie difficoltà finanziarie senza questi fondi.
Nei suoi oltre trent’anni di attività, Life non aveva mai subito critiche sostanziali, finché la Commissione – sotto la pressione del Ppe – ha deciso, alla fine dello scorso anno, che le ong finanziate attraverso il programma non avrebbero più potuto utilizzare quei fondi per attività di advocacy o lobbying.
La campagna del Ppe contro Life è iniziata a gennaio, quando il tabloid olandese De Telegraafha pubblicato informazioni trapelate dalla commissione di controllo dei bilanci del Parlamento secondo cui la Commissione avrebbe finanziato direttamente ong attraverso Life con l’incarico esplicito di promuovere il Green Deal europeo.
A portare avanti gli attacchi contro Life sono stati in particolare tre europarlamentari popolari: l’eurodeputata tedesca e figura di spicco del partito Monika Hohlmeier e due colleghi olandesi, Dirk Gotink e Sander Smit.
Gotink ha scalato i ranghi del Ppe come addetto stampa di Manfred Weber, il presidente tedesco del partito, fresco di rielezione. Smit, invece, è stato assistente di un’eurodeputata olandese cristiano-democratica, ma è poi passato nelle fila del Movimento Agricoltori-Cittadini (Bbb), nato in seguito alle forti proteste degli agricoltori olandesi contro le politiche ambientali ed entrato poi anch’esso nel Partito popolare europeo.
Gotink ha accusato la Commissione di aver costituito grazie alle ong una sorta di «lobby ombra» per sostenere le sue politiche, mentre Hohlmeier ha affermato che nei contratti del programma Life con le ong figuravano istruzioni per «manipolare» il processo legislativo.
La vicenda è stata fin da subito cavalcata anche dagli eurodeputati italiani di Fratelli d’Italia e Lega, che fanno parte rispettivamente parte del gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei (Ecr) e di quello dei Patrioti per l’Europa (Pfe), entrambi più a destra del Ppe.
Il presunto scandalo è stato ben presto ribattezzato Green-gate o Timmermans-gate, dal nome di Frans Timmermans, politico olandese che nella passata legislatura europea era il vice presidente della Commissione con le deleghe al Green deal.
A gennaio, tutti gli europarlamentari di Fratelli d’Italia, insieme ad altre decine di colleghi tra cui alcuni della Lega, hanno presentato un’interrogazione parlamentare che chiedeva chiarimenti alla Commissione sui fondi Life. Tra i più attivi nel cavalcare la vicenda è stato il lecchese Pietro Fiocchi.
Al secondo mandato come europarlamentare, Fiocchi si era distinto in passato per l’opposizione a quelle che lui definisce «ecofollie», come per esempio il Regolamento imballaggi, e per aver invitato la giovane attivista per il clima Greta Thunberg a «tornare a scuola».
Oggi è uno dei vicepresidenti della Commissione ambiente dell’Europarlamento, dove dice di promuovere «politiche pragmatiche e prive di ideologie».
Le posizioni di Commissione e Corte dei conti Ue
A gettare benzina sul fuoco della polemica accesa dalle rivelazioni del Telegraaf sono stati anche gli interventi della Corte dei conti europea e della Commissione Ue, della quale però Timmermans non fa ormai più parte.
A fine gennaio, si è espresso Piotr Serafin, commissario polacco al Bilancio, indicato dal governo di Donald Tusk, anch’egli esponente del Ppe. Serafin ha dichiarato agli eurodeputati che era stato «inappropriato da parte di alcuni servizi della Commissione stipulare accordi che obbligavano le ong a fare lobbying presso i membri del Parlamento europeo in modo specifico».
A inizio aprile, è stata pubblicata una dichiarazione simile, che però non comprendeva più il termine «obbligare» usato da Serafin. In essa, la Commissione spiegava che, nell’ambito dei progetti finanziati da Life, vi erano stati alcuni casi in cui «i programmi di lavoro presentati dalle ong» «contenevano azioni di advocacy specifiche e attività di lobbying indebite».
La Commissione ha risposto ad alcune richieste di chiarimento inviate dai nostri partner di Ftm (ma lo ha fatto dopo la pubblicazione del loro articolo). Ha spiegato che la dicitura «azioni di advocacy (cioè la promozione attiva di una causa, ndr) specifiche» riguarda quelle azioni che possono comportare rischi di reputazione per l’Unione europea.
Inoltre, ha precisato che «non ci sono restrizioni alle attività delle ong che ricevono sovvenzioni operative Life e che agiscono sotto la propria responsabilità». «Tuttavia – prosegue la risposta – l’inclusione di attività o campagne eccessivamente dettagliate e mirate nei loro programmi di lavoro può comportare rischi di reputazione per la Commissione, se si rivolgono a specifici deputati e funzionari, nonché a politiche molto specifiche».
Nelle sue risposte, la Commissione non ha però chiarito un punto dirimente, cioè cosa intendesse con l’espressione «attività di lobbying indebite», la più forte usata nella sua dichiarazione.
Pochi giorni dopo, la Corte dei conti europea ha pubblicato le conclusioni di un’indagine durata un anno sui finanziamenti Ue per le ong, compresi quelli del programma Life.
L’audit – il processo di verifica – non ha trovato prove che alcuna ong avesse violato i valori dell’Unione, ma la funzionaria incaricata del rapporto, Laima Andrikienė, ha evidenziato una mancanza di trasparenza sia nell’erogazione sia nella rendicontazione dei fondi.
«Il quadro dei finanziamenti Ue alle ong rimane nebuloso, poiché le informazioni – incluse quelle sul lobbying – non sono né affidabili né trasparenti», ha affermato Andrikienė, ex eurodeputata del Ppe in più legislature.
Infine, a metà aprile, rispondendo all’interrogazione parlamentare dell’eurodeputato liberale olandese Gerben-Jan Gerbrandy, Serafin ha scritto che «la Commissione non ha dato istruzioni né ha richiesto alle organizzazioni non governative (ong) di esercitare pressioni sui membri del Parlamento europeo» e che le attività previste dai programmi di lavoro dei progetti Life «non sono imposte dalla Commissione».
La Commissione, prosegue il testo, non incarica le ong «di sostenere posizioni specifiche».
La risposta ha smentito, in particolare, le accuse fatte da Hohlmeier, ma nel frattempo ci sono stati ulteriori sviluppi.
La risoluzione bocciata e il futuro incerto
Alla fine di marzo, l’eurodeputato olandese del Ppe Sander Smit e Pietro Fiocchi di Fratelli d’Italia hanno presentato una risoluzione che chiedeva alla Commissione di interrompere l’assegnazione di fondi europei tramite il programma Life.
La mozione è stata votata dagli europarlamentari di tutti i partiti di destra, a eccezione di tre deputati del Ppe provenienti da Belgio, Grecia e Paesi Bassi, che hanno votato contro la linea del partito.
È stato un segnale visibile delle crescenti tensioni all’interno del partito di centrodestra, sempre più vicino alla destra radicale.
L’eurodeputata olandese Ingeborg ter Laak, una delle tre dissidenti del Ppe, ha dichiarato a Ftm di aver «tenuto il punto perché per me è essenziale continuare ad ascoltare la società civile, e per farlo servono risorse». «Se si mette a tacere una singola voce solo perché si pensa che non debba essere ascoltata, si mina la democrazia stessa», ha detto ter Laak, che fa parte dei Cristiani Democratici (Cda).
Con il Ppe e l’estrema destra uniti contro i finanziamenti e l’influenza della società civile, alcuni osservatori temono che la presidenza Trump rappresenti un inquietante anticipo di ciò che potrebbe presto accadere anche in Europa.
«Quello a cui stiamo assistendo è il risultato di una strategia deliberata, persistente e coordinata volta a delegittimare le organizzazioni della società civile», ha dichiarato Alemanno.
Le parole del professore di diritto dell’Ue sembrano confermate dai fatti delle ultime ore.
Mercoledì 7 maggio, infatti, il Parlamento ha votato per il discarico dell’esercizio finanziario 2023. Questo termine molto tecnico indica la procedura con con la quale si conclude definitivamente il lungo processo che coinvolge diverse istituzioni Ue e porta l’Eurocamera a dare la sua approvazione definitiva al bilancio annuale europeo.
È un momento nel quale i parlamentari si possono opporre anche a singoli aspetti del bilancio e le ong temevano che sarebbe stata un’altra occasione per attaccare Life. Così non è stato.
«Il Parlamento europeo non solo ha riaffermato la legalità del finanziamento delle ong, ma ha anche inviato un forte segnale che la difesa dell’interesse pubblico è una parte fondamentale della democrazia dell’Ue. Lo scandalo (il cosiddetto Timmermans-gate, ndr) è stato smascherato e i responsabili di questi attacchi vergognosi sono in minoranza», ha dichiarato Faustine Bas-Defossez dell’European Environmental Bureau.
La risposta del Partito popolare europeo è prontamente arrivata, in un comunicato intitolato “Porre fine alla segretezza dei finanziamenti alle ong”. «Il Gruppo Ppe spingerà per un’azione ulteriore e più incisiva», si legge. Le occasioni non mancheranno.
A Bruxelles, infatti, sono cominciati i lavori per il prossimo Quadro finanziario pluriennale, il bilancio settennale dell’intera Unione che prenderà il via nel 2028.
Questo voto, continua il comunicato Ppe, «è solo l’inizio di una lunga maratona».
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