I segreti di Imperiale, l’uomo che ha consegnato Scampia agli scissionisti

Dai primi traffici, alla faida del 2004-2005: 25 anni di carriera criminale di Raffaele Imperiale, ex primula rossa della camorra, latitante dal 2015

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Raffele Imperiale, broker della cocaina al servizio della camorra, ha deciso le sorti di una delle più cruente guerre di camorra: la faida di Scampia del 2004. Questa verità storica è stata taciuta fino al 2015, quando il giudice per le indagini preliminari Mario Morra ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare con la quale ordina la carcerazione e il sequestro dei beni di Raffaele Imperiale. Il broker è stato abile a sfuggire all’attenzione degli inquirenti per oltre vent’anni. E a darsi alla fuga da quel momento fino all’estate del 2021. Quell’ordinanza copre un lasso temporale che va dai primi anni Novanta alla metà dei Duemila, tempo nel quale il futuro superlatitante è passato dall’essere un anonimo venditore ambulante di acque minerali al vestire i panni del più grande trafficante di cocaina della mafia campana.

Prima di lui, e per tutti gli anni Novanta, i Di Lauro hanno dominato incontrastati nel settore del traffico di droga nell’area nord di Napoli, i quartieri di Scampia e Secondigliano, la “piazza di spaccio più grande d’Europa”, come riportano gli storici del narcotraffico. Metanfetamine, marijuana e cocaina fruttavano a uno dei più potenti clan camorristici miliardi di lire ogni anno, prima, e milioni di euro, poi. Il giro d’affari era tale che non solo ai Di Lauro ma anche alle numerose famiglie alleate, e a loro subalterne, erano garantiti introiti astronomici. Tra queste, gli Amato, considerati gruppo di spicco dell’alleanza, e i Pagano, a questi ultimi imparentati e che contavano su legami particolarmente solidi con grossi trafficanti in Sud America, Olanda e Spagna.

Una condizione imprescindibile era però alla base di questo ricco quanto fragile equilibrio: il flusso di droga doveva rimanere invariato, indirizzato alla cosca allora guidata da Paolo Di Lauro, detto Ciruzzo ‘o milionario, così da garantire al boss la supremazia verso gli altri temibili clan. Sarà un giovane e ambizioso ragazzo originario di Castellamare di Stabia a far saltare il banco e a sovvertire gli equilibri dell’underworld criminale in tutta la Campania.

Dal coffee shop alla cocaina

Mentre i Di Lauro dettano legge a Scampia e oltre, un giovanissimo Raffaele Imperiale neanche ventenne si trasferisce ad Amsterdam nei primi anni ‘90 per subentrare al fratello deceduto nella gestione di un coffee shop nella capitale olandese. È qui che conosce Raffaele Amato, membro di spicco dell’omonima famiglia e come molte altre affiliata ai Di Lauro.

Tra i due nasce ben presto un’intesa professionale e insieme avviano un primo canale di traffico tra l’Olanda e il capoluogo campano. Ecstasy, prima, disponibile in grandi quantità nel Paese che in quegli anni è tra i principali produttori in Europa. Ma anche marijuana, «nell’ordine di 60-80 chili al mese», ammetterà lo stesso Imperiale quasi vent’anni più tardi. Il flusso è continuo, agevolato anche dalle capacità imprenditoriali di Imperiale il quale nel frattempo in terra olandese aveva avviato un’attività di import-export di prodotti floreali come copertura di facciata.

L’Olanda offre numerose opportunità. Da un lato, il porto di Rotterdam e quello non lontano di Anversa in Belgio erano e sono i principali attracchi europei della cocaina in arrivo dal Sud America; dall’altro, in quanto porta d’ingresso della polvere bianca in Europa, in Benelux gravitano tra i più importanti trafficanti europei e sudamericani che, se sfruttati al meglio, consentono di mettere in piedi una propria linea di approvvigionamento, scalzando onerosi intermediari. Raffaele Imperiale coglie questa opportunità e ben presto all’amico Amato è in grado di garantire i primi redditizi carichi di cocaina. La logistica è la stessa: insospettabili camion dalle insegne floreali percorrono ogni mese la tratta Amsterdam-Napoli, ciascuno con a bordo 200-300 chili di cocaina proveniente dalla Colombia.

Il clan Amato, allora alleato con quello dei Pagano, grazie a Imperiale è in grado di mettere in piedi un mercato parallelo all’insaputa del potente clan dei Di Lauro. Tutti dettagli messi nero su bianco in quell’ordinanza del 2015, dieci anni dopo dai fatti descritti, grazie alla collaborazione di una dozzina di collaboratori di giustizia.

Nuovi boss e nuovi equilibri: la faida di Scampia

Intanto, nei primi anni Duemila a Paolo Di Lauro subentrano i figli Cosimo, Ciro e Marco. I giovani boss avviano una campagna di repulisti, sostituendo vecchi capi-piazza con nuove leve. È il preludio alla guerra intestina che scoppierà da lì a poco. Dalla Spagna era rientrato infatti Raffaele Amato, fedelissimo dell’ex capoclan, eppure messo da parte come tanti altri dirigenti del clan. Intorno ad Amato si raggruppano così gli “scissionisti”, detti altrimenti “gli spagnoli”.

Il distacco tra i Di Lauro e gli Amato-Pagano è lento ma progressivo. Inevitabile è infine la rottura, guidata dalle ambizioni di indipendenza di Raffaele Amato e alimentata dagli imponenti traffici gestiti da Imperiale, che si schiera insieme agli “scissionisti”. La faida di Scampia deflagra nel 2004. Tra affiliati, fiancheggiatori e persone innocenti, lo scontro a fuoco ha causato almeno 70 morti in poco più di un anno. Ne scoppierà una seconda nel 2010, ed infine una terza nel 2012 tra gli stessi clan scissionisti.

Alla prima faida Raffaele Imperiale non rappresentava soltanto «la principale fonte economica degli Amato-Pagano» ma anche un fornitore di uomini e armi. Secondo i pentiti dell’epoca, infatti, «fu proprio lui [Imperiale, nda] nel 2004 a rifornire di armi gli Amato-Pagano quando scoppiò la faida».

Imperiale è imprescindibile per le ambizioni degli Amato, al punto che «il gruppo è nato e si è sviluppato grazie al suo decisivo contributo», scrivevano i pm. Tradotto: senza Raffaele Imperiale gli “scissionisti” non avrebbero mai avuto la forza sufficiente per affrontare la guerra con i Di Lauro. Guerra dalla quale, almeno in un prima fase, usciranno vincitori.

Attilio Repetti: la finanza, la Fiorentina e il Rotary Club di Genova

Alla base dello strapotere esercitato da Raffaele Imperiale non possono che esserci i soldi che i suoi traffici generavano. Gli inquirenti, grazie a intercettazioni ambientali, sequestri e alle dichiarazioni di pentiti dell’epoca, stimavano in 16-17 milioni di euro il fatturato annuo generato dal traffico di cocaina. Tutto messo nero su bianco nell’ordine di custodia cautelare datato 2015 che gettava la prima, e a oggi unica, luce sulla rete messa in piedi da Imperiale.

Un solo carico andato a buon fine poteva fruttare 5-6 milioni di euro di profitto, sufficiente a saturare il mercato per circa sei mesi. «Se i fornitori [di Imperiale, nda] acquistavano dal Sud America erano di un quantitativo non inferiore ai 1.000 chili», ha dichiarato un collaboratore. In questi casi il prezzo al chilo era particolarmente allettante, inferiore ai 20.000 euro, a cui veniva applicata una maggiorazione nella vendita al dettaglio sulla piazza napoletana che raggiungeva i 35.000 euro al chilo. Se invece lo stupefacente transitava per la Spagna, il prezzo di acquisto era più alto: 25.000 euro al chilogrammo.

Il traffico internazionale di stupefacenti riconducibile a Imperiale era «in grado di determinare introiti impressionanti» – scrivevano gli inquirenti – la cui rete rappresentava il livello più alto della catena di importazione e che occupava «una posizione quasi monopolistica per l’importazione della cocaina nella provincia di Napoli e, dunque, della Campania».

Ma come reimpiegare somme tanto elevate? Come investire gli introiti in maniera – almeno in parvenza – lecita? Per farlo, si affidava ad Attilio Repetti. Originario di Genova, con un trascorso in Ferrovie Nord Torino nonché una breve parentesi nel Cda della Fiorentina, membro del Rotary genovese, Repetti era considerato un “finanziere d’assalto” in Liguria.

Le strade tra il broker ligure e la camorra si erano incrociate già nei primi anni ‘90 quando un’indagine della Direzione investigativa antimafia di Genova portò all’arresto di 36 persone, accusate di riciclare denaro attraverso «l’acquisizione di attività imprenditoriali e l’acquisto di partecipazioni in società per azioni, di beni immobili, di attività turistiche e di pubblici servizi», scriveva La Stampa. Era il 1993 e la camorra dimostrava già di saper sfruttare al meglio i colletti bianchi e la finanza internazionale per riciclare i propri proventi. Tra gli arrestati in quell’operazione, battezzata Mare Verde, figuravano infatti, tra gli altri, due ex direttori del Banco di Napoli in Liguria.

Repetti fu accusato di un tentativo poi fallito di riciclare i soldi per gli allora boss Michele Zaza e Carmine Alfieri attraverso la finanziaria Finligure di cui era presidente. Allora era stato assolto pienamente, ma nel 2016 lo hanno arrestato a Genova con l’accusa di aver riciclato il denaro sporco di Raffaele Imperiale e del clan Amato-Pagano.

Secondo l’accusa, il broker avrebbe progettato un sofisticato sistema con il quale il contante, che a lungo Imperiale aveva tenuto al sicuro in Olanda, sarebbe transitato verso una società appositamente creata sull’Isola di Man e di cui Repetti, per conto di Imperiale, era il legale rappresentante. Dal paradiso fiscale sull’isola tra Irlanda del Nord e Regno Unito, il denaro avrebbe dovuto essere trasferito in una società di diritto spagnolo intestata alla madre di Imperiale. Per aggirare gli eventuali problemi con il fisco iberico che avrebbe segnalato l’arrivo di fondi da un noto paradiso fiscale, Repetti in una mail suggeriva di registrare una società a Londra da dove bypassare il denaro diretto in Spagna.

Qui, sarebbe stato utilizzato in due modi: per aumentare il capitale sociale della società spagnola e per acquistare beni mobili e immobili. Durante le indagini, gli inquirenti avevano contato almeno 15 appartamenti, 10 ville, 17 box auto a Madrid e dintorni, e un’imbarcazione, riconducibili a Imperiale. Il coinvolgimento di Repetti era giudicato dai pm della procura di Napoli come un «quadro indiziario gravissimo».

Raggiunto telefonicamente da IrpiMedia, il legale di Repetti, l’avvocato Giovanni Ricco, ha preferito non rilasciare dichiarazioni.

Gli investimenti immobiliari del duo Imperiale-Repetti coinvolgevano anche Dubai. L’emirato era stato scelto da Imperiale quale sede per l’apertura di un’altra società (tra i cui soci, quasi per scherno, figurava “Rafael Empire Zara” laddove quest’ultimo era il cognome della madre) con cui, nelle intenzioni e a riprova delle disponibilità economiche del broker campano, intendeva avviare la costruzione di dieci ville dal valore di 20 milioni di dollari ciascuna. Quella società sarebbe poi servita come schermo per i futuri investimenti mentre Dubai, a partire almeno dal Natale del 2013, sarebbe diventato il nascondiglio dorato di Imperiale per il resto della sua latitanza, terminata con l’arresto della scorsa estate.

Si è chiusa infatti il 4 agosto la carriera criminale di quello che è forse stato il broker più rilevante nella storia della camorra, capace di determinarne la storia per quasi un quarto di secolo. Tanto quanto la durata della sua latitanza. Significativo della sua abilità è che in quel lasso di tempo, a suo carico, risulti ad oggi soltanto quell’ordinanza del 2015 firmata dal gip di Napoli. In quelle pagine, quasi a concedere un inconfessabile onore delle armi, si legge: «L’assenza di precedenti penali da parte di Imperiale Raffaele […] è un dato che appare persino beffardo».