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Centinaia di ex studentesse e studenti dei dieci master di giornalismo italiani rivelano come sessismo e molestie sessuali siano ancora fin troppo frequenti in classe e negli stage
«Voi con queste gonnelline mi provocate». Un formatore della Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia si rivolgeva così alle sue alunne durante le lezioni. Un’esternazione che ha lasciato le studentesse senza parole. L’insegnante andava anche oltre: Giuditta (pseudonimo di un’iscritta al master che, come le altre di questa inchiesta, ha scelto l’anonimato per timore di ripercussioni sulla sua futura carriera) ha raccontato che da parte dell’uomo c’era una «costante ricerca di contatto fisico» con «abbracci non richiesti», «carezzine», «pacche sulle spalle e sulla schiena» e «ammiccamenti».
In Breve
Nel corso di un’inchiesta lunga otto mesi abbiamo raccolto testimonianze di molestie e discriminazioni da 239 studentesse e studenti, relative agli ultimi 10 anni di corsi
Un terzo delle studentesse ha raccontato di aver subito discriminazioni, molestie verbali e sessuali in classe e negli stage
Di fronte a questo dato, estremamente preoccupante, abbiamo scelto di portare le testimonianze di fronte alle stesse scuole, ordini regionali e ordine nazionale
In seguito ai confronti, i master e gli ordini si sono impegnati a migliorare la situazione
Questo lavoro continua oltre l’inchiesta. Nel testo troverete anche un vademecum su come riconoscere la violenza nei luoghi di formazione e un questionario aperto a studentesse e giornaliste
A ciò si aggiungevano inviti fuori dalla scuola, con il pretesto di un caffè o di una cena, diretti a una o più alunne. Una serie di comportamenti che hanno lasciato Giuditta sdegnata. Sebastiano, un compagno di classe della giovane, ha aggiunto: «C’erano dei momenti in cui l’insegnante si avvicinava alle allieve mettendogli la mano sui fianchi e sulle spalle». Le avances indesiderate sono state talmente insistenti da venire notate da parte della classe che le ha riferite alla scuola. Nella replica – si può leggere per intero qui – l’istituzione ha confermato di essere stata informata dei fatti, reputati «gravi», dagli alunni e di avere preso provvedimenti contro il formatore, mandandolo via e proponendo alle studentesse coinvolte azioni legali, se avessero voluto.
Questa inchiesta nasce da tre segnalazioni iniziali di discriminazioni di genere e molestie sessuali che abbiamo ricevuto durante conversazioni informali con studenti di giornalismo e redattrici. Dato che le redazioni di giornali, radio e televisioni sono tra i luoghi di lavoro col più alto tasso di molestie sessuali e sessismo, secondo diverse ricerche internazionali (da un sondaggio dell’International Women’s Media Foundation, quasi due giornaliste su tre hanno dichiarato di aver subito molestie durante la loro carriera), è particolarmente grave che questi fatti possano avvenire già nella fase della formazione, quando la sperequazione di potere tra formatori e alunne è particolarmente accentuata. Abbiamo deciso di approfondire la situazione, per offrire uno spaccato sulla realtà.
L’unica ricerca nazionale a disposizione sul tema è stata pubblicata nel 2019 dalla Federazione nazionale della stampa (Fnsi) e ha rilevato che, tra le giornaliste assunte in redazione, l’85% ha dichiarato di avere subito molestie sessuali almeno una volta nel corso della vita professionale. Quasi il 3% ha subito uno stupro mentre l’8% una tentata violenza sessuale.
Per capire che cosa si intende per molestia, è opportuno ricordare la definizione di Catharine MacKinnon, avvocata statunitense che ha influenzato profondamente la legislazione americana e non solo. La molestia, ha scritto MacKinnon in Sexual Harassment of Working Women (Yale University Press, 1979), è «l’imposizione indesiderata di comportamenti sessuali nel contesto di una relazione di potere ineguale». Per la giurista, è una forma di violenza che nasce dalla volontà di escludere le donne dal contesto pubblico.
Le studentesse delle scuole italiane, da Nord a Sud, hanno spiegato di essere state vessate, umiliate e molestate: qui di seguito alcuni esempi di casi che vengono approfonditi nelle schede.
Alla Scuola di giornalismo dello Iulm decine di testimonianze su una persona della formazione, definita «laida» e «profondamente maschilista» che chiedeva alle studentesse di cambiare taglio di capelli, sottoporsi a un certo tipo di manicure e truccarsi per andare in video. La sua ossessione per l’estetica era tale che c’è chi si è sentita dire, durante le selezioni, che «avrebbe potuto sceglierci solo guardandoci in faccia, senza farci aprire bocca». Inoltre le giovani non erano considerate in grado di occuparsi di temi importanti come mafia ed esteri. C’erano poi invasioni nella sfera privata con domande sui fidanzati e richieste di aggiornamento sulle relazioni sentimentali, sfociate anche in un invito a cena.
Sono 10 i master di giornalismo in Italia riconosciuti dall’Ordine nazionale. Tre a Milano, due a Roma, uno a Torino, Bologna, Urbino, Perugia e Bari.
Il nostro campione di indagine si basa su interviste condotte a 239 studentesse e studenti e quattro fonti interne ai dieci master di giornalismo.
La metà delle persone sentite ha riferito di aver assistito o saputo di molestie sessuali e verbali, tentate violenze sessuali, atti persecutori, stalking, ricatti e discriminazioni di genere.
Circa un terzo delle alunne ha descritto nel dettaglio, con nomi e cognomi, gli abusi subiti attraverso racconti, screenshot, email, documenti e video.
Tra le persone che abbiamo sentito, nessuna ha sporto denuncia.
Sempre a Milano, secondo le testimonianze, al master della Cattolica, nel corso di una lezione, un formatore, alla richiesta di una studentessa di alzare un po’ la voce perché in fondo all’aula non si sentiva bene, le ha chiesto al microfono: «Ah, ma come non mi sente dentro?». Lei non ha reagito e lui ha continuato a incalzarla davanti a tutta la classe.
Alla “Walter Tobagi”, durante una cena collettiva in un ristorante, alla presenza di studentesse, studenti e professori (una quarantina in tutto), ci hanno raccontato di come un formatore del master si sia seduto vicino a un’alunna, che indossava una gonna, avvicinandosi al suo viso, parlandole sempre più da vicino ed è arrivato «ad allungare le mani sulla sua coscia». Un’altra allieva, che ha assistito alla scena, ha definito la tentata violenza sessuale «molto disturbante».
C’era pure una situazione di sessismo tra pari: ci hanno riportato come in un biennio gli studenti avessero una chat solo per maschi nella quale commentavano in modo sessualmente esplicito le colleghe e «descrivevano come se le sarebbero scopate».
A Bologna, una praticante ha raccontato di aver ricevuto messaggi da un formatore, che sono diventati sempre più espliciti fino a dettagliati resoconti delle sue pregresse esperienze sessuali. L’ha invitata a un evento apparentemente al solo scopo – ha riferito l’ex-studentessa – di cercare di convincerla a salire nella sua stanza. La giovane è rimasta traumatizzata, non ha voluto lavorare con nuovi colleghi, nei mesi successivi, per paura di venire molestata e ha dovuto intraprendere una psicoterapia.
Nella stessa scuola, un gruppo di studentesse aveva deciso di aderire allo sciopero dell’8 marzo in occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne con un comunicato da pubblicare sulla testata scolastica, ma sono state minacciate di querela da un formatore. Ne è seguita una discussione interna, con i docenti coinvolti, ma il testo non è mai diventato pubblico.
Al master “Giorgio Bocca” di Torino una studentessa ha riportato di aver ricevuto avances da un formatore che aveva già importunato anni prima un’altra giovane. Un insegnante, invece, ha perso le staffe quando un’alunna a lezione, parlando di un femminicidio che ha avuto molto risalto mediatico, ha chiamato in causa la responsabilità collettiva maschile. La scuola, informata del fatto, è intervenuta, difendendola.
Al master di giornalismo della Luiss un formatore ha molestato un’alunna su Whatsapp, diventando sempre più insistente e scrivendole, senza che lei avesse dimostrato consenso: «Ti voglio, vieni a casa mia stasera». E ancora: «Ho bisogno di sentire la tua voce, quando l’ho sentita la prima volta mi sono eccitato». A una sua amica è andata peggio: una sera, durante un concerto, il formatore ha incontrato per caso la ragazza e, dopo averle detto «so che anche tu mi vuoi» le ha preso la testa fra le mani e ha tentato di baciarla. Lei lo ha respinto decisa.
Del primo fatto è stata informata la scuola che ha subito preso provvedimenti. Il direttore Gianni Riotta ha detto: «La persona che si è resa responsabile di quanto accaduto non ha mai più messo piede alla Luiss».
Le dieci scuole di giornalismo chiamate in causa, così come gli ordini regionali di riferimento, hanno accettato le nostre richieste di confronto. Oltre a Perugia e alla Luiss, anche Torino e Tobagi hanno confermato di avere ricevuto segnalazioni di episodi di molestie e sessismo negli ultimi dieci anni e di avere preso provvedimenti. Luiss e Tobagi ci hanno invitate a presentare l’inchiesta alle studentesse e agli studenti del biennio in corso.
Tutte le scuole hanno affermato di non essere intervenute per i casi che non conoscevano, perché non gli sono stati comunicati in alcun modo, ma di essere sorprese e dispiaciute rispetto alle testimonianze che abbiamo riportato. Hanno sottolineato che si impegneranno per monitorare la situazione e lavorare sulla prevenzione. Una posizione simile a quelle dei rettori e delle rettrici degli atenei coinvolti.
Gli ordini regionali hanno sottolineato di avere possibilità di manovra limitate, ma nonostante ciò si sono impegnati ad affrontare la questione con le scuole cercando possibilità di intervento.
Il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, ha affermato di non avere mai ricevuto, neppure in via informale, alcuna segnalazione in merito. Se gli fossero giunte notizie in tal senso assicura che «sarebbe stata immediatamente avvertita la Procura interessata». Infatti, sostiene che per casi simili non ci possono essere mezze misure. «Si tratta di comportamenti, se accertati, gravissimi. Chi ha notizia, a qualunque titolo, di fatti del genere non deve indugiare neppure un istante. Deve denunciare tutto e subito». Ha aggiunto che «il Consiglio nazionale dell’Ordine è impegnato a combattere senza alcuna esitazione, molestie, violenze e comportamenti simili non solo nelle scuole, ma anche sui luoghi di lavoro e, in generale, in qualsiasi contesto».
Rispetto alle azioni per prevenire la violenza di genere, Bartoli afferma che «le scuole di giornalismo sono strutture totalmente in capo alle università che le organizzano. All’Ordine compete solo la vigilanza sulle materie insegnate e la verifica dei requisiti dei docenti. Non siamo noi a scegliere i docenti e i tutor. Sono certo che i rettori e i direttori delle scuole abbiano la massima sensibilità riguardo a temi così delicati. In caso contrario avremmo provveduto a rescindere immediatamente la convenzione. In ogni caso, ho provveduto a inviare una lettera ai rettori, ai direttori dei master e ai presidenti degli Ordini regionali interessati».
Patrizia Romito, psicologa sociale, docente in pensione all’Università di Trieste e autrice di numerose ricerche e testi sulla violenza di genere, tra i quali Le molestie sessuali. Riconoscerle, combatterle, prevenirle (Carocci, 2019), non è rimasta stupita dello spaccato emerso dalla nostra inchiesta. Ha commentato che, nonostante negli ultimi trent’anni ci sia stato un cambiamento a livello normativo e di consapevolezza, restano numerosi gli uomini che, «appena sono in una posizione di potere, la usano per appropriarsi del corpo delle donne in varie maniere, ma anche per umiliarle, tenerle sotto controllo e impedire loro di vivere, di fare carriera, di lavorare».
Chiara Volpato, ordinaria di Psicologia sociale all’Università degli Milano-Bicocca, autrice di pubblicazioni come Deumanizzazione. Come si legittima la violenza (2011) e Psicosociologia del maschilismo (2013), entrambi per Laterza, ha spiegato che «il settore della stampa, soprattutto la televisione, tradizionalmente è stato maschile. A un certo punto le donne hanno cominciato ad essere più visibili e probabilmente gli uomini sentono la minaccia femminile: prima erano loro i padroni e poi sono apparse le donne, sempre più competitive. Penso che questo sia uno dei fattori correlati alle molestie che servono soprattutto per dire alle donne di stare al proprio posto, in secondo piano». Il fatto che le molestie accadano a chi si sta affacciando alla professione, per Volpato, è ancora più grave, perché si tratta di persone ancora giovani, con «meno armi di difesa». Se poi, in certi casi, «non c’è solidarietà da parte dei colleghi, le studentesse si ritrovano a essere sole e quindi diventano veramente vittime o comunque molto ricattabili».
Le conseguenze delle molestie possono essere diverse, dipende dall’entità, ha aggiunto Volpato. «Con le nostre ricerche abbiamo visto che le donne, dopo le molestie, vivono male il proprio uscire nel mondo, e quindi hanno ripercussioni sulla loro autonomia. Inoltre si rileva un aumento dello stress, ci si sente in colpa per come si era vestite, per come si è reagito. E poi ci sono disagi molto più profondi: chi non dorme più, chi deve andare in terapia, chi ha una vera e propria depressione, chi pensa al suicidio. Ciò accade con offese apparentemente minori, che però non vengono elaborate».
Le segnalazioni di molestie che abbiamo raccolto non si riferiscono soltanto alle ore trascorse dentro le scuole, ma anche in quelle degli stage.
A Urbino, un’alunna ha detto di avere incontrato un redattore, durante lo stage, che da subito le ha inviato messaggi commentando il suo aspetto. Lei rifiutava le sue avances: lui si offriva di accompagnarla a casa dopo il lavoro fino ad arrivare a prospettare un contatto fisico. Le ha chiesto: «Non ti piaccio o non ti interessa il sesso?» Alcuni colleghi della redazione le hanno confermato che si era già comportato così in precedenza. Un’altra studentessa ha raccontato di essere stata molestata nel corso di uno stage da due caposervizio di due aree diverse.
A Bari, invece, una studentessa, in occasione di una attività organizzata dalla scuola, si è vista avvicinare un formatore invitato dalla scuola che le ha chiesto se fosse fidanzata. Quando lei ha risposto in modo affermativo, lui le ha chiesto: «Ah, e il tuo ragazzo ti lascia andare in giro così?». Poi ha iniziato a indicare la sua scollatura e a toccarle i capelli lunghi, che lei cercava di spostare per coprirsi, dicendo: «No, no, fai vedere».
Serena Bersani, presidente dell’associazione Giulia giornaliste e consigliera dell’Ordine dell’Emilia Romagna, messa al corrente del risultato della nostra inchiesta ha spiegato che, con le colleghe, sta prendendo i nostri risultati molto sul serio.
«Purtroppo non sono stupita di ciò che avete scoperto perché nelle redazioni situazioni come quelle che descrivete sono frequenti. Sicuramente sono molto dispiaciuta e credo sia necessario intraprendere una serie di azioni perché fatti del genere non avvengano più e non restino impuniti».
Secondo Bersani aumentare la presenza della componente femminile tra i formatori non soltanto favorirebbe un pluralismo di prospettive, inclusa quella di genere, ma aiuterebbe a ridurre i casi di molestie e discriminazioni. Le formatrici donne ci sono e sono disponibili, sottolinea, spiegando che una decina di anni fa lei stessa ha accolto con favore la creazione, in Emilia Romagna, di un albo a disposizione del consiglio e del master contenente anche un elenco di giornaliste donne formate e competenti.
«Purtroppo l’iniziativa è stata ignorata e ad oggi non ha dato gli esiti sperati perché, nonostante il Consiglio dell’Ordine proponga sempre tre giornalisti esperti nella materia ricercata dal master, compresa almeno una donna, le docenti scelte alla fine sono pochissime e in diverse scuole c’è poco ricambio. Io invece credo che docenti, tutor e speaker dovrebbero essere cambiati ogni due anni».
Con altri colleghi, Bersani assicura che proporrà all’Ordine nazionale di vigilare perché gli incarichi nelle scuole di giornalismo di tutta Italia vengano d’ora in avanti assegnati in un’ottica di parità di genere.
Questa inchiesta per noi è un inizio: speriamo che possa servire, anche tramite il vademecum redatto dall’avvocata penalista Virginia Dascanio, ad aumentare la consapevolezza generale, a fare in modo che chi subisce oppure ha subito molestie o discriminazioni di genere non si senta più sola e sappia che sia nelle scuole sia negli Ordini si possono trovare percorsi con persone di supporto.
Sappiamo che lo spaccato che abbiamo fornito rispetto alle scuole di giornalismo è simile a situazioni che si possono trovare nelle redazioni. Per questo motivo abbiamo creato un questionario anonimo, aperto sia alle studentesse sia alle giornaliste freelance e a quelle assunte, che può essere diffuso e compilato.
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