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In Iraq i giacimenti di petrolio estraggono il greggio utilizzando l'acqua dirottata dai fiumi. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, i loro profitti si sono moltiplicati. Ma a Basra mancano acqua e elettricità
Basra, Iraq. Quando nel 1990 Saddam Hussein prosciugò gran parte delle paludi mesopotamiche per punire i ribelli nascosti tra i canneti che si opponevano al suo regime, Mahdi Mutir prese i suoi pochi averi, le reti e la piccola barca e fuggì verso le paludi di Hammar, a nord est di Basra, dove pensava di poter continuare a vivere grazie alla pesca. Le paludi di Hammar sono un grande complesso di zone umide nel sud-est dell’Iraq e fanno parte delle paludi mesopotamiche, originate dal sistema fluviale del Tigri ed Eufrate.
Questi antichi fiumi nascono dalle sorgenti innevate dei monti del Tauro nella Turchia sud orientale, attraversano valli e gole verso gli altipiani della Siria e dell’Iraq settentrionale e poi scendono paralleli verso la pianura alluvionale dell’Iraq centrale. Come le arterie dell’apparato circolatorio, i fiumi, raggiunti da altri affluenti, scivolano verso sud e si uniscono ad Al-Qurnah per formare il maestoso Shatt al-Arab, un fiume che viaggia per duecento chilometri prima di sfociare nel Golfo Persico.
In Breve
L’Iraq è il quinto paese al mondo più vulnerabile alla crisi climatica e alla scarsità d’acqua
È anche uno dei principali esportatori globali di petrolio e il secondo per riserve petrolifere dell’Opec
Dal 2003, i giacimenti sono gestiti dalle compagnie petrolifere straniere (Eni, Bp, Exxon Mobile, etc) che estraggono il petrolio utilizzando l’acqua, dirottata attraverso canali e tubature dai fiumi Tigri ed Eufrate
Dallo scoppio della guerra in Ucraina, le esportazioni di petrolio dall’Iraq verso l’Europa sono aumentate e i profitti delle compagnie energetiche si sono moltiplicati
Ma a Basra, nel Sud dell’Iraq, i casi di cancro sono in aumento mentre mancano l’acqua potabile e l’energia elettrica. A pagare il prezzo del disastro ambientale sono le comunità locali
Secondo IrpiMedia sono almeno 8000 i casi di cancro all’anno a Basra (contro i 2000 riportati dalle autorità)
Per millenni, la vita degli abitanti delle paludi è stata strettamente legata al Tigri, all’Eufrate e alle zone umide che stagionalmente venivano sommerse dalle inondazioni dei fiumi. Grazie all’acqua e ai canali, si trasportavano merci, si navigava da una regione all’altra, si coltivava e si viveva di pesca, in un rapporto simbiotico con l’ambiente circostante. Così ha vissuto anche Mutir.
Ogni giorno, alle due di pomeriggio, usciva da casa per andare a gettare le reti con la tradizionale mashuf, una canoa in legno, lunga e stretta, utilizzata come mezzo di trasporto principale dai pescatori di questa zona per navigare canali e paludi. Aspettava il calare del sole e il giorno seguente, alle prime luci dell’alba, le andava a raccogliere. Dei pesci catturati riusciva a guadagnare circa 17.000 dinari al giorno, circa tre euro, una cifra esigua ma sufficiente per mantenere la sua famiglia.
Dall’inizio del 2022, per Mutir e gli abitanti della zona tutto è cambiato. La sua barca è ferma lungo un rivolo d’acqua circondato da una spianata di fanghiglia. È un pomeriggio di fine gennaio quando lo incontriamo. Le piogge stagionali avrebbero dovuto riempire i canali e le paludi ma qui non ci sono né acqua, né pesci. «Compagnia italiana. Compagnia italiana», ripete agitato, mentre indica la direzione dell’impianto, a pochi chilometri di distanza. «Eni ci ha portato via l’acqua».
Mutir è un uomo semplice, lo sguardo mite e un sorriso accogliente. Accetta di accompagnarci nel luogo che chiama “l’impianto”. Dopo aver attraversato un check-point, la struttura in costruzione, circondata da mura di cemento armato e torrette di controllo su tutto il perimetro, appare alla vista. All’ingresso sventola una bandiera gialla sbrindellata con il cane a sei zampe, simbolo della compagnia energetica italiana Eni. Di fronte, lungo l’argine di un canale è stata costruita una diga per dirottare l’acqua in un bacino di raccolta di recente costruzione. E sarebbe proprio la diga a impedire l’allagamento delle paludi circostanti. «Prima che costruissero questa diga, avevamo l’acqua», spiega Mutir, «per adesso non sono ancora operativi, ma useranno l’acqua per estrarre petrolio».
La diga e l’impianto in costruzione visitati da IrpiMedia fanno parte di un progetto che Eni sta realizzando attraverso il contrattista locale Iraq General Company for Execution of Irrigation Projects (IGC). Si tratta di un impianto destinato alla fornitura di acqua necessaria all’estrazione di petrolio nel giacimento di Zubair. Il giacimento è uno dei più grandi in Iraq ed è sfruttato dalla multinazionale italiana Eni dal 2010 con un “contratto di servizio tecnico”. Il contratto prevede lo sviluppo del giacimento, con un target di produzione di 700.000 barili di petrolio al giorno.
I maggiori produttori di petrolio
I cinque maggiori produttori di petrolio dal 1980 a oggi, per milioni di barili al giorno
L’Iraq è il secondo produttore dell’Opec, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e detiene la quinta più grande riserva di greggio comprovata al mondo con circa 145 miliardi di barili. Dall’inizio della guerra in Ucraina e il conseguente aumento di prezzi di gas e petrolio, l’Iraq ha aumentato il valore delle esportazioni di petrolio del 9%, ottenendo entrate per 115,5 miliardi di dollari nel 2022. Al tempo stesso, l’Iraq è considerato dalle Nazioni Unite il quinto Paese al mondo più vulnerabile alla crisi climatica e idrica.
L’aumento delle temperature, le piogge sempre più irregolari, la costruzione di dighe a monte in Turchia e in Iran e metodi di irrigazione obsoleti hanno causato nell’ultimo decennio una drastica riduzione nella portata dei fiumi Tigri ed Eufrate. Ma la situazione già grave per il concorso di diverse cause è resa critica dall’industria del petrolio. Per estrarre il greggio, infatti, le compagnie che operano in Iraq utilizzano la tecnica dell’iniezione d’acqua. In media, per ogni barile di petrolio estratto servono da un barile e mezzo fino a tre barili d’acqua.
L’estrazione di petrolio mediante l’iniezione di acqua è una tecnica standard, in uso dagli anni ‘50. C’è spesso già acqua nei pozzi mista al petrolio, e in parte si usa proprio quest’acqua, che viene normalmente estratta dal giacimento insieme al petrolio. Ma non basta, occorre aggiungerne da altre fonti, da bacini, falde o dal mare. L’Arabia Saudita, ad esempio, ha costruito un impianto di desalinizzazione già alla fine degli anni ‘70 e utilizza l’acqua del golfo Persico per rifornire i pozzi.
In Iraq non è così: in mancanza di investimenti e infrastrutture, l’acqua si prende dai fiumi, sottraendola ad altri usi. I giacimenti intorno a Basra, dove si estraggono due terzi del petrolio iracheno, consumano ogni giorno una quantità di acqua pari al 25% di tutta l’acqua utilizzata nel governatorato di Basra.
Alle richieste di chiarimento da parte di IrpiMedia, Eni fa sapere che «non c’è nessun utilizzo di acqua dolce», e che in generale «Eni Iraq ha sviluppato un Piano di Gestione delle Risorse Idriche (Water Management Plan) che fornisce l’indirizzo per minimizzare l’uso della risorsa idrica, in particolare di acqua dolce, secondo i drivers dell’efficienza operativa e del riutilizzo».
L’impianto di Al Khora, la cui costruzione terminerà nel 2025, spiega sempre Eni a IrpiMedia, «preleverà l’acqua dal canale Main Outfall Drain (MOD). L’MOD è un canale che raccoglie l’acqua salmastra e contaminata risultante dal drenaggio delle acque di irrigazione, che dopo alcuni chilometri sfocia nel Golfo Persico ad ovest dello Shatt el Arab».
Attualmente in ogni caso, un terzo dell’acqua utilizzata per le iniezioni a Zubair (pari a circa 156.000 barili al giorno) «è fornita dal consorzio ROO attraverso un canale di raccolta acque superficiali salmastre denominato Qarmat Ali».
Il confronto tra le due immagini satellitari nei pressi dell’impianto di Al-Khora mostra il prosciugamento delle paludi tra il gennaio 2020 e il gennaio 2022, per effetto della costruzione di un impianto di raccolta dell’acqua (visibile in alto a sinistra nell’immagine del 2022)
Come Zubair, la maggior parte dei giacimenti del Sud dell’Iraq, infatti, si rifornisce di acqua proprio grazie all’impianto di Qarmat Ali, pochi chilometri a sud di Al Khora. Costruito negli anni ‘70, è attualmente gestito dal Rumaila Operating Organization (ROO), un consorzio di cui la multinazionale britannica British Petroleum possiede il 47,7% delle azioni. L’acqua, prelevata da un canale collegato al fiume omonimo, viene prima trattata e poi, attraverso un sistema di tubature in superficie, distribuita ai vari giacimenti del sud, tra cui Rumaila e Zubair dove operano BP e Eni. A IrpiMedia, l’accesso all’impianto di Qarmat Ali è stato negato.
Secondo Eni, né l’acqua prelevata da Qarmat Ali, né «l’acqua salmastra e contaminata, prelevata dal canale del MOD» hanno «un impatto su riduzioni dei volumi di acqua potenzialmente utilizzabile per altri scopi». Se è vero che l’acqua dei fiumi e dei canali, utilizzata dalle compagnie petrolifere, è di scarsa qualità a causa della concentrazione di sale e di altri inquinanti, non è vero però che non sia utilizzata per altri scopi. Se depurata quest’acqua può essere utilizzata dai cittadini per uso domestico.
Come verificato da IrpiMedia, infatti, poco più a valle dell’impianto di Al Khora e di quello di Qarmat Ali, i canali da cui le compagnie si riforniscono di acqua confluiscono in un impianto pubblico di depurazione, conosciuto come R0 (R Zero). Il 35% dell’acqua usata nelle case di Basra viene proprio da qui. Inoltre l’acqua, pur salmastra, consentiva la navigazione e la pesca in quello che restava del delicato ecosistema delle paludi dove vive Mutir.
Il giacimento di Zubair (lavoro, diritti?)
Per Mutir, privato dell’acqua e dell’unica fonte di reddito, il giacimento di Zubair è un vicino ingombrante a tutti gli effetti: nelle giornate di cielo sereno, i pozzi e i loro pennacchi di fumo sono ben visibili dalla casa di Mutir e puntellano tutto l’orizzonte. In auto ci vuole più di mezz’ora per avvicinarsi ai pozzi. L’area prende la forma di un’immensa distesa fatta di terreni brulli, zone densamente abitate, discariche e parcheggi per gli autotrasportatori di petrolio.
Il giacimento di Zubair vero e proprio è interamente militarizzato, controllato in tutti gli ingressi da posti di blocco, telecamere e filo spinato. Nell’area a ridosso del giacimento, vivono circa due milioni di persone. La promessa di sviluppo, che il petrolio avrebbe dovuto portare, non è stata mantenuta. Gran parte delle famiglie non hanno accesso all’energia elettrica, le strade sono malconce. Rifiuti, plastica e macerie sono una costante. I terreni agricoli, un tempo coltivati a pomodori, prodotto tipico di Zubair, sono oggi abbandonati, inquinati dalle fuoriuscite di petrolio.
A Shaibah, un quartiere periferico nel nord della città di Zubair, stretto tra il giacimento e una raffineria, l’aria è pungente e maleodorante. L’unico centro pubblico di salute della zona, un edificio fatiscente, privo di sufficiente personale sanitario e medicinali, è dotato di un impianto di monitoraggio dell’aria non funzionante.
Nouri Sadeq Hassan Salman, 33 anni, vive subito dietro l’angolo. Salman ha lavorato nei pozzi di Zubair fino al 2014, quando si è ammalato di un’insufficienza renale cronica. Oggi è in attesa di trapianto.
«Ho lavorato dal 2011 al 2014 all’interno del giacimento. Ho lasciato il lavoro nel 2014 perché mi sono ammalato. I dottori mi hanno detto che la malattia è causata dall’inquinamento dell’aria e dalle condizioni del luogo dove ho lavorato e dove vivo. Nell’impianto c’era fumo ovunque, venivo pagato alla giornata, senza contratto e guadagnavo nove dollari al giorno. Quando i medici mi hanno detto la probabile causa della malattia, mi sono arrabbiato, come potrei non esserlo? Ho dato la colpa a me stesso per aver accettato quel lavoro. Ma la verità è che qui non c’è nessun’altra possibilità».
Anche suo fratello maggiore e due cugini lavorano negli stessi pozzi. Salman non riceve nessun supporto economico, pensione o assicurazione.
Come Salman, la stragrande maggioranza degli operai lavora attraverso i subappalti, sollevando di fatto le multinazionali del petrolio dagli obblighi diretti in materia di retribuzione e di sicurezza sul lavoro.
Le compagnie straniere, infatti, che hanno il compito di sviluppare il giacimento e assicurare la produzione, possono subappaltare, in accordo con la compagnia di Stato, la Basra Oil Company, varie parti del processo produttivo ad altre compagnie locali o straniere.
Solo una minoranza dei lavoratori del giacimento ha un contratto diretto con le compagnie internazionali. Si tratta quasi esclusivamente di ingegneri o quadri, in gran parte non iracheni. In teoria, l’80% dei posti di lavoro dovrebbe essere riservato alla manodopera locale ma, come due impiegati di Eni a Zubair e altre fonti vicine a BOC e al sindacato hanno confermato a IrpiMedia, questo obbligo non è mai rispettato.
Il giacimento di Zubair e le aree urbane limitrofe, dove vivono Mutir, Salman e migliaia di famiglie irachene, sono state la porta d’ingresso in Iraq dei marines statunitensi e dei soldati inglesi nel 2003. Qui si sono combattute feroci e violente battaglie che, oltre ai corpi e alla distruzione, hanno lasciato mine, uranio impoverito ma soprattutto un’eredità permanente: la presenza delle compagnie del petrolio straniere. È ciò che pensa Abdilkarim Omran, presidente della Federazione Generale dei sindacati dei lavoratori in Iraq (GFWUI).
«Noi riteniamo che queste compagnie abbiano ottenuto contratti e licenze grazie alla partecipazione dei loro Paesi d’origine alla guerra contro l’Iraq. Innanzitutto perché i contratti, compreso quello di Eni per il giacimento di Zubair, fatti durante le “ondate di licenze” non sono stati sottoposti all’approvazione da parte del parlamento. Queste compagnie lavorano contro gli interessi dell’Iraq. Ogni anno ci promettono che metteranno fine al gas flaring invece continuano ad inquinare l’aria, acqua e terreni. A pagarne le conseguenze sono i cittadini. L’incidenza dei tumori è elevata. Ci sono numerosi casi di malformazioni alla nascita e bambini nati morti».
Se è vero che i dati e le ricerche sulla relazione tra aggressioni all’ambiente, inquinamento e salute pubblica sono sempre più incontrovertibili, è altrettanto vero che per dimostrarli servono studi epidemiologici. In Iraq non sono mai stati fatti studi sulla relazione tra inquinamento ambientale causato dalle multinazionali del petrolio e la salute dei cittadini iracheni. Di sicuro, l’intenzione politica è quella di non sollevare il problema.
Secondo il ministero della Salute, il numero ufficiale di nuovi casi di cancro a Basra è di circa 2000 all’anno. Ma un documento trapelato dallo stesso Ministero e visionato da IrpiMedia riporta un numero di almeno 8000 nuovi casi all’anno.
«Raccogliamo diversi dati sulle malattie professionali a carico dei lavoratori dell’industria del petrolio e del gas, ma sono dati confidenziali. Le informazioni che raccogliamo devono essere inviate direttamente al Ministero e alle compagnie petrolifere. Sappiamo che c’è un aumento di tumori ma non abbiamo alcun potere sulle compagnie. Questo spetta al ministero della Salute», spiega Mai Taha Radi, direttrice del Centro nazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro, responsabile dei controlli all’interno delle compagnie e delle visite mediche ai lavoratori.
Chi si ammala di cancro nel sud dell’Iraq, un’area dove abitano circa sette milioni di persone, non ha molta scelta. A fornire la chemioterapia sono due ospedali pubblici, uno pediatrico e uno per gli adulti. Al momento in cui scriviamo, l’accesso a questi ospedali risulta sospeso per tutti i giornalisti stranieri. Nonostante la mancata autorizzazione da parte del ministero della Salute, IrpiMedia è riuscita ad accedere e visitare il reparto oncologico dell’Ospedale pediatrico di Basra.
L’ospedale è stato costruito per volere di Laura Bush, moglie dell’ex presidente statunitense George W. Bush, in seguito all’invasione del 2003. All’ingresso sono esposti, ben visibili, due cartelli. Su entrambi ci sono i loghi di due compagnie petrolifere: l’italiana Eni, e la coreana Knoc, finanziatrici di un nuovo reparto di oncologia pediatrica, nell’ambito della cosiddetta responsabilità sociale d’impresa. Trenta posti in più in un ospedale che oggi ne ha quarantacinque.
Alle prime ore del mattino, il reparto è ancora sonnecchiante. I letti sono tutti occupati da pazienti che arrivano da altre città più distanti come Nassiriya, Amarah, e dalla vicina Zubair. Le madri e le nonne che accompagnano i bambini ammalati dormono per terra su giacigli arrangiati. Le infermiere del reparto raccontano che in questo ospedale mancano farmaci per la chemioterapia, così come attrezzature e personale per effettuare il trapianto di midollo. Oltre ai pazienti intervistati all’interno dell’ospedale, IrpiMedia ha incontrato decine di persone ammalate o che hanno perso un famigliare nell’area intorno a Zubair.
Tra queste c’è Falah Hassan Sajed, figlio di Hassan Sajed, morto di cancro al fegato nel luglio 2022. «L’inquinamento ha ucciso mio padre. Mia moglie ha l’asma, i miei otto figli crescono in questo ambiente inquinato. Noi non riusciamo nemmeno ad ottenere un lavoro nei giacimenti senza una raccomandazione e non abbiamo neanche il petrolio per accendere la stufa. Come possiamo pensare di combattere queste compagnie?», domanda rassegnato.
Eppure c’è una nuova generazione di giovani iracheni che sta portando avanti numerose campagne e mobilitazioni per proteggere l’aria e l’acqua in Iraq, anche a costo di perdere la vita o di essere fatto sparire.
Ahmed (il nome è di fantasia), 32 anni, è uno di loro. Dopo le massicce proteste del 2018 a Basra a causa della crisi idrica e dell’assenza di servizi di base per la popolazione, decide di impegnarsi in prima persona, denunciando i presunti crimini delle compagnie petrolifere. Ha già ricevuto una minaccia di morte per aver aiutato alcuni giornalisti a documentare l’inquinamento ma dice, «lo faccio per mio figlio e la futura generazione». Ahmed fa parte di Humat Dijlah, un’associazione ambientalista impegnata nella difesa dei fiumi Tigri ed Eufrate e delle paludi mesopotamiche. In questi ultimi anni, numerosi ambientalisti iracheni sono sono stati minacciati, uccisi, rapiti o costretti alla fuga all’estero. L’ultimo è stato Jassim Al Asadi, volto noto dell’organizzazione Nature Iraq, rapito il 1 febbraio 2023 e liberato dopo due settimane.
Intanto, nonostante i rischi e le minacce, è proprio la generazione di Ahmed, nata o cresciuta a cavallo dell’invasione statunitense del 2003, che prova a ripartire e ha deciso di farlo proprio dall’acqua. È un venerdì mattina, giorno festivo in Iraq. Di fronte allo Shatt al-Arab, dove Tigri ed Eufrate si uniscono, un gruppo di ambientalisti parla con i passanti dell’inquinamento e dei problemi legati alla mancanza di risorse idriche. I fiumi e i canali di quella che un tempo era soprannominata “la Venezia del Medio oriente” sono fogne a cielo aperto, colme di rifiuti e usate per scarichi domestici e industriali. Se un tempo i loro nonni e genitori, nonostante i conflitti e la dittatura di Saddam, potevano vivere grazie al fiume, pescare e berne l’acqua, oggi questa generazione, cresciuta in un Paese ricco di petrolio e a reddito, sulla carta, medio-alto, non ha più accesso all’acqua pulita e potabile. «Qui in questa terra è nata la civiltà e qui, se continuiamo a stare in silenzio e a non fare niente, ne vedremo la fine», dice Ahmed.
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