Lavoro grigio: tra i braccianti che dormono in strada a Saluzzo

Mirtilli, pesche, prugne, mele sono raccolte da centinaia di lavoratori invisibili, che dormono per terra, senza servizi igienici e docce. Lavorano dalle 10 alle 16 ore per poche decine di euro al giorno

© Arianna Pagani

Quando a gennaio del 2015 Bakari (nome di fantasia, come quelli di tutti i braccianti citati nell’articolo) ha lasciato la sua casa a Gao, capoluogo del nord Mali per fuggire dagli scontri tra gruppi islamisti e forze armate maliane, il suo desiderio era quello di arrivare in Francia. Aveva 18 anni e sognava di concludere lì gli studi. Invece si ritrova in una cittadina del nord Italia a raccogliere mirtilli per pochi euro al giorno e a dormire per terra. Cinque anni dopo quella fuga, Bakari è uno dei duecento braccianti stagionali che dorme, senza servizi igienici e docce, nei giardini di villa Aliberti, a Saluzzo, uno dei 22 Comuni della frutta, in provincia di Cuneo. È uno degli Invisible Workers, i lavoratori invisibili di cui parla la serie di inchieste coordinata dalla piattaforma olandese Lighthouse Reports, di cui IrpiMedia è partner.

Saluzzo è l’epicentro di un’area agricola che si estende per quasi 50 chilometri, tra la Valle Po e la Val Varaita, ai piedi della catena del Monviso. I campi di mais e gli interminabili filari di frutta, allineati senza discontinuità, fanno da scenografia a questo ricco distretto ortofrutticolo. Secondo i dati della Coldiretti di Cuneo per il 2020, dei 500 milioni di euro dell’intera regione Piemonte, il 60% arriva da qui. Le aziende del comparto sono 4500 e il 70% della frutta raccolta (kiwi, mirtilli, pesche, mele e susine) è destinata all’esportazione. Da questa zona, i pallet di frutta vengono spediti ovunque nel mondo: Germania, Norvegia, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi, Australia, Nuova Zelanda, India, Vietnam e Thailandia sono solo alcuni degli Stati che consumano la frutta prodotta in questa regione. I mercati del Sud Est asiatico sono la nuova frontiera in particolare per le mele.

La sola produzione di pesche, mele e kiwi genera un valore in campo di oltre 180 milioni di euro

Coldiretti Cuneo

«La produzione di solo pesche, mele e kiwi – spiega in una nota la Coldiretti di Cuneo – genera un valore in campo di oltre 180 milioni di euro: è quanto incassano i produttori agricoli, al lordo dei costi di produzione, senza contare costi di condizionamento e commercializzazione». Eppure, nonostante i fatturati, sempre più importanti soprattutto per i grandi produttori, ogni anno, all’inizio della stagione dei mirtilli, delle pesche e delle mele, Saluzzo e i Comuni limitrofi balzano al centro dell’attenzione mediatica nazionale per le condizioni di vita e di lavoro dei migranti stagionali che giungono qui, alla ricerca di un’azienda agricola che li faccia lavorare. Da giugno a metà novembre, infatti, sono oltre 12 mila gli stagionali – di cui il 42% africani – che raccolgono la frutta di stagione nelle aziende agricole di questo territorio.

Una fase della raccolta dei mirtilli
Una fase della raccolta dei mirtilli © Arianna Pagani

«Ho lavorato 170 ore in 14 giorni per 6 euro l’ora»

Il periodo della raccolta è fatto di momenti di picco, in cui la produzione è maggiore, quindi servono più braccia. Variano a seconda della frutta: ad esempio per le pesche, la cui stagione comincia a luglio, il picco si registra nella seconda metà del mese. Sui 12mila braccianti impiegati in media durante questi periodi di picco, quasi il 10% resta sprovvisto di un alloggio. Dato che gli imprenditori agricoli impiegano molti braccianti che sono già sul territorio nazionale, la legge non prevede l’obbligo di fornire loro l’alloggio, che invece è previsto per chi arriva attraverso il Decreto Flussi, provvedimento governativo che ogni anno fissa una quota di lavoratori non comunitari che possono essere impiegati in Italia per motivi di lavoro subordinato, autonomo e stagionale, come spiega l’Inps sul suo sito.

La maggior parte dei braccianti, impiegati da aziende agricole in molti casi beneficiarie dei sussidi europei della Politica Agricola Comune (Pac), lavora spesso dalle 10 alle 16 ore al giorno con paghe orarie che oscillano tra i 4 e i 6 euro all’ora, una parte in busta, il restante in nero. Il poco che guadagnano non può in parte essere speso per garantirsi un alloggio durante i mesi di lavoro, così se non lo fornisce il datore di lavoro o una struttura gratuita, il letto lo si trova per strada. Per i lavoratori agricoli non esistono ferie e straordinari. Benché le assunzioni siano aumentate del 53% nel 2019, secondo i dati della Flai-Cgil di Cuneo, il lavoro grigio resta la modalità più diffusa di pagamento. Si firma il contratto stagionale ma le giornate effettivamente lavorate non sono segnate in busta paga, così gli imprenditori risparmiano, pagando meno tasse e contributi. E i lavoratori non possono accedere nemmeno alla disoccupazione agricola.

È il caso di Bakari. Di giorno lavora come bracciante stagionale, raccogliendo mirtilli per un’azienda agricola della zona, tra le tante beneficiarie dei fondi Pac. Di notte, stende il suo giaciglio e si raggomitola su un pezzo di cartone. Cambia spesso dove passa la notte. Quando lo incontriamo, una mattina di fine giugno, dopo un forte temporale estivo che ha infradiciato i pochi indumenti dei braccianti che vivono nei giardini pubblici, il suo periodo di lavoro è quasi terminato. A breve inizierà a raccogliere le prime varietà di mele per un’altra azienda. «Ho lavorato 170 ore in 14 giorni per 6 euro l’ora – racconta con un sottile filo di voce – a volte persino 16 ore al giorno, dalle 6 del mattino alle 10 di sera. Un po’ nel campo, un po’ in fabbrica a fare la selezione dei mirtilli». «Quando arrivano i controlli – continua Bakari -, il padrone ci obbliga a nasconderci tra gli alberi di kiwi, così nessuno ci vede. Non è una cosa giusta questa situazione, sai. Non puoi neanche prenderti in affitto una casa, né essere libero di farti una doccia», dice con aria stanca.

L’azienda nega e ci invita a visitare le condizioni di lavoro. Sostiene che il racconto di Bakari sia inventato, ma conferma che il pagamento orario è di 6 euro contro i 7,50 previsti dal contratto nazionale. Secondo quanto ci è stato raccontato da sindacati e gruppi di sostegno ai migranti, l’imprenditore proprietario dell’azienda è venuto a cercare «chi ha parlato con una giornalista» nelle aziende confinanti. Chi conosce Bakari conferma la sua storia, ma non può essere considerato una fonte neutrale. Non è stato possibile nemmeno controllare la busta paga per vedere quanto effettivamente Bakari ha ricevuto come compenso. Le stesse difficoltà che abbiamo incontrato durante la nostra inchiesta sono le stesse che incontra un qualunque ispettore del lavoro. La tipica situazione è quella della parole dell’imprenditore contro quella di uno o più suoi dipendenti.

Il Covid-19 non cambia nulla

Secondo quanto risulta a sindacati e gruppi di sostegno ai braccianti stranieri, così come dall’archivio dei procedimenti giudiziari, casi come quello di Bakari non sono sporadici. Durante la raccolta del 2018, tre lavoratori hanno cominciato una vertenza, poi abbandonata, contro un’azienda della zona di Saluzzo perché ritengono di essere stati pagati con salari molto inferiori rispetto al dovuto. Dal confronto tra i loro conteggi ore e le buste paga emerge che Samba, uno di loro, aveva contato oltre 300 ore quando invece gliene sono state rendicontate circa 60. Quando il bracciante è andato dal datore di lavoro a chiedere spiegazioni, ha registrato la conversazione. IrpiMedia l’ha potuta ascoltare. Si sente il datore di lavoro affermare di non avere soldi e di non poter pagare più di quello che ha già fatto. La situazione è tesa perché il lavoratore si è rivolto a Caritas e sindacati. Il datore di lavoro li definisce «gente di merda». E più avanti aggiunge: «Se ti fai aiutare da loro è meglio che vai in Sicilia, qua nessuno ti fa più lavorare». Contattata, l’azienda smentisce categoricamente la ricostruzione dei migranti e sostiene di non aver mai avuto problemi con braccianti che si lamentano, anzi, in molti vengono tutte le stagioni, perciò non possono sentirsi sfruttati. Di nuovo, la situazione è la parola del bracciante contro quella del datore di lavoro.

Un’altra azienda agricola che nel 2018 aveva impiegato otto stagionali oggi sembra scomparsa nel nulla. Sei di loro avevano cominciato una vertenza sindacale. Per due di loro si è trasformata in un procedimento civile, tuttora in corso. A marzo 2019 uno dei braccianti è tornato a lavorare nella stessa azienda, insieme ad altri quattro stranieri, visto che aveva necessità di un impiego per rinnovare il permesso di soggiorno: si è trovato di nuovo con una paga misera (tre euro l’ora) per una sola giornata di lavoro riconosciuta. Per evitare una nuova vertenza, secondo il bracciante il datore di lavoro gli avrebbe corrisposto dei pagamenti sempre di pochi euro per due mesi nei quali non ha realmente lavorato. In questo caso, non è stato possibile sentire la controparte.

A maggio del 2019, gli imprenditori agricoli Diego Gastaldi e Marilena Bongiasca, titolari dell’azienda agricola Gastaldi, e Moumouni Tassembedo, detto Momo, originario del Burkina Faso, sono stati sottoposti a misure cautelari per il presunto reato di caporalato nei confronti di diciannove lavoratori. I tre sono stati rinviati a giudizio e a settembre inizierà il processo a loro carico. È il primo processo di questo genere nell’area di Saluzzo.

Zeno Foderaro, 31 anni, è un sindacalista della Flai-Cgil Cuneo e da anni verifica i contratti e le buste paga dei braccianti. All’interno del suo ufficio spiega: «Non si tratta di casi isolati ma di un fenomeno strutturale in questo territorio. Durante la raccolta, i braccianti lavorano quasi tutti i giorni, con una media di almeno due ore di straordinario giornaliero, che mai verranno riconosciute. Il pagamento finale è in media di 5 euro per tutte le ore lavorate, ordinarie e straordinarie, una parte saldata con assegno o bonifico, il restante in mano, come dicono i lavoratori», spiega Foderaro, mostrandoci alcuni contratti e vertenze sindacali portate avanti gli scorsi anni. «Vedete in questo caso, il contratto dura 2 mesi e mezzo, le giornate segnate sono solo 10 ma sicuramente questo bracciante lavorerà almeno 40-50 giorni. Sono dieci anni che il disagio cresce in questa zona. Le parti datoriali si rifiutano di fornire il reale fabbisogno di manodopera e così si incentivano i viaggi della speranza. La soluzione dovrebbe essere un servizio di collocamento unico, obbligatorio e pubblico», sostiene Foderaro.

L’arrivo a maggio di quest’anno degli aspiranti braccianti a Saluzzo
L’arrivo a maggio di quest’anno degli aspiranti braccianti a Saluzzo © Arianna Pagani

Senza una retribuzione giusta e senza un servizio di intermediazione efficace, capace di incrociare domanda e offerta di lavoro, le asimmetrie si accentuano. Per risolvere almeno l’ultimo punto, servirebbero banali portali online o app, magari in più lingue, per fare in modo che braccianti e datori di lavoro possano sapere gli uni dell’esistenza degli altri. Invece Coldiretti, Confagricoltura, Regione Piemonte e Confederazione italiana agricoltura (Cia) al posto di organizzare un unico servizio hanno lanciato quattro piattaforme diverse. Così, anche quest’anno, nonostante il Covid-19 e i protocolli d’intesa firmati da tutti gli attori del territorio per risolvere la questione dell’arrivo e dell’accoglienza degli stagionali, la situazione non è cambiata. Anzi.

Il centro di Prima accoglienza stagionali, il cosiddetto Pas, un’ex caserma militare aperta negli ultimi due anni dal comune di Saluzzo per offrire un alloggio a circa 300 stagionali è rimasta chiusa per l’emergenza Covid-19. Diversi tavoli di confronto avevano proposto soluzioni alternative, delle quali però alla fine non si è fatto nulla. Così i braccianti continuano ad arrivare spontaneamente sul territorio dal Piemonte o da altre regioni italiane, cercando lavoro in bicicletta tra le campagne e le aziende agricole. In quello che è uno dei distretti agricoli più importanti del nord Italia, l’incontro tra la domanda e l’offerta avviene ancora tramite il passaparola.

«Facciamo finta che ci sia la manodopera di 10 anni fa ma non è così. Negli anni la manodopera straniera che si sposta internamente da un bacino ortofrutticolo all’altro ha affiancato e in larga parte sostituito i braccianti locali e quelli extracomunitari che arrivavano tramite il Decreto flussi. Il quadro normativo è fermo a quasi venti anni fa: da una parte c’è ancora la legge Bossi-Fini che lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, dall’altra ci sono i Decreti sicurezza Salvini che hanno spinto questi lavoratori verso una maggiore vulnerabilità e ricattabilità».

A parlare è Virginia Sabbatini, 30 anni, coordinatrice del Presidio della Caritas di Saluzzo che da anni monitora le condizioni dei raccoglitori della frutta. Oltre a distribuire coperte, scarpe e indumenti, il progetto Presidio è diventato un punto di riferimento fondamentale per i braccianti stagionali. Qui chiedono informazioni sul contratto, sul lavoro e sui documenti. Alla precarietà lavorativa e abitativa, si somma, infatti, l’instabilità dei documenti. La maggior parte dei lavoratori per strada sono in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno, senza assistenza sanitaria, in una situazione di estrema vulnerabilità.

Come Bakari. Dopo la fuga dal Mali, il passaggio in Libia, esposto al carcere e a violenze di ogni tipo, il ragazzo attraversa il Mediterraneo. Viene salvato da una nave di una ong nel 2016, sbarca in Sicilia, a Palermo, ed è trasferito a Bologna dove entra in un progetto di accoglienza. Bakari ha ottenuto la protezione sussidiaria ma nel 2018 esce dal progetto di accoglienza e si ritrova nel limbo delle campagne italiane, seguendo il ciclo delle stagioni.

«Sicuramente l’imprenditore che fa la frutta non riesce più a garantirsi uno status sociale ed economico come prima ma io in questi anni ho visto tanti braccianti dormire per strada o sul cartone, che è ben diverso. A pagare sono sempre i più fragili e vulnerabili», conclude Sabbatini.

Aggiornamento del 11 aprile 2022

Il giudice Alice Di Maio del Tribunale di Cuneo ha condannato in primo grado a 5 anni di reclusione Diego Gastaldi e la madre Marilena Bongiasca nell’ambito del primo procedimento per caporalato in provincia di Cuneo. Il padre di Diego Gastaldi, Graziano Gastaldi, è stato invece assolto.