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Il successo del gambero rosso di Mazara si regge sempre meno sulla pesca locale: tra crisi, rotte libiche e trasbordi illegali, un’inchiesta svela come si sostiene davvero il mercato di un’eccellenza italiana
Nel Paese che ha fatto del cibo il cuore della sua identità e del suo patrimonio culturale, sono tante le località grandi e piccole che puntano sul marketing culinario per la loro sopravvivenza. La cittadina di Mazara Del Vallo, in provincia di Trapani, è diventata l’emblema di questo fenomeno.
Nota come la patria della più grande flotta di pescherecci d’Italia negli anni Settanta e Ottanta, con la progressiva crisi della pesca ha finito per concentrarsi, da almeno una ventina d’anni, quasi esclusivamente su un unico prodotto e diventarne la capitale indiscussa.
Stiamo parlando di sua maestà il gambero rosso, venduto a prezzi stellari in Italia, e soprattutto all’estero, purché sfoggi lo stemma “di Mazara”. Ed è dietro questa denominazione che si cela buona parte del problema. Un chilo di gamberi di Mazara, infatti, costa al consumatore almeno 70 euro, più del doppio dei gamberi della Tunisia o dell’Egitto, che sono della stessa specie, pescati nello stesso mare.
In Breve
Mazara del Vallo ha rifondato la propria identità sul gambero rosso, elevato a lusso globale. Ma il marchio “di Mazara” si regge più su reputazione e costruzione commerciale, che su una reale unicità del prodotto
Il successo nasce tra gli anni ’90 e 2000: imprenditori locali trasformano un crostaceo comune in icona dell’alta ristorazione. Branding e mercati esteri lo rendono simbolo elitario, ormai distante dalla sua origine popolare
Oggi il sistema è in crisi: risorse marine in calo, costi in crescita e i tanti vincoli imposti dall'Ue rendono la pesca nel Canale di Sicilia sempre meno sostenibile per i pescatori mazaresi
Per non rinunciare al gambero rosso — e soprattutto al marchio “di Mazara” — l’unica via per gli armatori diventa spostarsi verso acque più ricche: in primis la Libia. Qui si gioca la continuità del business, tra accordi fragili e tensioni geopolitiche
In assenza di intese ufficiali, proliferano pratiche opache come i trasbordi illegali: per la prima volta, durante la 26ª sessione del Comitato scientifico per la pesca della Fao, sono state le stesse autorità libiche a denunciare questo fenomeno, trasformando un sospetto diffuso in un fatto riconosciuto
Anche se oggi è ancora il primo porto italiano per prodotti ittici sbarcati, da qualche anno la situazione a Mazara è cambiata. E non fa che peggiorare. Le motopesca faticano a coprire con i ricavi le spese di gestione e aumenta il numero delle imbarcazioni che i proprietari decidono di demolire per ottenere i contributi europei, mentre gli aumenti del costo del gasolio, la diminuzione del pesce anche in conseguenza delle mutate condizioni del mare, e i vincoli fissati dall’Ue per preservare l’ecosistema marino, scoraggiano giorno dopo giorno i pescatori locali, che lamentano soprattutto la concorrenza delle flotte nordafricane, libere di pescare senza restrizioni.
È per parlare di tutto questo che, in una giornata soffocante di inizio luglio, ci rechiamo agli stabilimenti della Lanza Seafood S.r.l. a incontrare il commerciante all’ingrosso e armatore Nicola Lanza. Nell’arco di trent’anni Lanza ha creato un impero che conta più di duecento dipendenti. È stato lui a far fare il primo salto, a livello commerciale, al gambero rosso, passato dall’essere un crostaceo come un altro a un bene di lusso.
Alla fine degli anni ‘90, infatti, Lanza aprì la ditta Mazara Fish con Salvatore Margiotta, un imprenditore mazarese trapiantato a Milano. Grazie ai contatti dell’uno, e alle competenze commerciali dell’altro, in brevissimo tempo il gambero rosso cominciò ad apparire sulle tavole e nei menù dei ristoranti top gamma della città, ritagliandosi una clientela ricca ed elitaria.
«Negli anni il business del gambero rosso si è allargato a dismisura… ma oggi possiamo decretarne la morte», dichiara Lanza. Sono in pochi oggi a riuscire ancora a fare profitti con il gambero rosso, e solo chi riesce a estendere le sue attività oltre i mari italiani, ormai largamente sovrasfruttati.
Lanza mantiene in vita le sue attività grazie agli investimenti che ha fatto in altri mercati, dal Sud America all’Asia, anche in altri settori. «Pago un cartone di gamberi 750 euro e guadagno un utile lordo di 40» aggiunge, un po’ triste e un po’ scocciato. «Chi mi conosce sa che quando vedo il gambero rosso ormai mi viene da vomitare».
Nonostante sia stato uno degli “inventori” del mercato del gambero di Mazara, Lanza non nasconde che, in sostanza, il mercato sia basato più su furbizia e opportunità, che sulla reale qualità del prodotto.
«Un giorno stavo in un ristorante a Palermo e mia figlia ordina un primo con i gamberi. Quando arriva rimango di sasso: “wao, guarda come sono belli e grossi”. Chiedo al cameriere da dove provengono e mi dice che sono argentini» racconta. «Così la settimana dopo organizzo una cena a casa e, senza dire niente, preparo una catalana per gli ospiti usando quegli stessi gamberi». Lanza sottende che la differenza tra i gamberi di Mazara e quelli argentini al palato, ma anche alla vista, è inesistente. Eppure i gamberi di Mazara costano almeno dieci volte tanto, grazie alla nomea che si è venuta a creare nel tempo. «Funziona così, la qualità non c’entra», conclude.
La storia del gambero rosso
Fino agli anni Ottanta la flotta mazarese era composta all’incirca da quattrocentocinquanta pescherecci ed era famosa per il pesce pescato a ridosso delle coste siciliane. All’epoca il gambero rosso era considerato una specie come un’altra e lo si vendeva fresco e a basso prezzo, nei banchi dei mercati siciliani.
Nel frattempo però gli stock ittici cominciarono a impoverirsi e, mentre in tanti cominciarono ad abbandonare il settore, altri, per sopravvivere, si videro costretti a esplorare nuove zone, sempre più lontane e profonde.
Alcuni si trovarono in “guerra” con i pescatori tunisini, altri si spinsero, invece, verso la Libia: «Fu così che un bel giorno mio padre Cosimo trovò, venti miglia sopra Tripoli, un areale sabbioso con un banco di squaloidi che presagivano la presenza di gamberi», racconta Gaspare Asaro, rampollo di una delle famiglia più ricche e longeve del settore ittico di Mazara, e volto commerciale delle ditte Asaro Matteo Cosimo Vincenzo (dai nomi dei fondatori) e Mcv Pesca, tra le più riconosciute nella brandizzazione del gambero.
Nell’ultimo anno gli Asaro sono finiti al centro di un’inchiesta del Financial Times per contrabbando di pesce al largo delle coste africane. Gaspare si inorgoglisce nel ricordare come, «la seconda volta che mio padre gettò le reti a mare il carico di gamberi rossi catturati fu enorme».
«Noi abbiamo fatto il salto e gli altri, vedendo il potenziale, ci hanno seguito», afferma soddisfatto. Da quel momento, a Mazara cambiò tutto. «Da imbarcazioni lunghe 15 metri, che stavano in mare solo dal lunedì al venerdì (e quindi non potevano allontanarsi troppo dalla costa), si è passati a pescherecci lunghi anche 30 metri, con una stiva capiente e serbatoi di gasolio che consentivano di stare in mare per 40 giorni».
Soprattutto, e a questo si deve la denominazione “di Mazara”, «le barche cominciarono a dotarsi di impianti frigoriferi a bordo che favorivano il congelamento e l’abbattimento del gambero secondo tecnologie del tutto nuove».
«Fu quest’interesse progressivo verso i banchi di gamberi presenti in Libia a indurre le autorità locali ad alzare le antenne», spiega ancora Gaspare. Il casus belli fu la zona di protezione di pesca (Zpp) unilateralmente istituita da Gheddafi nel 2005, mai riconosciuta dagli organi competenti, e trasformata da lui stesso in zona economica esclusiva (Zee) nel 2009. Prevedendo di investire nel settore, il dittatore libico incluse all’interno di quest’area tutto il Golfo della Sirte, finché non scoppiò la rivolta popolare che, in breve, ne sancì la fine.
Dal 2011 la Libia si spacca in due e il settore della pesca crolla. Approfittando del caos generale, i mazaresi continuano con le incursioni nelle acque libiche pur di rimanere a galla e portare con sé carichi di quello che si stava sempre più affermando come l’oro rosso del nostro mare.
È a giugno 2014, che a dare un’ulteriore spinta alla commercializzazione di questo prodotto arrivano i fratelli Paolo e Nicola Giacalone. I due soci delle compagnie Medina e Kairos S.r.l. investono di tasca propria per portare il programma Masterchef a Mazara del Vallo e, ricevuto anche l’endorsement di chef dalla fama internazionale, spiccano il volo. Di lì a poco inaugurano il brand Rosso di Mazara con un packaging raffinato e attraente, più consono alle vetrine di Tokyo, Dubai e Singapore del look anonimo con cui il gambero veniva esibito sulla piazza fino a quel momento.
L’unica soluzione: accordi e partenariati
Nonostante il valore del gambero, la flotta di Mazara resta profondamente in crisi, tanto che su 75 barche rimaste in attività, lo scorso agosto, nel cuore della stagione, solo 19 stavano pescando. Il problema fondamentale è la scarsità di gamberi in territori già troppo sfruttati.
Quella del gambero, infatti, è una pesca a strascico non selettiva. Le reti “arano” il fondale, trascinando con sé buona parte dei sedimenti e distruggendo l’ecosistema. Sebbene il Mediterraneo sia uno dei mari più ricchi di biodiversità al mondo, negli anni si è impoverito moltissimo, ed è per questo che in Europa questo tipo di pesca è stato severamente regolamentato.
«Tutto giusto, per carità, ma nella stessa bacinella che io chiamo Mediterraneo, non ci siamo soltanto noi. Quando noi indietreggiamo da questo pezzo di mare, ad avanzare sono le flotte dell’altra sponda del Mediterraneo che non rispettano nessuno di questi vincoli», si sfoga Asaro. Si riferisce a paesi come la Tunisia, l’Algeria, la Turchia, e, soprattutto, l’Egitto, che negli ultimi anni sta investendo miliardi nell’industria ittica.
«Da una parte, c’è la Libia che è del tutto incapace di formare una flotta come si deve ma è dotata di un mare ricchissimo e, dall’altra, l’Italia, con competenze pazzesche, che non riesce ad allargarsi a nuove aree di pesca più prolifiche per via della Zpp» aggiunge ancora. «Si potrebbe risolvere tutto con partenariati e accordi bilaterali. Perché allora non ci si sta muovendo in questo senso?».
In realtà, per quanto, a livello istituzionale, lo Stato italiano abbia le mani legate perché gli accordi con i paesi terzi dipendono dalla Comunità Europea, negli anni, sono stati diversi i tentativi intrapresi dai privati.
Tra le varie iniziative ce n’è una che definisce un prima e un dopo nella storia della pesca del gambero a Mazara. L’aveva mediata, tra 2022 e inizio 2023, Enzo Asaro (non parente di Gaspare Asaro), broker ed erede degli inventori delle macchine del ghiaccio, di cui quasi tutti i pescherecci sono ormai dotati.
«Per via sia delle varie restrizioni europee, che del Covid, il prezzo del gambero rosso si era impennato all’improvviso e i pescherecci si trovavano con a bordo casse e casse di gamberi di prima che non riuscivano a vendere,» spiega Asaro, che in quel periodo era riuscito a ottenere un permesso, per lui e tanti altri armatori, per pescare nelle acque della Libia orientale.
«Grazie a un accordo sono riuscito a far crollare il prezzo del gambero da 100 a 45 euro a cassetta e per questo mi devo essere inimicato qualcuno». Si riferisce al fatto che, dopo alcuni mesi, il direttore del Dipartimento pesca del Ministero delle politiche agricole e delle foreste (Masaf), si pronunciò sia contro gli accordi tra privati, sia contro le attività di pesca nella Zpp libica, bloccando il flusso regolamentato di gambero dalla Libia.
Nel farlo, sostiene Asaro, «hanno insistito molto sull’articolo 17 del regolamento europeo relativo alla gestione delle flotte che, però, non nega la possibilità di pescare nelle acque di uno stato terzo in mancanza di un accordo internazionale tra stati se, come in quel caso, ci siano i requisiti adatti».
Questo esempio è significativo perché dimostra come le autorità italiane abbiano finito, e ancora non si capisce bene il perché, per ostacolare un’operazione che sembrava mettere d’accordo sia libici e mazaresi, sia la Comunità Europea.
Fino a settembre scorso le joint ventures tra Italia e Libia avevano interessato solo la Cirenaica, ovvero la metà del Paese governata dal Generale Khalifa Haftar, non riconosciuta dall’Unione Europea.
Ha sorpreso un po’ tutti, quindi, la notizia apparsa sui giornali libici e italiani, della creazione di una joint company tra Medina di Nicola (e Paolo) Giacalone e al-Robyan Fishing Company (o Libyan Shrimp Fishing Company) in Tripolitania, che, sebbene riconosciuta da Ue e Italia, dal caos che è seguito alla morte di Gheddafi non si è mai del tutto ripresa.
La nuova realtà, chiamata Jisr Almutawasit Company (o Mediterranean Bridge Company), «lavorerà nella zona franca di Misurata, 210 chilometri a est di Tripoli», ha dichiaratoNicola Giacalone all’Agenzia Nova e, oltre a «essere finalizzata all’esportazione di pesce verso i mercati europei e alla lavorazione del gambero rosso, è un accordo di cooperazione su più ampia scala volto a trasferire competenze e tecnologie per far crescere il settore autoctono».
L’accordo è stato sancito in presenza dell’Ambasciatore italiano e del vice segretario Fabio Giudice, quindi con l’avallo delle autorità italiane. Alla nostra richiesta di informazioni Giudice ha risposto di «contattare Giacalone per un commento sull’iniziativa». «Da parte nostra», continua, «riscontriamo sicuramente forte interesse sia da parte libica sia da parte italiana a rafforzare la cooperazione nel settore ittico, sia tra istituzioni sia tra privati.»
Al netto delle buone intenzioni, un limite per questa nuova iniziativa sarebbe che la Libia, ancora oggi, non possiede il bollo Ce, che certifica norme igienico-sanitarie adeguate per poter esportare i prodotti in Europa. Giacalone, alle nostre richieste di saperne di più, ha risposto che si tratta di «informazioni riservate».
Il broker Enzo Asaro definisce questa nuova società «una bufala», ma sono in molti a Mazara del Vallo, a guardare con un misto di invidia e interesse a questa iniziativa. Gaspare Asaro, tra gli altri, confessa: «Io ci ho provato in passato a stringere accordi con i libici ma non ce l’ho fatta. Se potessi lo rifarei».
Per sapere qualcosa in più di questa partnership, e di come conti di affrontare i limiti alle esportazioni verso l’Europa, abbiamo contattato il socio libico di Giacalone: Sami Mefteh al-Kharaz, indicato da diverse fonti come proprietario della al-Robyan Fishing Company. Su questo imprenditore è impossibile trovare informazioni ufficiali che vadano oltre il passaparola.
Siamo riuscite a metterci in contatto con lui solo dopo aver mobilitato varie fonti in Italia e in Libia, ma ci ha liquidato con il seguente messaggio: «Sono impegnato con la campagna tonno, la invito a parlare con il dott. Giacalone Nicola, fra italiani vi capite meglio». Nicola Giacalone, raggiunto al telefono, insiste sul fatto che si tratta di «informazioni riservate».
I trasbordi
Nel frattempo il gambero rosso continua ad arrivare, la domanda resta alta, nonostante ne sia rimasto poco nei mari italiani.
Secondo molti rappresentanti del settore, che non vogliono però essere citati, l’unico modo di rifornire efficacemente il mercato oggi è tramite trasbordi, ovvero una pratica illegale per cui gamberi pescati in Libia da imbarcazioni libiche, sono trasferiti in alto mare su barche italiane e scaricati poi nei nostri porti, come se fossero pescati da barche battenti bandiera italiana.
Si tratta di un “segreto di Pulcinella” bisbigliato da anni a Mazara del Vallo. Finché questo fenomeno, in costante crescita, è stato denunciato apertamente dalla stessa Libia. Alla Fao, a Roma, durante la 26° sessione del Comitato consultivo scientifico per la pesca (Sac) del Cpgm (che si occupa della gestione sostenibile delle risorse marine con, tra le altre cose, un sistema di quote per la salvaguardia del gambero rosso), i delegati libici hanno, infatti, denunciato che «parte dei carichi pescati da navi libiche normalmente non vengono dichiarati nei porti libici ma trasferiti tramite trasbordo su altri pescherecci, per essere poi venduti in porti stranieri», un’attività da tempo ritenuta illecita dalla regolamentazione europea.
Il presidente di Federpesca, Santino Adamo, rappresentante degli armatori di Mazara e piccolo armatore lui stesso, mette in luce un aspetto interessante: «Gli imprenditori che immettono gambero libico danneggiano il resto della categoria, perché noi dobbiamo sottostare a un sistema di quote per cui più gambero entra in circolazione, più si abbassa il prezzo».
Un concetto ribadito anche da un altro armatore, Mimmo Asaro: «Il gambero è venduto a circa 700 euro a cassetta ma ce n’è talmente poco nelle aree dove la pesca è consentita che potrebbe salire tranquillamente fino a 1.200 euro e non si scomporrebbe nessuno. Il prezzo è mantenuto “basso” per via dei trasbordi».
Il Masaf stabilisce, infatti, ogni anno un limite massimo di catture su scala nazionale che ripartisce tra le flotte. Per la campagna di pesca 2025, il limite massimo assegnato all’Italia per il gambero rosso ne il Canale di Sicilia era stato fissato a 818,4 tonnellate. Per il 2024 a 844. Nei decreti sono individuate 168 unità autorizzate, di cui 75 mazaresi.
I comandanti delle imbarcazioni autorizzate hanno l’obbligo di registrare e trasmettere elettronicamente ogni cattura utilizzando il cosiddetto e-logbook. Questo strumento permette al Masaf di sottrarre in tempo reale i carichi dichiarati dalla quota totale assegnata.
Sulla carta, i trasbordi sono complessi da rilevare perché, da un lato, è impossibile raggiungere la quota gambero per via degli stock impoveriti e delle restrizioni, ed è quindi facile dichiarare tonnellate in più senza destare sospetti e, dall’altro, gli armatori non hanno modo di verificare i carichi dichiarati dai colleghi che operano nella stessa area di pesca.
Attraverso una richiesta di accesso agli atti speravamo di ottenere dal Masaf i dati relativi ai carichi di gambero rosso che le singole imbarcazioni italiane dichiarano giorno per giorno. La richiesta è stata accolta solo parzialmente dopo un riesame: i dati ricevuti risultano aggregati per l’intera flotta, rendendo impossibile l’identificazione delle singole imbarcazioni ed eventuali anomalie nei quantitativi dichiarati dai singoli.
Come conferma Adamo di Federpesca, «ll Ministero pubblica il decreto con le quote di pesca ma non riferisce, e non si capisce il perché, quanto ha pescato ciascun peschereccio. In questo modo nessuno sa da chi e come la quota gambero è stata raggiunta». Disporre di dati disaggregati consentirebbe di individuare carichi superiori alla media e di confrontarli con altri indicatori, come gli intervalli dell’Ais e l’attività di pesca.
I trasbordi, oggi riconosciuti anche dalle autorità, restano per molti pescatori che hanno incentrato la loro attività quasi solamente sul gambero rosso, una forma di sopravvivenza dentro un sistema che non regge più: costi in aumento, risorse in calo, regole asimmetriche.
In mare, la linea tra legalità e necessità si assottiglia fino a scomparire. Così il gambero continua ad arrivare, alimentando un mercato che non può più sostenersi solo con il pescato locale. Ma se sempre più spesso viene catturato altrove, trasferito e “nazionalizzato” lungo la rotta, cosa resta davvero di Mazara, la prima marineria d’Italia?
Forse non un’eccellenza, ma un marchio. E forse è proprio questo il punto: finché il sistema non verrà ripensato, parlare di gambero “di Mazara” rischia di essere più una finzione condivisa che una realtà.
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