Ci vogliono delle milizie per combattere delle milizie

In Libia, con la morte di Gheniwa, il comandante di una delle formazioni militari più potenti di Tripoli, il premier Dabeiba ha annunciato la sua lotta contro le milizie. Ma, per farlo, punta su altre milizie, quelle a lui fedeli

© Anadolu / Getty

Carri armati che, di notte, avanzano per le strade; echi di spari che si sentono in tutta la città; vittime anche tra i civili.

A Tripoli, immagini così non si vedevano dal 2016. Nelle ultime settimane, la capitale libica è stata al centro di intensi scontri militari e spregiudicate mosse politiche che potrebbero cambiare i fragili e mutevoli equilibri di potere della Libia intera.

A fare le spese di questi ultimi sviluppi potrebbe essere Abdul Hamid Dabeiba, che controlla la parte occidentale del Paese, compresa la stessa Tripoli.

In Breve

La Libia, infatti, continua a essere un Paese sostanzialmente diviso in due. Ad Est, il potere è saldamente nelle mani del maresciallo Khalifa Haftar e della sua famiglia, che potrebbero approfittare di questo momento di caos a Tripoli per prendere il controllo dell’intero Paese, come hanno già provato a fare in passato.

Ad Ovest, invece, Dabeiba è il primo ministro del Governo di unità nazionale (Gnu), che è riconosciuto dalle Nazioni unite, ma che è anche molto fragile e dipendente dalle numerose e litigiose milizie della capitale e dei centri vicini.

La crisi attuale è legata, in particolare, alla figura di Abdel Ghani al-Kikli, noto come Gheniwa, comandante della milizia Stability support apparatus (Ssa). Tarek Megerisi, analista e ricercatore per lo European council of foreign relations (Ecfr) ed esperto di Libia, l’ha definito «il re di Tripoli».

I protagonisti degli scontri in Libia

Gheniwa, il re di Tripoli

Costituita nel gennaio 2021 come guardia presidenziale dall’allora premier dell’Ovest Fayez al Serraj, la milizia Stability support apparatus (Ssa) ha acquisito potere anche sotto Dabeiba, entrato in carica pochi mesi dopo.


Dabeiba, secondo quanto ricostruisce il ricercatore Emadeddin Badi, avrebbe negoziato il suo insediamento nel 2022 proprio con Gheniwa «promettendo di non marginalizzare la Ssa».

L’esecutivo di Dabeiba ha in effetti garantito alla milizia fondi e incarichi, una tattica usata dal primo ministro di Tripoli anche con altre formazioni militari, per garantirsi il sostegno militare e politico necessario a governare.

In questo contesto, la Ssa è diventata rapidamente una delle milizie più potenti di tutto il panorama tripolitano. Secondo una fonte anonima sentita nel 2022, già allora la milizia era «un cancro» che si espandeva «senza controllo». La formazione di Gheniwa, infatti, ha raggruppato sotto uno stesso stemma diverse milizie. Arricchitesi grazie a traffici illeciti ed estorsioni, la Ssa ha espanso il proprio potere partendo dal quartiere di Abu Salim, la sua roccaforte, nella zona meridionale di Tripoli.

Qui, per anni, grazie a un controllo militare del territorio, la Ssa ha imposto tangenti a tutti i mezzi in transito, ha fatto profitti illeciti sul commercio di rottami e ha tassato illegalmente i commercianti per l’elettricità. 

Dall’infiltrazione nell’amministrazione locale, il gruppo di Gheniwa si è legato sempre di più alla politica e, attraverso il suo Abu Salim Trust Fund, si è garantito l’accesso a numerosi bandi pubblici nell’ovest del Paese, dalla sanità alla manutenzione delle strade.

Inoltre, grazie alla sua influenza nei circoli di potere libici, è riuscito ad ottenere il monopolio del trasporto di denaro corrente dalle filiali della Banca centrale libica (Cbl) alle diverse banche locali della Tripolitania. Grazie a quest’ultima attività, la Ssa si è ulteriormente arricchita, sia per il servizio offerto sia per le somme sottratte illegalmente dal denaro trasportato.

Con la complicità delle milizie di Zawiya, città costiera a ovest di Tripoli, la milizia di Gheniwa ha preso prima il controllo sul sistema di partenze, intercettazioni e detenzioni dei migranti e poi sul contrabbando di prodotti petroliferi.

In particolare, la Ssa gestisce i centri di detenzione di al-Maya e Abu Salim, in cui i prigionieri – secondo quanto denunciato per ultima da Medici senza frontiere nel 2023 – vengono torturati per estorcere dei riscatti alle famiglie nei Paesi d’origine. Non solo: grazie ai legami politici di Gheniwa, nel dicembre 2022 il suo uomo Mohammed al-Khoja è stato posto a capo del Dipartimento per il contrasto all’immigrazione illegale (Dcim), l’organismo statale incaricato di gestire il sistema di detenzione dei migranti che dipende dal ministero dell’Interno. 

Tutto questo potere, però, è diventato problematico per Gheniwa.

L’omicidio e il caos

Il ricercatore dell’Istituto tedesco sulla sicurezza e gli affari internazionali (Swp) Wolfram Lacher spiegava in un rapporto del marzo 2024 che l’accentramento del potere è costato alla Ssa l’ostilità di diversi gruppi armati. Tra questi, il documento citava la Brigata 111, con cui la milizia di Gheniwa ha avuto uno scontro per il controllo della compagnia di telecomunicazioni nazionali, la seconda più grande impresa del Paese.

«C’è una crescente sensazione tra i capi delle milizie che Gheniwa stia diventando troppo potente e che debba essere rimesso al suo posto», ha dichiarato Lacher in un’intervista a IrpiMedia il 10 maggio 2025. Due giorni dopo, Gheniwa, il re di Tripoli, viene assassinato. Sarebbe stato ucciso durante un meeting avvenuto in una zona controllata dalla Brigata 444 a cui partecipavano, riporta New Lines Magazine, degli alti funzionari statali. Tra loro, anche il comandante della Brigata 444, Mahmoud Hamza, capo dell’intelligence militare di Tripoli dall marzo 2024.

L’omicidio di Gheniwa fa esplodere la violenza in città.

La Brigata 444, la Brigata 111 e altre milizie fedeli a Dabeiba cercano di approfittare della situazione per conquistare territori e potere. Dopo aver eliminato il capo della Ssa, le brigate 444 e 111 assaltano e conquistano anche il quartier generale della milizia rivale, nella zona di Abu Salim. 

Poi, puntano ad Est, verso l’aeroporto di Mitiga. Questa è la parte di città controllata da un’altra storica milizia con forti legami politici: la Special deterrence force (Sdf) dell’influente Abdoul Raouf Kara.

La sua caduta rappresenterebbe uno stravolgimento nelle dinamiche di potere nella Libia occidentale, ma non si concretizza. Il gruppo di Kara, infatti, riesce a mantenere le sue posizioni.

Dabeiba cerca, via decreto, di sciogliere le Sdf di Kara. Il Consiglio presidenziale della Libia lo impedisce, annullando i provvedimenti del primo ministro, il 22 maggio. Intanto lavora per un cessate-il-fuoco: istituisce insieme a Unsmil, la missione Onu in Libia, il Comitato per la tregua, un fragile organismo a cui partecipano veterani dell’esercito che non hanno preso parte al conflitto.

Nel frattempo la missione Onu prosegue le consultazioni con i leader lontano dalla capitale, con l’obiettivo di arrivare, un giorno, a organizzare delle elezioni in Libia. 

In queste settimane di caos seguite all’omicidio di Gheniwa, Dabeiba ha cercato di trarre un vantaggio politico, riducendo il mandato istituzionale (in particolare in merito alla gestione dell’ordine pubblico) conferito alle milizie degli oppositori.

Non è però riuscito a ottenere consenso, né dalle altre istituzioni libiche né dalla popolazione, che manifesta da settimane per chiedere la fine della violenza e della scia di vittime, anche civili. 

Tripoli si è così divisa in due fazioni, pro e contro Dabeiba.

Tra i sostenitori di Dabeiba, ci sono Mahmoud Hamza con la Brigata 444, Abdul Salam Zoubi con la Brigata 111 ed Emad Trabelsi, in passato a capo di una milizia accusata di traffico di migranti e petrolio nel frattempo passata sotto la guida del fratello Abdullah. Dal novembre 2022, Trabelsi è ministro dell’Interno e lo scioglimento del Dcim potrebbe averlo ulteriormente rafforzato.

Sullo schieramento opposto, che è meno definito e più instabile, si potrebbero collocare, invece, la Sdf di Kara, quel che resta della Ssa e le milizie di Zawiya, con questi ultimi due attori che sono stati decisivi nel consentire alla Sdf di respingere gli attacchi nei giorni di maggiori scontri.

Proprio dalla città ad ovest di Tripoli proviene anche l’erede di Gheniwa e nuovo capo della Ssa, Hassan Busriba, da tempo oppositore di Dabeiba e, in passato, grande sostenitore di Abdel Rahman al-Milad, detto Bija.

La versione di Dabeiba

Il 14 maggio 2025, poche ore dopo l’annuncio del cessate il fuoco, il primo ministro parla in tv ai libici dando la sua versione dei fatti: «Le milizie sono diventate più grandi dello Stato stesso», dichiara. Si è «trovato davanti a questa realtà già consolidata» al suo arrivo al potere, aggiunge. 

Spiega poi che Gheniwa, prima di morire, controllava «sei banche nel Paese» e «chiunque disobbedisse ai suoi ordini veniva imprigionato o ucciso». Per questo, prosegue, l’operazione militare per fermare le violenze a seguito all’omicidio di Gheniwa è stata «un’operazione riuscita, condotta rapidamente e senza danni, nonostante l’alta densità abitativa dell’area». 

Infine, Dabeiba annuncia che chiunque si schieri con il Gnu «sarà accolto, mentre chi continuerà con estorsioni e corruzione non sarà più tollerato». Sembra un ultimatum per le milizie a lui ostili ma, al tempo stesso, sembra anche una minaccia fuori tempo massimo, dal momento che il tentativo violento di eliminare le fazioni nemiche era sostanzialmente fallito appena poche ore prima. 

A Tripoli, di pari passo con gli scontri militari per le strade, sono andate in scena manifestazioni di piazza, proseguite anche dopo il cessate il fuoco. Venerdì 23 maggio 2025 migliaia di persone hanno invaso ancora una volta la Piazza dei Martiri, nel centro di Tripoli, per manifestare davanti agli edifici governativi e chiedere la destituzione di Dabeiba, considerato il principale responsabile delle violenze delle ultime settimane. 

Gli animi della popolazione erano già in fermento da tempo e gli scontri cominciati il 12 maggio sono stati la scintilla che ha fatto scoppiare le proteste. La cittadinanza critica l’operato del Gnu, gli arresti arbitrari degli oppositori politici, la corruzione ormai intrinseca negli apparati statali, il dominio di alcune famiglie nella gestione dei fondi pubblici. Anche tre ministri del governo Dabeiba si sono dimessi per supportare i manifestanti.

Secondo un’analisi di Transparency international del 2024, negli ultimi anni la Libia era caduta ad appena quattro posizioni dall’ultimo posto nell’indice della corruzione, mentre il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha sottolineato come le licenze per fare business siano assegnate in base a mazzette e favori, non a criteri oggettivi.

La famiglia di Dabeiba ha usato il suo accesso ai fondi statali per aumentare la propria influenza e le proprie ricchezze. I suoi rivali accusano il premier di essersi comprato la nomina corrompendo diversi funzionari del Forum di dialogo politico sulla Libia, l’organismo delle Nazioni unite che nel 2020 avrebbero dovuto facilitare lo svolgersi di elezioni nel Paese e che poi ha favorito la creazione del Gnu. 

Paradossalmente, ora è proprio Dabeiba a chiedere di andare al voto, per evitare che i suoi rivali formino un nuovo esecutivo senza di lui. Martedì 27 maggio 2025 ha affermato di voler «porre fine ai periodi di transizione andando direttamente alle elezioni».

Inoltre, scrive Libya Observer, ha ribadito l’impegno del suo governo a smantellare i gruppi armati che operano al di fuori del controllo dello Stato e a rafforzare il ruolo delle istituzioni militari e di polizia ufficiali. Va probabilmente letta in tal senso anche la scelta del primo ministro di riconoscere la giurisdizione della Corte penale internazionale sui presunti crimini contro l’umanità commessi in Libia dal 2011. 

Sia ai libici sia alla comunità internazionale Dabeiba cerca di presentarsi come colui che si batte contro le milizie e per lo Stato di diritto. In realtà, le sue mosse sono sembrate uno spregiudicato tentativo di ridistribuire il potere nell’Ovest del Paese: ha cercato di toglierne alle milizie a lui ostili per darne di più a quelle a lui fedeli. 

La mossa però è solo parzialmente riuscita e le proteste potrebbero proseguire.

Fuori da Tripoli

Quello che è successo e succederà a Tripoli è seguito con attenzione anche fuori dalla capitale e oltre i confini del Paese. Uno degli attori più interessanti è ovviamente Khalifa Haftar, il leader della Libia orientale, che nei giorni di maggiore tensione avrebbe spostato alcune delle sue truppe verso Ovest, in particolare verso Sirte e Jufra.

Haftar è fortemente legato alla Russia e, infatti, nelle due città sono presenti anche gli Africa Corps, il gruppo mercenario composto dai membri della Wagner ora sotto il diretto controllo dei servizi di intelligence militare russa. 

Mosca è un attore importante per determinare il futuro della Libia, ma lo è ancora di più la Turchia che, al momento, rimane in una posizione ambigua. 

Se fino alla fine del 2023 il governo di Recep Tayyip Erdogan poteva essere considerato stretto alleato di Dabeiba, negli ultimi due anni il presidente turco si è molto avvicinato anche ad Haftar.

Lo scorso aprile, il figlio del maresciallo, Saddam Haftar, è stato in Turchia in qualità di generale delle forze di terra dell’est.

Ha siglato diversi accordi per addestramenti ed equipaggiamenti, tra cui alcuni per la fornitura di droni, armi sempre più cruciali nei conflitti contemporanei che Ankara produce internamente e usa come importante carta negli accordi internazionali.

La diplomazia turca, così come quella di molti altri paesi, ha chiesto durante gli scontri una veloce risoluzione dei conflitti in corso. La missione Onu in Libia (Unsmil) ha definito le violenze e le vittime da essa causate «un fallimento di tutte le parti coinvolte nel rispettare il diritto umanitario internazionale».

Molti paesi europei hanno fatto dichiarazioni simili e il 19 maggio Dabeiba ha incontrato l’ambasciatore Ue in Libia insieme ai diplomatici di altri Stati europei, tra cui l’Italia.

Secondo Claudia Gazzini, però, negli ultimi mesi il conflitto libico è uscito dalla lista delle priorità delle capitali occidentali. «Non c’è una visione internazionale unificata per la Libia», ha detto l’esperta analista di International Crisis Group a Sky News Arabia.

Ciò che sembra interessare maggiormente all’Ue e all’Italia è, ancora una volta, la migrazione. Con gli ambasciatori europei, infatti, Dabeiba ha discusso delle gravi violazioni commesse da alcune milizie.

L’incontro, ha spiegato una nota dell’esecutivo libico, ha affrontato anche «i crescenti legami tra questi gruppi e la tratta di esseri umani e l’immigrazione illegale, chiedendo una posizione internazionale più forte a sostegno degli sforzi governativi volti a contrastare questi fenomeni».

A conferma di ciò, tre giorni dopo, l’ambasciatore Ue a Tripoli, l’italiano Nicola Orlando, ha incontrato il ministro dell’Interno Trabelsi. Su X, ha detto di aver «ribadito il sostegno dell’Ue agli sforzi pacifici per unificare le istituzioni di sicurezza libiche» e di aver «esortato tutte le istituzioni a sostenere il diritto alla protesta pacifica».

Quindi, ha fornito rassicurazioni in ambito migratorio: «Siamo pronti ad approfondire la cooperazione su priorità condivise: rimpatri umanitari volontari, salvataggio di vite in mare e nel deserto e rafforzamento del confine meridionale della Libia.

L’Ue finanzia già il 95% dei rimpatri dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) dalla Libia ed è pronta a fare di più in stretta collaborazione con il ministero».

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