Adriano Cario resta un senatore della Repubblica italiana. La sua posizione è stata convalidata dal voto dei colleghi presenti alla seduta pubblica della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato, l’organismo parlamentare che interviene sia quando ci sono elezioni contestate, sia quando una procura della Repubblica chiede l’arresto di un senatore. A votare per la convalida di Cario la sera del 10 novembre, secondo le prime indiscrezioni pubblicate dai giornali degli italiani all’estero, sono stati i senatori di Lega, Forza Italia e Movimento Cinque Stelle. Contrari alla convalida invece Partito Democratico e Italia Viva.
Alberto Cario, indagato anche dalla Procura di Roma per brogli elettorali, è entrato in parlamento con l’Unione Sudamericana Emigrati Italiani (Usei), movimento politico fondato dal deputato italo-argentino Eugenio Sangregorio. In questi anni i candidati esclusi del Partito Democratico – Fabio Porta al Senato e Alberto Becchi alla Camera – hanno raccolto diverse prove di anomale concentrazioni di voti per l’Usei nel collegio elettorale che fa capo al consolato di Buenos Aires, uno dei più importanti per il voto degli italiani all’estero.
Porta è riuscito a portare il caso di Cario di fronte alla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato, la quale ha istituito un Comitato, che ha svolto le sue indagini. Un elemento fondamentale è stato fornito dalle perizie calligrafiche svolte sia dalla magistratura, sia dal Comitato della Giunta grazie alle quali sono stati individuati, in particolare su due sezioni, gruppi di schede con preferenze per Cario espresse rispettivamente da dieci e cinque mani.
Un elemento fondamentale è stato fornito dalle perizie calligrafiche svolte sia dalla magistratura, sia dal Comitato della Giunta grazie alle quali sono stati individuati, in particolare su due sezioni, gruppi di schede con preferenze per Cario espresse rispettivamente da dieci e cinque mani
Secondo i conteggi di Porta, l’elezione di Cario è stata decisa da circa 10mila voti. In particolare si contesta il voto di otto delle trentadue sezioni della città di Buenos Aires dove le preferenze a favore di Cario sono state di oltre il 90%. A queste perizie si sono sommate quelle ordinate dai pm della Corte d’appello di Roma, che ha la competenza territoriale per le indagini che riguardano il voto degli italiani all’estero.
Le ragioni della difesa
Il senatore Alberto Cario in Giunta è stato difeso dall’avvocato ed ex parlamentare Maurizio Paniz. Nella seduta pubblica, Paniz ha contestato in pratica quattro punti: i tempi del ricorso contro l’elezione di Cario; il mancato contraddittorio sugli indizi di contraffazione delle schede che impedisce di considerarle delle prove per un procedimento penale; il numero esiguo di schede contestate e l’uso del criterio della probabilità come chiave per contestare l’esito delle elezioni.
In punto di diritto, Paniz sostiene che il candidato Porta aveva venti giorni di tempo, passate le elezioni del 4 marzo 2018, per contestare l’elezione di Cario. La contestazione invece è avvenuta solo il 16 aprile successivo. La replica è che i ritardi sono dovuti ai riconteggi delle schede effettuati dalla Corte d’appello di Roma, con la quale i ricorrenti hanno avuto un lungo contenzioso che poi si è risolto con il voto del Tar del Lazio. In merito al procedimento penale, Paniz sottolinea che l’assistito Cario non ha ancora ricevuto alcuna informazione di garanzia, l’atto con cui una procura notifica le indagini in corso, a riprova – ha sostenuto – della debolezza degli elementi indiziari. In più, ha detto Paniz, «il ricorrente (Porta, ndr) si basa su una serie di prove assunte nell’ambito del procedimento penale primo fra tutti le prove cosiddette grafiche, terreno di prova tra i più discutibili». Visto che gli indizi per diventare prove devono passare dal dibattimento, secondo Paniz non possono essere considerate valide ai fini della discussione in Giunta.
Nel merito, ha riferito Paniz, le schede che secondo la perizia dell’accusa sono state falsificate all’interno di otto sezioni sono troppo poche per poter mettere in discussione l’esito dell’intera votazione. «Il ricorrente – ha detto l’avvocato – dimentica che su questa vicenda c’è stato un originario accertamento della Corte d’appello che ha deciso di annullare solo sette schede elettorali. È un dato che non può essere dimenticato». Di fondo, l’avvocato ha contestato l’idea che l’esito dei controlli su un piccolo campione possa essere allargato «in modo probabilistico» all’intera votazione. Quindi, in sostanza, ha chiesto che le verifiche siano fatte su tutte le schede elettorali in modo che la prova dei brogli sia «offerta in maniera piena, univoca e sicura».
La difesa di Paniz però secondo i legali di Porta non tiene conto del tempo: per poter arrivare alla discussione di fronte alla Giunta in una seduta pubblica sono già passati oltre tre anni e la legislatura volge ormai al termine. I tempi della magistratura non sono nemmeno immaginabili e intanto i dubbi sulla legittimità del processo elettorale all’estero crescono, visti i precedenti storici.
L’iter decisionale sulla posizione di Cario, per altro, non è nemmeno finito: la decisione della Giunta infatti deve essere ratificata dal Senato in aula, che potrebbe teoricamente anche ribaltare l’esito. Finora, come insegnano i precedenti, non è una circostanza che si è verificata.
Il problema del voto all’estero
È evidente che il voto all’estero, in particolare nella circoscrizione dell’America Latina, non funziona. Un primo motivo sembra essere di natura storica: tra gli elettori delle ripartizioni in cui gli italiani sono emigrati in massa a metà del Novecento c’è una fetta importante che vota per ius sanguinis, quindi per una cittadinanza acquisita, senza che ci sia alcuna reale frequentazione dell’Italia. Secondo Federico Anghelé, analista e attivista che dirige The Good Lobby Italia, organizzazione non profit che studia e promuove la partecipazione ai processi democratici, ci sono alte probabilità che in questi casi, più che in altri, «il voto sia disinformato e probabilmente disinteressato dato che i legami sono spesso impalpabili con l’Italia».
Questa considerazione si inserisce in una più generale discussione «sul diritto di voto all’estero e su come lo si ottiene». Discussione di cui in Parlamento però non c’è traccia, nonostante dalla prossima legislatura il numero dei parlamentari si ridurrà, comportando delle inevitabili modifiche nel sistema della rappresentanza dei collegi elettorali. A questo si aggiunge il tema del voto per posta, meccanismo spesso contestato per quanto impiegato anche in altri Paesi del mondo. «Probabilmente è la combinazione di fattori storico-culturali con le modalità di voto per posta ad aver creato certe situazioni», commenta Anghelé.
Il tema più in generale, al di là delle ombre di brogli, riguarda la verifica e il controllo sul potere dei parlamentari, dai loro frequenti conflitti di interesse fino ai casi limite del seggio conquistato con presunti brogli elettorali. Una delle criticità sta nel fatto che gli organismi che sorvegliano i parlamentari sono composti da colleghi. Dal punto di vista di The Good Lobby, l’approccio da adottare in questa materia dovrebbe essere lo stesso seguito dal Parlamento europeo: a settembre Strasburgo ha proposto l’istituzione di un organismo composto da nove membri indipendenti (tre selezionati dalla Commissione, tre eletti dal Parlamento e tre nominati di diritto tra gli ex giudici della Corte dei conti) allo scopo di valutare almeno casi di corruzione e conflitto di interessi.
«L’organismo etico – scrive The Good Lobby sul suo sito – dovrebbe essere composto da nove membri indipendenti e sarà in grado di avviare proprie indagini, pubblicare raccomandazioni senza chiedere il permesso al presidente. In questo modo la supervisione sui casi di corruzione, conflitti d’interessi e porte girevoli sarà seria e indipendente». Almeno questa è la speranza, visto che ad oggi le sanzioni comminate dai parlamentari ai loro colleghi è pressoché zero, in Italia, in Europa e non solo.