Benevento, la lotta di un gruppo di cittadini contro un impianto che produce asfalto

Ponte, a 20 minuti dalla città, è interessata da interventi infrastrutturali finanziati anche con il Pnrr. È lì dove ha sede lo stabilimento della La.b.i.t. srl, di proprietà di un’importante famiglia di industriali locali

© Alessandro Leone

A Ponte, in provincia di Benevento, sul mattonato di alcune abitazioni e su alcune auto parcheggiate si nota da tempo una patina di polvere bianca. È il segno tangibile della presenza di un impianto che produce conglomerati bituminosi, prodotti che servono a pavimentare le strade.

Si trova in via Piana, una tranquilla strada di periferia a 20 minuti da Benevento. È di proprietà della La.b.i.t. srl, azienda della famiglia Rillo, a capo di un gruppo che dagli anni Sessanta si aggiudica importanti commesse pubbliche, tra cui dei lavori per le principali strade statali della zona, il raddoppio della superstrada Benevento-Campobasso, quello della linea ferroviaria Caserta-Foggia, le strutture di accoglienza lungo il cammino del Rosario di Padre Pio a Pietrelcina e il centro commerciale I Sanniti. Via Piana è sede da tempo di alcune delle sue aziende.

In Breve

Per alcuni residenti, però, da circa quattro anni la vita è cambiata del tutto, a causa del nuovo impianto. «Non doveva essere costruito qui», dice Barbara, nome di fantasia.

«La polvere si infiltra dappertutto. Siamo veramente rovinati», aggiunge. «Se lavorano di notte, come è capitato, non si riesce nemmeno a dormire», le fa eco Tiziano. «Io lavoro da quando avevo 14 anni – prosegue –. Adesso che mi potrei godere un po’ la vita mi devo innervosire perché o mi arriva il fumo o la puzza o la polvere. C’era un rumore continuo nelle orecchie». 

Nella sua camera da letto, Francesco si china e con il pollice e l’indice mostra lo spessore del ribasso che ha subito il pavimento, conseguenza, come affermano anche altri residenti, delle scosse provocate dai macchinari da lavoro.

«C’è stato un periodo in cui tremavano – dice appoggiando la mano aperta sui vetri degli infissi della sala – eppure sono nuovi». Le ruspe causano piccoli sismi che fanno tremare le case e gli infissi, l’odore di catrame costringe le persone a vivere segregate e la coltre bianca – residuo della lavorazione degli inerti – si deposita ovunque. «Che situazione orrenda – aggiunge Barbara – con tutti i sacrifici che abbiamo fatto per costruire queste case». 

Visuale dall’alto della zona di via Piana. In basso gli stabilimenti di La.b.i.t. srl e Laif; dall’altro lato della strada le case dei residenti
Visuale dall’alto della zona di via Piana. In basso gli stabilimenti di La.b.i.t. srl e Laif; dall’altro lato della strada le case dei residenti © Redazione IrpiMedia / Google Earth

I residenti della zona pretendono chiarezza dalle istituzioni sugli effetti dell’impianto industriale sull’ambiente e sulla salute pubblica. Chiedono che sia spostato altrove, in un luogo dove possa essere meno nocivo. Non esistono risposte ufficiali sul motivo per cui sia stata scelta quella zona per un impianto del genere, ma un fatto è certo: per la provincia di Benevento il 2025 è un anno di grandi investimenti e asfalto e calcestruzzo, due dei principali business della famiglio Rillo, saranno prodotti molto richiesti.

Entro l’estate, il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini ha annunciato che partiranno i lavori sulla statale Telesina, la principale strada di collegamento verso Roma. Sono poi previsti importanti lavori per la nuova tratta ferroviaria dell’alta velocità Napoli-Bari, un’opera il cui cantiere è stato inaugurato da Salvini a luglio del 2024.

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La battaglia delle pec

I residenti, negli anni, le hanno provate tutte per ottenere il loro obiettivo: hanno tentato la via della procedura negoziata con la La.b.i.t. srl per un risarcimento, che si è conclusa senza esito. Poi hanno provato con segnalazioni a Regione, Provincia, Comune e Arpac, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale in Campania. A forza di insistere, hanno raccolto una serie di documenti utili per stimolare dei controlli sul rispetto delle prescrizioni ambientali previste dall’Arpac.

È la fine del 2023 quando l’avvocata Vincenza Stefanucci, possiede una casa vicino all’impianto, inizia una battaglia a suon di pec. Le prime sono destinate alla La.b.i.t. srl, a cui richiede le autorizzazioni per la messa in funzione dell’impianto. Di fronte alla mancata risposta, procede con l’accesso agli atti rivolto alle istituzioni. 

Dove oggi sorge l’impianto per conglomerati bituminosi, nel 2019 era registrata come proprietaria del terreno un’altra azienda della famiglia Rillo, la La.i.f. srl. Secondo il Piano urbanistico attuativo (Pua) dell’epoca, ovvero il documento con cui si certifica la trasformazione di un’area urbana, il lotto doveva avere come destinazione il riutilizzo di materiali provenienti da scavi e demolizioni, con una zona di verde pubblico e parcheggi. D’altronde via Piana ospita soprattutto aziende vitivinicole e frantoi.

«La zona è destinata ad edifici ed attrezzature per attività artigianali e industriali» e «sono vietati gli insediamenti per industrie nocive di qualsiasi genere e natura», si legge nel Certificato di destinazione urbanistica (Cdu), il documento rilasciato dal Comune alla La.i.f. Eppure, alla fine del 2020, sullo stesso terreno della La.i.f. viene installato l’impianto per la produzione del bitume della La.b.i.t., nuova proprietaria del terreno, appartenente sempre alla famiglia Rillo.

L’impianto – dicono i residenti – è diventato operativo già a febbraio 2021, un anno e mezzo prima del rilascio dell’Autorizzazione unica ambientale (Auc), il principale documento che racchiude tutte le prescrizioni da rispettare in tema di ambiente concesso a luglio del 2022. Imprese come la La.b.i.t. rientrano già dal 1994 nell’elenco delle «industrie insalubri» stilato dal ministero della Salute.

Verso la fine del 2023 le richieste dei cittadini di via Piana alle istituzioni iniziano a sortire qualche effetto. Tra i documenti recapitati ai residenti, l’avvocata Stefanucci scopre le prescrizioni stabilite dall’ente incaricato dei monitoraggi ambientali, l’Arpac. L’agenzia regionale aveva chiesto una serie di interventi per limitare fumi ed emissioni di particelle inquinanti fin dal principio. 

Dalla “messa in esercizio dell’impianto” – secondo l’azienda avvenuta a novembre del 2022 – alla fine del 2023 Arpac aveva condotto due ispezioni, una nell’ottobre del 2022 e l’altra nel gennaio del 2023. Durante entrambe, Arpac non aveva potuto fare campionamenti utili a valutare la situazione ambientale perché l’impianto non era in funzione. 

Con le prescrizioni in mano, però, l’avvocata Stefanucci – in rappresentanza di alcuni residenti – si convince che l’agenzia regionale non abbia controllato adeguatamente l’azienda e chiede un nuovo sopralluogo, concesso poi il 16 gennaio del 2024.

Saranno dieci, alla fine, le violazioni riscontrate, tra cui la mancanza di un sistema di convogliamento dei serbatoi di stoccaggio del bitume, da cui derivano emissioni diffuse; gli stoccaggi di cumuli di granulato d’asfalto, alti cinque metri, che provocano «emissioni diffuse non autorizzate»; l’assenza della motospazzatrice e dell’autobotte sui camion, previste per l’abbattimento delle polveri diffuse, e della postazione di lavaggio delle ruote dei camion in uscita, che contribuiscono a lasciare polvere e fango sulla strada provinciale. 

Il monitoraggio della situazione ambientale è una delle condizioni necessarie per la concessione dell’autorizzazione dell’impianto, così Arpac torna a visitarlo, questa volta in funzione, per effettuare due campionamenti il 13 e il 15 febbraio 2024. Nel verbale si segnala la «rilevante quantità di fumo di asfalto» che si alza durante la fase di carico e scarico degli autocarri, oltre alle emissioni fuggitive dal modulo miscelatore.

Le analisi, però, non riscontrano superamenti dei valori della soglia olfattiva o dei limiti di emissione, anche se manca in tutti i casi il campionamento del benzopirene, agente cancerogeno, per «problematiche tecniche dei laboratori Arpac», si legge nel verbale dell’ente. 

La multa della Regione

A seguito del sopralluogo del 16 gennaio del 2024, l’Arpac trasmette una contestazione di illecito penale e amministrativo. Destinatari delle comunicazione sono la procura di Benevento, che apre un fascicolo, e la Regione Campania, che inizia un procedimento sanzionatorio per «aver effettuato una modifica sostanziale senza averne dato comunicazione e contestuale richiesta di autorizzazione», prosegue il documento.

Le indagini della procura sono ancora in corso. La Regione, invece, nel giugno del 2024 condanna la La.b.i.t. srl a pagare una sanzione amministrativa da mille euro, una cifra irrisoria «visto che trattasi di prima infrazione» e dato che «la ditta ha provveduto a eliminare alcuni inconvenienti», si legge sul decreto dirigenziale.

Eppure, nel corso del procedimento amministrativo, Arpac ha evidenziato delle emissioni anche gravi: da «tre serbatoi di stoccaggio del bitume» una serie di «effluenti pericolosi», in particolare il benzopirene, una sostanza cancerogena, «venivano immessi in atmosfera senza essere abbattuti». Questo elemento non viene però preso in considerazione dalla Regione nel calcolo della sanzione amministrativa. 

La polvere che si alza durante la fase di carico e scarico dei mezzi ripresa dalla casa di un vicino

L’impianto in funzione in tarda serata nel luglio 2024

Sia la Provincia sia la Regione hanno negato un incontro a IrpiMedia. L’Arpac ha fatto altrettanto perché coinvolta nel procedimento penale della procura come supporto tecnico alla polizia giudiziaria. La.b.i.t. srl non ha risposto alle richieste di commento di IrpiMedia. 

Le diverse opinioni di Arpac e residenti

La sanzione amministrativa, quindi, non è per niente sufficiente, secondo alcuni residenti di via Piana.

Anche nella seconda metà del 2024, nelle chat di WhatsApp condividono i video del fumo che emerge durante il carico dei mezzi o quello che spunta dall’impianto, i detriti e le polveri lasciate dai camion, in perenne movimento sulla strada. Non è cambiato niente, dal loro punto di vista.

Diversa invece l’opinione di Arpac che a seguito del sopralluogo del 28 ottobre 2024 indica che «non si è rilevata la presenza di polveri diffuse» nonostante – denunciano i residenti – le tracce evidenti di polveri sulle case di via Piana. A gennaio del 2025, la Regione ha attivato un tavolo tecnico tra Arpac e La.b.i.t. srl per risolvere quelle che considera «criticità residuali», di cui non ha precisato la natura. 

L’impianto senza barriere dell’ottobre 2023

A oltre un anno dal suo insediamento avvenuto a maggio del 2023, entra nella vicenda della La.b.i.t. srl anche la nuova amministrazione comunale di Ponte. Il sindaco Antonio Caporaso delega infatti l’ingegnere Feliciano Cefalo, consulente per l’urbanistica e le attività produttive, a effettuare un’altra ispezione nell’impianto, aperta anche ai residenti di via Piana.

La La.b.i.t. srl, rivendicando la proprietà privata dell’impianto, si oppone alla presenza dell’avvocata Stefanucci, rappresentante legale di alcuni dei residenti, e ritarda l’ispezione di qualche settimana.

Avviene il 5 febbraio 2025, dopo che è stato posizionato un nuovo manto stradale sulla provinciale, ripulita momentaneamente dal fango, dalla polvere e dai detriti. «La mia impressione – spiega l’ingegner Cefalo, raggiunto al telefono dopo l’ispezione – è che queste persone (i residenti rappresentati dall’avvocata Stefanucci, ndr) anziché attivarsi per ripristinare eventualmente una condizione di diritto che secondo loro non è rispettata, vogliono che uno o più enti pubblici si attivino per risolvere problematiche che riguardano interessi di natura privata».

È la certificazione che i cittadini non otterranno nulla dalle istituzioni? «Questo – replica Celfalo – è un tuo punto di vista». E intanto i residenti aspettano ancora risposte soddisfacenti. 

*I nomi degli abitanti sono stati cambiati o omessi per tutelare le fonti.