Mercoledì 10 settembre 2025, a Sana’a, capitale dello Yemen, una bomba viene sganciata su un complesso di edifici governativi nei pressi di piazza al-Tahrir, dove hanno le proprie sedi due giornali storici. La piazza si trova nel cuore della capitale; ha una conformazione a quadrilatero, più lunga su due lati. Un primo blocco dell’edificio ospita i due media; un secondo, separato, contiene il quartier generale dei media del partito degli Houthi, Ansarullah.
È l’attacco sui civili più grave del 2025, con 185 vittime, tra morti e feriti. I decessi sono 38. Tra loro ci sono 31 giornalisti e cinque bambini. È il peggiore attacco contro i giornalisti nella regione e il secondo peggiore attacco alla stampa registrato a livello globale, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj). I feriti sono 147 (anche qui ci sono bambini: in tutto 31).
Eppure, a parte qualche cronaca il giorno dell’accaduto, questo evento è caduto sotto silenzio. Almeno fino a quest’inchiesta, realizzata grazie alla collaborazione di giornalisti e videomaker yemeniti, di cui questo è il primo di tre articoli.
L’inchiesta è stata possibile grazie a un accesso esclusivo al luogo della strage, all’archivio dei giornali, ai materiali della bomba e alle storie dei sopravvissuti, dei familiari delle vittime e dei civili coinvolti nell’attacco. I media televisivi e i freelance locali hanno collaborato fornendo materiali video girati nelle ore dell’attacco e le immagini delle telecamere a circuito chiuso del portale d’accesso al sito e all’area di parcheggio dei mini-bus.


L’attacco
Sono le ore 17:00. Dopo la preghiera del pomeriggio, gli yemeniti acquistano la cena, prelevano i figli da scuola, riprendono i mini-bus per tornare al lavoro.
L’ora di punta ha favorito la mattanza, complice la posizione del compound in centro città, con le strade gremite di civili. Sul lato di via Ali Abdul Moghri si apre la stazione dei pullman di centro città, affollatissima a ogni ora. È molto frequentata anche da studenti e studentesse universitari e da giovani che si riversano in città per studiare o lavorare.
È un’unica bomba. Di fabbricazione statunitense, è sganciata da un aereo militare israeliano. Deflagra nell’intersezione tra la città vecchia e la nuova, non distante dal museo archeologico e dallo storico Ghamdan Palace, dal palazzo delle tv, dalla piazza dove, nel 2011, migliaia di persone fecero la rivoluzione che fece cadere il presidente Ali Abdullah Saleh.
In pochi secondi spazza via la stazione dei mini-bus con chi, conducenti o passeggeri, attende la partenza del proprio mezzo; la moschea del compound, con chi si era attardato a pregare; i residenti del quadrilatero rientrati nelle loro case; ma, soprattutto, brucia, smembra e seppellisce vivi tipografi, giornalisti e operatori di due giornali – 26 Settembre e al-Yemen – che hanno appena chiuso il numero in stampa e messo in funzione le rotative.
Il contesto: la guerra in Yemen
La guerra in Yemen è un conflitto locale divenuto molto presto regionale. Scoppia nel 2015 quando il Paese, dopo la rivoluzione del 2011 e la destituzione dell’ex presidente Al Abdullah Saleh, passa in mano alla compagine politica dei Fratelli musulmani yemeniti. Presto, però, le istanze separatiste del movimento del Nord, guidato dalla milizia filo-iraniana di Ansarullah (I Partigiani di Dio) e capeggiata dalla tribù al-Houthi, prendono il sopravvento.
Gli Houthi occupano la capitale Sana’a e tentano la conquista militare di tutto il Paese. Non ci riusciranno perché l’ex presidente Mansour Hadi richiederà l’aiuto e l’intervento dell’Arabia Saudita che ristabilirà ad Aden il governo centrale, riconosciuto internazionalmente. Questi avvenimenti accadono in un solo anno, dal 2015 al 2016. I dieci anni successivi fino a oggi, sono caratterizzati da un consolidamento del governo della milizia filo-iraniana degli Houthi al Nord e dall’emergere di nuovi separatismi a Sud, fomentati dagli interessi degli Emirati Arabi Uniti che premono per avere il controllo delle coste meridionali.
Lo Yemen, soprattutto a Nord, è oggetto diretto della strategia delle terre che Israele si vuole riprendere. Le considera di interesse strategico e di primato coloniale per il progetto del Grande Israele in Medio Oriente, per via della storica presenza di una comunità ebraica che risale al regno pre-islamico di Axum e che si muoveva tra l’attuale Arabia Saudita del Sud (regione di Jizan) e il Corno d’Africa, dove Tel Aviv ha appena riconosciuto lo Stato del Somaliland.
Le vittime della stampa in Yemen: i numeri e i nomi
Durante i sette anni della guerra aerea guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, tra il 2015 e il 2022 sono stati registrati 14 giornalisti e operatori uccisi in oltre venti attacchi contro lavoratori singoli e organi di informazione. Ad essi si aggiungono i 31 uccisi il 10 settembre 2025 con una sola, precisissima bomba.