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Fin dall’inizio del conflitto, l’eredità storica ucraina è stata un bersaglio strategico per le forze d’invasione. In quanto manifestazione fisica dell’identità della nazione, è un ostacolo, per la Russia, al processo di assimilazione culturale
Anche quest’anno, in Ucraina, è iniziato col botto. Non quello dei fuochi d’artificio o delle bottiglie di spumante, ma quello assordante dell’impatto di un drone russo che colpisce l’obiettivo. Peccato che questa volta a essere distrutto non sia stato un obiettivo militare, ma uno dei musei simbolo del Paese. E non si è neppure trattato di un errore di puntamento. Oramai, infatti, è chiaro che musei e monumenti sono bersagli volontari e strategici per l’esercito russo.
«Come per altri edifici e monumenti, possiamo ritenere con certezza che non vi fossero obiettivi militari a giustificare l’attacco», racconta l’avvocato, oggi sergente, Vitaliy Tytych.
Il presentimento che non si fosse trattato di una casualità era venuto anche a me. Intanto perché a essere colpita è stata un’area esterna a Leopoli, nell’ovest dell’Ucraina, che poco ha a che fare con le zone del contendere. E poi, perché il museo era dedicato al caporale della formazione partigiana e paramilitare nazionalista ucraina UPA, Roman Shukhevych, che per anni aveva combattuto sul fronte opposto a quello dell’Armata Rossa.
In Breve
L'invasione russa dell'Ucraina è iniziata con una premessa culturale, ribadita dallo stesso Putin, che sostiene che l'Ucraina debba la sua esistenza alla Russia comunista. Da allora la distruzione del patrimonio culturale ucraino ha un valore strategico per la Russia
Secondo l'Unesco, dal 24 febbraio 2022 sono stati distrutti e danneggiati 345 monumenti. Il numero di opere rubate è pari a decine di migliaia. Gli esperti stanno documentando questi crimini e depositando alla Procura i casi riconoscibili come crimini di guerra (secondo la Convenzione dell'Aja del 1954)
Il saccheggio diventa un crimine contro l'umanità quando incita alla violenza politica e partecipa al sovvenzionamento di un conflitto. Tanti sono gli esempi di questo tipo – sia tra intere collezioni, sia tra i furti di minor valore – documentati dall'esperto di conflict antiquities Sam Hardy
La guerra non è iniziata nel 2022 ma nel 2014 con l'invasione della Crimea e il conflitto in Donbass. Uno dei primi risultati dell'annessione è stata l'autorizzazione russa a scavi archeologici, di per sé illegali, e il trasferimento dei reperti ucraini nei musei in Russia
Nel processo di assimilazione culturale un ruolo storico fondamentale è svolto dall'Unione Sovietica. Tramite l'erezione di monumenti, la rivisitazione delle collezioni e il recupero delle statue abbattute, il paesaggio culturale nei territori occupati sta mutando secondo un inquietante processo di sovietizzazione e russificazione
Quello attuale è solo un capitolo di una storia molto più lunga e vasta. Questa inchiesta dimostra come dietro la distruzione e il saccheggio del patrimonio ucraino ci sia una logica sistemica, replicata da decenni su un territorio vastissimo
A confermare i miei sospetti è stato, però, Tytych, che conosco da tempo. Quasi due anni fa l’ex avvocato, che ormai ha appeso la toga al chiodo, sembrava un’altra persona. Da allora ha perso almeno dieci chili, veste solo in uniforme mimetica, e non riesce più a separare la vita personale da quella dello Stato maggiore. Con vent’anni di esperienza nella gestione di crimini a sfondo culturale, si è fatto un nome per la sua rara conoscenza degli ori degli Sciti, un popolo nomadico influenzato dal contatto con la preesistente civiltà ellenica, di cui è stata rinvenuta traccia nell’area del Mar Nero nei primi secoli dopo Cristo.
«Chi possiede gli ori sciti possiede l’intera Ucraina», è un mantra che i russi, da bravi imperialisti, amano ripetere spesso.
Tytych è stato recentemente coinvolto nell’intricato processo, conclusosi a novembre scorso con una decisione storica e uno smacco non indifferente per le autorità russe, che ha visto il trasferimento all’Ucraina di 500 manufatti d’oro provenienti da quattro istituti culturali crimeani, esibiti all’interno del Museo Allard Pierson di Amsterdam, poco prima dell’inizio dell’occupazione della Penisola nel 2014.
È sempre Tytych a coordinare le ricerche relative alla scomparsa di un’altra parte di questo patrimonio, quella rubata del Museo di Storia Locale di Melitopol, svuotato il 30 aprile 2022 in seguito all’occupazione russa della città. Una porzione minima rispetto all’enorme collezione che è andata persa nel corso dei decenni anche per mano di oligarchi e musei privati ucraini.
Si deve al sergente anche la creazione di un sistema di documentazione e verifica delle collezioni storico-artistiche modellato sulla legislazione internazionale, con l’obiettivo di accertare quali e quanti casi di danni e furti del patrimonio culturale ucraino abbiano i requisiti per essere perseguiti internazionalmente come crimini di guerra, secondo la convenzione dell’Aja del 1954.
L’Unesco ha riconosciuto 345 monumenti distrutti o danneggiati dall’inizio di questa nuova guerra, tra cui 31 musei. Manca ancora una stima precisa del numero di opere trafugate, che potrebbe oscillare tra qualche decina di migliaia alle oltre 450 mila segnalate dal ministero della Cultura ucraino. Troppe istituzioni museali infatti non dispongono di archivi digitali su cui basarsi.
Che dietro l’invasione dell’Ucraina ci sia una premessa culturale è indubbio, Putin stesso ne ha sempre negato l’identità storica e culturale. Ma, nel contesto del lavoro di Tytych, questo non basta: «Ciò che conta sono le prove,» dice, rivelando come, in fondo, rimanga un uomo di legge, più che di armi.
Le sue parole mi riportano al nostro primo incontro, avvenuto nel suo ufficio a Kyiv nell’inverno 2022. Spesso in quei giorni ci si ritrovava al freddo, senza corrente per via degli attacchi mirati contro le infrastrutture energetiche. Mentre eravamo in penombra, avvolti nei giacconi tirati su fino al mento, mi aveva detto: «Le atrocità commesse dall’esercito russo dal 24 febbraio a oggi sono una piccola parte di quello che la cultura ucraina sta subendo non solo dal 2014 ma, più ancora, dai tempi dell’Unione Sovietica. Il nostro obiettivo è dimostrare che tutto rientra all’interno di una logica sistemica, replicata di continuo su un territorio vastissimo»
Attacchi deliberati
Le prove a favore della tesi di Tytych sono moltissime e si accumulano sempre di più. Non sono, però, prive di responsabilità neppure le autorità ucraine, il cui ministero della Cultura continua a essere sottoposto a critiche e scrutini.
Tanto per cominciare, nonostante le raccomandazioni incluse nella stessa Convenzione, non hanno organizzato per tempo un sistema per proteggere il patrimonio del Paese, neppure dopo l’invasione della Crimea e l’inizio della guerra in Donbass del 2014. Quindi, nel caos seguito al 24 febbraio, è finito per diventare il diretto responsabile della perdita di tante collezioni.
Una su tutte: la famosa, e già citata, porzione di ori sciti del museo di Melitopol. L’allora direttrice del museo Leila Ibrahimova, ora in esilio e accusata di complicità nel saccheggio della collezione, ha affermato di aver chiesto raccomandazioni alle autorità ucraine in vista del pericolo imminente, senza che le sia stato dato alcun permesso di evacuazione.
All’inazione è seguita la ricerca di capri espiatori, tanto che la vicedirettrice di un altro prestigioso museo, Milena Chorna, solo qualche settimana fa, mi ha svelato che «si è innescata una vera e propria caccia all’uomo contro chi ha deciso di rimanere nei territori occupati per continuare a fare il suo lavoro». Proprio Chorna che, più di ogni altra, si è battuta per dare sostegno all’incredibile capitale umano dietro le istituzioni museali, è rimasta delusa da come le autorità ucraine stiano tentando di addossare ad altri le colpe della loro inadempienza.
«Come se rimanere indietro significhi inequivocabilmente condividere i crimini commessi dai russi…», ha mormorato.
Insieme a Tytych, quel pomeriggio d’inverno nell’ufficio a Kyiv c’erano anche Vasil Rozhko e Maria Zadorozhna – allora, rispettivamente, il co-fondatore e la storica dell’arte responsabile delle missioni operative di Heri (costola locale di Blue Shield International, un servizio di primo soccorso del patrimonio artistico in situazioni emergenziali). Oggi, sono loro i motori trainanti dietro all’Ukrainian Heritage Monitoring Lab (HEMO), portale nato in collaborazione con lo Smithsonian Institute e il Penn Cultural Heritage Centre, enti statunitensi specializzati nel recupero e la salvaguardia di monumenti e opere d’arte in contesti di guerra.
Oggi stanno depositando i casi «più eclatanti», a loro dire, presso l’Ufficio del Procuratore Generale, incaricato di presentarli alle corti internazionali.
«È in corso un genocidio su base culturale», interviene Tytych. Se per lungo tempo il Sergente è stato a capo di una piccola unità di Monuments Men in salsa ucraina, oggi svolge un lavoro di intelligence, che consiste nel raccogliere dati sensibili nelle aree più a rischio. Uno dei motivi fondamentali per cui la sua piccola unità paramilitare è stata inserita all’interno dei ranghi dell’esercito ufficiale è la necessità di disporre delle informazioni secretate cui solo l’arma può accedere.
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Museo nazionale letterario, un anniversario tra le macerie
Il Museo nazionale letterario e memoriale di Hryhorii Skovoròda è stato colpito da un razzo all’alba del 6 maggio 2022, nel 300° anniversario della nascita del filosofo settecentesco. Grazie a fotografie, campionamenti e interviste con i testimoni, Hemo ha stabilito come a causa dell’impatto dovuto sia all’onda esplosiva che alla frammentazione e all’incendio devastante che ne è conseguito, tutte le strutture interne al museo sono andate distrutte.
Il Museo nazionale letterario e memoriale di Hryhorii Skovoròda, nell’oblast di Kharkiv, prima dei bombardamenti
Allo stesso modo, la collezione del museo presente al momento dell’incidente (la parte più consistente e preziosa era stata già evacuata dopo il 24 febbraio) è stata ridotta in macerie. Le mura esterne hanno subito varie deformazioni, mentre il palazzo centrale e il seminterrato in legno originario del Seicento hanno subito danni significati.
«In tempo reale il sistema Delta mostra la posizione degli avversari, ogni bomba sganciata, e ogni drone o aereo in volo. Allo stesso modo mostra anche gli spostamenti delle truppe ucraine», afferma il Sergente.
Sono Zadorozhna e Rozhko, grazie a una fitta rete di collaboratori, tra cui alcuni membri delle municipalità, del Ministero, di Icom (il consiglio dei musei), ma anche storici, archeologi e normali cittadini, a fornire a Tytych le scene del crimine da documentare. «Tra la decina di casi pilota che abbiamo consegnato alla Procura, quello che mostra meglio di tutti la collaborazione tra noi, è il bombardamento e l’immediata distruzione del memoriale di Hryhorii Skovoròda nella regione di Kharkiv», spiega.
Oltre a questo, altri casi gravi per cui si sono potute raccogliere prove cospicue sono: il Museo di storia locale, il Museo artistico del pittore Kuindzhi e il Museo del folklore a Mariupol; i Musei di storia ed arte regionale e due dipartimenti del Museo storico di Kakhovka (prossimo alla diga esplosa il 6 giugno scorso, nd) nella regione di Kherson, e il Museo d’arte regionale e quello di storia locale di Melitopol, nell’oblast di Zaporizhzhya.
Prestando attenzione alla natura dei reperti trafugati, che documentano molto bene la storia dell’Ucraina meridionale e delle coste settentrionali del Mar Nero prima dell’arrivo dei russi, oltre a icone di chiese e monumenti scampati alla distruzione sovietica, è facile intuire l’importanza di manipolare queste informazioni per il Cremlino.
Neanche a farlo apposta, il 25 aprile 2023 la mostra Russian Azov – La mia storia russaha inaugurato a Mosca, con un mosaico di oggetti pescati dalle varie collezioni ucraine: reperti provenienti dal cimitero neolitico di Mariupol, alcuni ori sciti di Melitopol, vari dipinti di Arkhip Kuindzhi e, persino, il famoso documento (dato per distrutto con la restante collezione del Museo regionale di Mariupol il 16 aprile 2022, in realtà in larga parte trasferito al Museo – occupato – di Donetsk, nda), che attesta l’insediamento di Caterina La Grande nell’area dove, secoli dopo, è stata fondata la città di Mariupol.
Conflict Antiquities. Quando il saccheggio incita la violenza.
Un passo ulteriore per capire se ciò a cui stiamo assistendo sia classificabile come un crimine contro l’umanità è verificare se gli oggetti scomparsi possano essere considerati alla stregua di conflict antiquities. Il termine, difficile da tradurre in italiano, indica la stretta correlazione tra il saccheggio di opere d’arte e l’incitamento alla violenza politica e il sovvenzionamento di un conflitto.
Uno degli esperti numeri uno in questo campo è il criminologo inglese Sam Hardy. È stato in Turchia una ventina di anni fa che ha cominciato a rendersi conto di quanto il saccheggio di reperti possa alimentare i conflitti.
«In Benin alcuni membri delle truppe inglesi d’invasione rubarono vari oggetti e li tennero con sé per anni, prima di venderli. Si trattò di una ricompensa per il ruolo che avevano svolto nel massacro», mi spiega, senza trascurare alcun dettaglio. «In Siria, dove sia il regime di Assad che i gruppi ribelli non-jihadisti e lo Stato Islamico hanno contribuito al saccheggio dei beni artistici è logico parlare di finanziamento del conflitto». «Nella guerra russa contro l’Ucraina ho già raccolto vari esempi e sono sicuro che col passare del tempo ne emergeranno sempre di più», aggiunge.
Hardy si occupa di Ucraina dalla rivolta popolare di Maidan del 2014. All’epoca – mentre la gente protestava per chiedere le dimissioni dell’ex Presidente filorusso Viktor Yanukovich – alcuni rappresentanti del suo governo avevano allungato le mani sui musei. L’interesse di Hardy crebbe dopo la caduta del governo, quando venne fatta luce sull’enorme patrimonio sottratto da Yanukovich e da alcuni suoi fidatissimi, tra cui il Procuratore Generale. In seguito, si è concentrato sulle conseguenze dell’invasione della Crimea e della guerra nelle regioni orientali.
«Ho iniziato a occuparmi di casi di saccheggio dai siti archeologici e del modo in cui il traffico si legava a dichiarazioni di comandanti russi che descrivevano l’occupazione come la riappropriazione del proprio territorio», continua Hardy. «Allora raccontavano di come andassero quasi in “pellegrinaggio” per trafugare antichità e, ancora oggi, sostengono che saccheggiare la Crimea sia un modo per celebrare la conquista di un territorio che spetta loro di diritto».
«Dal 24 febbraio stiamo assistendo, da un lato, al trasferimento di oggetti e collezioni dai territori occupati più di recente a quelli già consolidati, dove sono messi in mostra per rafforzare la narrativa nazionalista», mi racconta. «Dall’altro, stanno avvenendo furti irregolari da parte delle forze armate che arraffano quello che possono. Dalle interviste con le vittime sappiamo che hanno sottratto tantissime medaglie di guerra, e ciò si riflette sull’impennata nelle vendite di questi oggetti nelle aste online».
Il collettivo bielorusso Hajun ha pubblicato il video integrale filmato dalle telecamere interne di un ufficio postale bielorusso, dove si vedono soldati russi spedire materiale rubato, tra cui dipinti e reperti, alle loro famiglie.
«Anche se sono di poco valore, poco importa», sostiene Hardy, «sono una ricompensa per il loro coinvolgimento nell’invasione».
Ogni volta che parliamo via Zoom a distanza, Hardy risponde dalla penombra di qualche anonima stanza di albergo, da dove è impossibile dedurre se sia notte o giorno. Soffre di insonnia, ecco perché buona parte del suo lavoro, che consiste nel fare ricerche tra fonti open source e nel controllare e comparare forum online alla ricerca di conversazioni tra saccheggiatori, trafficanti e collezionisti, avviene la notte.
«Ieri non riuscivo a dormire e ho trovato un saccheggiatore in Russia che parlava di come fosse solito andare avanti e indietro dalla Crimea, per trafugare oggetti di vario tipo», mi ha raccontato l’estate scorsa. «Ha pure postato alcune foto di monete antiche tipiche della Penisola chiedendo un parere sul loro valore agli altri membri della comunità virtuale».
Se, previa conoscenza dei giusti portali, è facile imbattersi in conversazioni tra i saccheggiatori, un po’ meno facile, vista la mole gigantesca di informazioni, è identificare le piste che contano, dove passano i reperti di maggior valore e il grosso dei profitti. Ecco perché di Hardy ce n’è uno solo.
Mi faccio indicare da lui alcuni individui chiave per stabilire una correlazione tra i furti di reperti e la guerra in corso.
Il primo esempio è quello di Y., soprannome di uno dei saccheggiatori più noti in Russia, arruolato nelle forze d’invasione. Con totale disinvoltura scrive ai suoi “colleghi”, dicendo di non preoccuparsi se non si fa sentire spesso, ma che per ragioni di sicurezza in Ucraina preferisce non usare internet.
Un altro è K., che ha ricevuto una medaglia come riconoscimento per il suo servizio nell’annessione della Crimea e si vanta del fatto che, dal momento in cui molti ucraini sono fuggiti, c’è molta più terra da saccheggiare.
Poi c’è M., già combattente in Siria, che oggi vive – e ruba – in Crimea. E molti altri…
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Il Museo di storia regionale a Kherson
Dalle indagini condotte da Human Rights Watch (HRW) la collezione del Museo di storia regionale è stata sequestrata da una settantina di persone in abiti civili, «apparentemente parte dei servizi di sicurezza federali (FSB) russi», e trasferito al Museo di Chersoneso vicino a Sebastopoli, in Crimea.
Si tratta in particolar modo di reperti archeologici risalenti alle antiche civiltà greca e scita, monete, armamenti, medaglie di epoca zarista e sovietica, icone e dipinti.
Il Museo artistico di Kherson è stato saccheggiato il 31 ottobre 2022, poco prima della liberazione della città da parte delle truppe ucraine. Almeno 10.000 delle 14.000 opere della collezione originaria sono state trasferite al Museo Tavrida in Crimea.
Il museo storico di Khakhovka – nell’oblast di Kherson a 8 km dalla diga – è stato saccheggiato il 24 novembre 2022 dalle forze armate russe. La collezione di 16.000 reperti è stata interamente trasferita in Crimea
Ma una volta sottratti dal sottosuolo, dai musei o dalle proprietà altrui, che fine fanno questi oggetti?
La storia – dal Nazismo in poi – insegna che le opere di grande valore cominciano a emergere sul mercato una decina d’anni dopo la loro scomparsa, ecco perché, per ritrovare alcuni grandi assenti si dovrà aspettare ancora.
Intanto, però, i traffici che portano reperti di minor valore in Occidente, tramite aste online (come Violity o Catawiki) continuano indisturbati. Oggi, la pista prediletta è quella che vede i reperti viaggiare dai territori ucraini occupati di recente alla Crimea, e da lì verso la Russia e a Paesi vicini meno attenzionati, come Kazakistan o Uzbekistan.
«I trafficanti parlano di come le sanzioni stiano complicando, ma non rovinando o fermando del tutto, i loro affari. Fingono di andare in vacanza con la famiglia nei Paesi limitrofi, oppure spediscono direttamente a qualcuno che sta lì e si incarica della spedizione. Così facendo diventa sempre più difficile risalire alla vera provenienza dell’oggetto rubato», spiega Hardy.
Qualche caso viene però individuato. A settembre un carico di reperti di origine ucraina in viaggio dalla Russia (tra cui tre asce in ferro e tre picconi europei del XVII-XVIII secolo e due spade in ferro scite del V-VI secolo a.C.) è stato riconsegnato al Presidente Volodymyr Zelensky, dopo essere stato intercettato all’aeroporto JFK di New York dalle guardie doganali.
Casi meno rilevanti emergono di tanto in tanto grazie a ricercatori che scavano nei cataloghi delle migliaia di rivenditori e case d’asta sospette, come St. James Ancient Arts (che ha recentemente venduto monete d’oro scite), Timeline Auctions e Apollo Art Auctions a Londra; Gorny & Mosch e Hermann Historica (al centro di un recente scandalo concernente proprio delle opere ucraine) a Monaco di Baviera. Oppure, vedono la luce grazie alla dedizione e alla pazienza dei cosiddetti “collezionisti etici”, che più di una volta hanno identificato, e denunciato, reperti ucraini trafugati nel 2019 e 2020 e spacciati per russi.
In questi come in altri casi, è fondamentale stabilire se l’oggetto sia stato trafugato per motivi politici – e rientri, perciò, all’interno della categoria delle conflict antiquities – o sia caduto all’interno del lucroso, illegale e vastissimo fenomeno dell’archeologia nera, che conta sia tanti cercatori amatoriali, sia le ben più pericolose strutture organizzate sorrette da banche, musei privati e oligarchi, che nel corso dei decenni hanno spogliato l’Ucraina di tanti dei suoi tesori.
«Ci preoccupiamo quando assistiamo alla perdita di qualche bene culturale, perché è un danno di per sé, anche al di fuori del contesto di guerra,» conclude Hardy, «ma ora questo crimine viene compiuto dai russi come parte integrante dell’intero processo di pulizia etnica. Ecco perché è così allarmante».
È impossibile capire fino in fondo l’entità di questo processo di assimilazione, senza affrontare quello che, per tanti Paesi dell’ex blocco orientale, è l’elefante nella stanza: l’Unione Sovietica.
«Facendo l’inventario mi sono accorto che il 95% dei musei nelle zone occupate o liberate è stato plasmato sul modello sovietico e almeno il 70% è sovietico nei contenuti». Così Vasil Rozhko, ai tempi del famoso incontro a Kyiv, aveva introdotto un altro scenario inquietante.
Nel saggio Sull’unità di russi e ucraini Putin si lamenta dei tentativi di decomunistizzare l’Ucraina avviati dai suoi rappresentanti. Ecco perché, secondo un fenomeno passato largamente inosservato, ma che rientra come gli altri all’interno di uno schema preciso, mentre occupa militarmente nuovi e vecchi territori si sta adoperando per reintegrare le statue e i busti di Lenin, di cui gli ucraini si sono precedentemente, e con tanti sforzi, liberati.
Se nei primi anni del suo governo Putin ha fatto uso della storia passata per legittimare il suo ruolo da novello zar, dall’invasione della Crimea e dalla guerra in Donbass in poi è andato oltre, sfruttando le lezioni apprese dal passato per tracciare parallelismi con gli eventi correnti. Per ufficializzare queste posizioni, nel 2012 ha deciso di lanciare due enti “scientifici”: la Società storica militare russa (RVIO), che lavora in tandem con il ministero della Difesa, e la Società storica russa (RIO), frutto dell’expertise dell’attuale capo dell’intelligence straniera Sergej Naryskin, oggi rappresentata dallo scienziato Konstantin Mogilevsky.
Le regioni orientali dell’Ucraina rappresentano il banco di prova ideale per Putin, tant’è che nei due anni passati RIO, in collaborazione con i musei di storia locale di Luhansk e Donetsk, ha rimaneggiato il contenuto di varie collezioni per riscrivere pian piano la loro storia. Se, da un lato, brillano le collezioni, dall’altro, spiccano i monumenti.
«Mi sono insospettito quando ho letto un annuncio delle forze separatiste che parlavano di ricostruire il memoriale dedicato alla liberazione del paesino di Savur Mohyla dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale», racconta Damian Koropeckyj, un altro underdog nell’ampia arena di esperti, che stanno cercando di venire a capo della complessa questione dei crimini di guerra a sfondo culturale in Ucraina. «Sfruttando le immagini satellitari ho notato come si apprestassero a costruire un monumento enorme al posto del precedente, distrutto durante gli scontri con le forze ucraine nel 2014, e mi è venuto il sospetto che stessero facendo la stessa cosa anche in altre zone… è stato così che, nel solo 2022, ho scovato più di cento tra opere nuove e rinnovate».
L’intento è duplice. Raffigurare gli ucraini come nazisti, rivisitando la guerra in Donbass come una continuazione della Seconda guerra mondiale, e dipingere il sud e l’est dell’Ucraina come russi, o come Novorossia (un altro termine storico riadattato al presente), calando in quelle zone le imprese di guerrieri leggendari e figure simboliche dell’Ortodossia russa.
Se c’è un luogo che più di tutti è diventato il simbolo della devastazione, e della manipolazione che viene fatta di questa guerra, è Mariupol.
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Mariupol, a immagine e somiglianza russa
Un esempio su tutti dell’intento russo di plasmare i territori contesi a sua immagine e somiglianza è Mariupol, occupata il 21 aprile 2022, dopo essere stata bombardata di continuo per quasi due mesi, provocando decine di migliaia di vittime tra i civili e la sua distruzione pressoché totale.
Se al mondo è rimasto impresso il massacro avvenuto al Teatro d’arte drammatica, bombardato nonostante fungesse da dichiarato rifugio per centinaia di disperati, di cui molti bambini, tanti sono gli esempi che dimostrano la presenza di un piano sistematico dietro al processo di distruzione e progressiva ricostruzione della città e del suo patrimonio culturale.
A concludere l’opera di ricostruzione, e assimilazione, qualche settimana fa le autorità hanno annunciato che in estate inaugureranno il Museo della liberazione di Mariupol, seguendo le disposizioni date da Putin ad aprile 2023, che raccomandava di creare ovunque musei che inneggiassero alla guerra contro l’Ucraina.
Inoltre, anche nel caso di Mariupol, come in quello di altre città occupate, come Donetsk, Luhansk o Melitopol, i russi hanno cominciato a installare statue e busti di Lenin precedentemente abbattuti dagli ucraini.
«Siamo abituati a casi in cui il patrimonio culturale viene distrutto per cancellare il legame fra un popolo e un luogo specifico ma il caso russo va molto oltre», conclude Koropeckyj, chiudendo inconsapevolmente il cerchio. «Non solo i russi distruggono, perché non riconoscono gli ucraini come popolo autoctono, ma costruiscono nuovi monumenti per affermare il loro radicamento in quegli stessi territori»
Ci vorranno anni perché le corti internazionali esprimano un giudizio rispetto alle tante accuse di crimini contro il patrimonio culturale ucraino. Nel frattempo, non si può restare a guardare. La battaglia sul fronte territoriale arranca da mesi, da una parte e dall’altra, ma il processo di assimilazione e distruzione iniziato anni fa, continua. E se c’è qualcosa che la storia insegna – e che l’Ucraina sta imparando a sue spese – è che il colonizzatore vince quando il colonizzato ha perso i suoi punti di riferimento, dimenticando ciò che è e ciò che è stato.
Ecco, allora, l’importanza di persone come il sergente-avvocato Tytych, la storica dell’arte Zadorozhna, il criminologo Hardy e tutti gli altri. Insieme, tassello dopo tassello, stanno contribuendo a tessere una storia ucraina nuova che, forse, un giorno, potrebbe diventare quella ufficiale.
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