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Dagli anni Ottanta, un gruppo di imprenditori calabresi vive in Lussemburgo. I figli, oggi, possiedono pub e ristoranti. Secondo un’indagine della Dda di Reggio Calabria, però, sarebbero legati a una cosca di Mammola
Malea, antico nome greco di Mammola, paesino arroccato alle porte di Siderno, il 25 luglio scorso è diventato il nome in codice di un’indagine della Squadra mobile di Reggio Calabria, coordinata dalla locale Direzione distrettuale antimafia (Dda), che all’alba di quel martedì ha arrestato 19 persone con l’accusa di far parte di un locale di ‘ndrangheta proprio a Mammola. È la prima volta che un’indagine giudiziaria censisce e riconosce, sebbene in fase cautelare, l’esistenza di una locale di ‘ndrangheta operativa in questo paese, famoso per il festival dello stocco e del patrono San Nicodemo, e da adesso celebre per la sua ‘ndrangheta attiva tanto nella Jonica che all’estero, nel Granducato del Lussemburgo.
Era lì, stando alle indagini, che la ‘ndrangheta di Mammola aveva costituito già da vent’anni un vero e proprio distaccamento territoriale, guidato da Nicodemo Fiorenzi. L’uomo, classe 1960, ufficialmente è un impiegato della forestale di Mammola, ma in realtà è residente stabilmente in Lussemburgo. Lì è referente e responsabile “expat” per la locale di Mammola con il compito di «gestire tutti gli investimenti, leciti ed illeciti, compiuti dai mammolesi in quella nazione», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. Negli affari di tutti i giorni, gestisce il distaccamento in maniera autonoma, ma deve comunque informare i vertici della ‘ndrina di Mammola di qualsiasi questione rilevante, prendendo direttive e disposizioni.
In Breve
Malea, antico nome greco di Mammola, paesino della fascia jonica calabrese, il 25 luglio scorso è diventato il nome in codice di un’indagine della Squadra Mobile di Reggio Calabria, coordinata dalla locale Direzione Distrettuale antimafia, che all’alba di quel martedì ha arrestato 19 persone con l’accusa di far parte di un locale di ‘ndrangheta proprio a Mammola
È la prima volta che un’indagine giudiziaria censisce e riconosce, sebbene in fase cautelare, l’esistenza di una locale di ‘ndrangheta a Mammola
A guidare la locale è Rodolfo Scali, ma la locale ha un distaccamento in Lussemburgo, guidato da Nicodemo Fiorenzi
Tra gli arrestati nel Granducato però c’è anche Nicodemo Callà, ristoratore mammolese che era arrivato in Lussemburgo negli anni Ottanta a seguito di una faida
Malea traccia anche i movimenti di alcuni giovani mammolesi espatriati in Lussemburgo, tra cui Salvatore Scali, figlio del boss Rodolfo, arrestato con l’accusa di associazione mafiosa
Con #OpenLux, nel 2021, IrpiMedia aveva già raccontato di come la ‘ndrangheta di Mammola e di Siderno avessero conquistato il Sud del Lussemburgo, mappando oltre venti famiglie. Malea conferma ciò che due anni fa era solo una suggestione
Fino ad oggi, la ‘ndrangheta di Mammola era stata documentata solo in «maniera accidentale ed episodica» dalle indagini giudiziarie, scrive il Gip nell’ordinanza, nonostante alcuni dei suoi membri fossero stati arrestati in importanti indagini come Crimine-Infinito (2010) e Minotauro (2011) .
Nel 2021, durante il progetto #OpenLux, IrpiMedia aveva documentato in Lussemburgo la presenza di vari soggetti legati alla ‘ndrangheta di Mammola e Siderno, ma era stato impossibile definire se davvero la ‘ndrina egemone a Mammola, gli Scali, comandasse anche una cellula in Lussemburgo o se la presenza di tali soggetti fosse casuale.
Un’indagine precedente, Canadian Connection 2, aveva dimostrato come Santo Rumbo, figlio di un importante boss di Siderno, si fosse stabilito in Lussemburgo. Dalle ricerche di IrpiMedia era emerso come l’azienda di ristorazione aperta da Rumbo in Lussemburgo fosse poi passata nelle mani di giovani mammolesi che l’indagine Malea conferma essere anch’essi “figli d’arte”. Insomma, una continuità del vincolo mafioso tra Mammola e il Granducato che prosegue grazie ai legami di sangue e che si dirama tra membri di venti famiglie censite da #OpenLux, nove delle quali colpite dagli arresti in Malea.
La scalata a boss
A ipotizzare per la prima volta che Rodolfo Scali fosse capo-locale di Mammola era già stata l’indagine Crimine-Infinito, per cui era finito condannato nel 2010, e poi anche l’indagine Minotauro della Dda di Torino, che lo descriveva anche come responsabile per l’assegnazione delle doti (le “cariche” all’interno del “consiglio d’amministrazione” della “ndrangheta Spa”) nella locale di Cuorgnè, in Piemonte. Scali, in libertà dal 2016, è stato tratteggiato nell’inchiesta Crimine-Infinito come un boss di peso, uno dei pochi in cui aveva fiducia Giuseppe Commisso alias U Mastru, capo dell’omonima ‘ndrina di Siderno e dell’intera Provincia all’epoca.
Malea è un’indagine che parte proprio dal momento in cui viene scarcerato Scali e ne documenta una vera e propria scalata al potere. Scali non emerge solo come «un semplice “appartenente alla cosca scissionista” – come veniva indicato negli atti dell’operazione Prima Luce del 2000 – ma [come] un uomo che aveva rafforzato il suo ruolo all’interno della ‘ndrangheta del mandamento ionico rispetto a quello che già era emerso grazie alle note inchieste Crimine e Minotauro», scrivono gli inquirenti.
Malea tratteggia la gerarchia di tutta la locale, con Rodolfo come capo, coadiuvato da Damiano Abbate come capo società e Nicodemo Deciso come mastro di giornata, svolgendo di fatto il compito di raccordo tra i capi e il resto dei membri della locale.
Intercettando Rodolfo Scali, il figlio Salvatore Scali e Damiano Abbate e le loro conversazioni con altri membri importanti della locale, è stato «possibile ottenere uno spaccato veritiero e fedele dell’esistenza, del funzionamento e delle dinamiche interne della locale stessa», accertando inoltre i ruoli di ognuno.
Le indagini sono iniziate a metà 2016 e hanno riscontrato l’infiltrazione mafiosa nel tessuto mammolese con una ‘ndrangheta che controlla l’imprenditoria e le attività nel settore boschivo con il metodo delle estorsioni, la produzione e il traffico di sostanze stupefacenti e arrivava fino a chiedere il pizzo e a controllare lo svolgimento delle festività in onore di San Nicodemo, Santo patrono di Mammola.
Il boss Rodolfo Scali, ormai vero e proprio leader dell’organizzazione mafiosa mammolese, tiene molto in considerazione il proprio lavoro di manager dell’anti-Stato: «Vedi che non succede niente qua; nemmeno un furto, niente succede, sai come lo teniamo il paese? Come una bomboniera!…e ci arrestano lo stesso!…Io avevo il bar con la pasticceria non l’ho dovuto togliere», dice intercettato.
La locale di Mammola in Lussemburgo
La locale di Mammola in Lussemburgo
Secondo l’operazione Malea, il braccio destro del boss è il figlio Salvatore per il quale Rodolfo ha sempre avuto un occhio di riguardo. Era per tenerlo al sicuro dalle indagini, secondo un pentito, che lo aveva «mandato in Lussemburgo». Come IrpiMedia ha già raccontato con #OpenLux, infatti, Salvatore Scali aveva un ristorante a Differdange, cittadina lussemburghese al confine con la Francia, il Romeo & Giulietta. L’operazione Malea chiarisce come Salvatore fosse stato convinto dal padre a non investire in attività commerciali a Torino, ed espatriare piuttosto verso il Lussemburgo, dove poteva muoversi indisturbato, senza rischiare arresti.
Una mafia armata
Secondo i riscontri dell’operazione Malea, la cosca di Mammola aveva a disposizione parecchie armi. A novembre 2017, il boss Scali ha proposto anche a un suo scagnozzo di base in Lussemburgo di acquistarne altre, da stoccare in un deposito a disposizione della ‘ndrina.
Scali era fissato con le armi. Gli servivano per intimidire, per riscuotere le estorsioni e per mantenere il controllo sul territorio. Ne possedeva varie, tra cui fucili per la caccia al cinghiale, nonostante una misura di prevenzione gli impedisse legalmente di essere proprietario di pistole e fucili. Nelle intercettazioni telefoniche racconta delle sue battute illegali, particolarmente violente, a cui partecipa anche il figlio Salvatore. Una conferma viene anche dal profilo Facebook, ormai cancellato, dove Scali junior posava in mimetica con sei cadaveri di cinghiale.
Non è chiaro dove tenessero le armi, né per la caccia, né per le altre operazioni del clan. Stando alle dichiarazioni rilasciate dal pentito Antonio Ciccia nel 2015, la ‘ndrangheta di Mammola aveva un nascondiglio in Piemonte (gestito dal distaccamento territoriale della locale di Cuorgnè) ma altre armi, dal Lussemburgo, dovevano poi essere spedite a Mammola. Le armi dovevano essere prive di matricola e sarebbero state trasportate con il camion di Nicodemo Deciso, che gli inquirenti indicano avere la carica di mastro di giornata per la locale di Mammola. L’uomo, all’epoca, era dipendente della ditta Autotrasporti Sità di Mammola. Un altro pentito, Nicodemo Ciccia, ne parla ai magistrati a maggio 2021, ricordando che «faceva dei trasporti e a volte si fermava lì a Cuorgnè; so che andava pure all’estero, in Lussemburgo, dove ci sono altri soggetti di Mammola».
rpiMedia in Lussemburgo ha riscontrato anche la presenza di un giovane Sità titolare dell’azienda di trasporti per cui ha lavorato Deciso – sposato a sua volta con una Sità – che risulta legato a Deciso anche per aver lavorato presso il suo bar, il Caffè Deciso, a Mammola. Il giovane Sità ha inoltre diretto un’azienda in Lussemburgo, la Mammola sarl, che gestiva un ristorante pizzeria – Delizia – e una pasticceria – La Dolce Vita – entrambe a Differdange. Entrambe le attività sono state chiuse dopo pochi anni, in linea con tutte le altre analizzate durante l’inchiesta #OpenLux.
Ciò che salta all’occhio inoltre è come Delizia fosse stata aperta presso lo stesso indirizzo, rue Adolphe Kneps 29, dove prima sorgeva il ristorante Romeo & Giulietta di Salvatore Scali, figlio del boss Rodolfo arrestato nell’operazione Malea. Oggi, presso questo indirizzo, sorge un’agenzia immobiliare di persone di Siderno, dimostrando di essere un indirizzo che passa di mano tra gli expat della Jonica sidernese.
L’indagine Malea ha portato all’arresto anche di Nicodemo Callà, classe ‘63, detto Bomba, che per anni ha potuto agire e investire in Lussemburgo indisturbato. Stando alla ricostruzione degli inquirenti, Callà è cognato del capo del distaccamento di ‘ndrangheta di Mammola in Lussemburgo, Nicodemo Fiorenzi, e lo aiuta nella relazione tra i mammolesi rimasti in Calabria e quelli espatriati nel Granducato. Secondo i racconti del pentito Antonio Ciccia, la ‘ndrangheta in Lussemburgo arriva proprio con Callà, quando negli anni Ottanta viene costretto a lasciare la Calabria durante una faida.
Sarebbe «andato a stabilirsi in Lussemburgo […] molti anni fa, a seguito dell’omicidio di Isidoro Macrì (un altro boss della zona, legato ai sidernesi, ndr) avvenuto a Mammola negli anni Ottanta – racconta il pentito -. Autore dell’omicidio era stato Nicodemo Callà e per sfuggire alla vendetta dei Macrì era stato fatto allontanare per volere del capo locale di Mammola che non voleva che scoppiasse una faida. Furono allontanati infatti oltre a Callà Nicodemo anche il fratello dell’ucciso Macrì Salvatore».
Dai registri aziendali risulta che Callà abbia tutt’oggi l’impresa immobiliare I Tre Ghiottoni, registrata nel 2004 come société civile, forma giuridica che non richiede l’obbligo di depositare bilanci. Callà entra nel consiglio direttivo nel 2006 e a inizio 2022 diventa proprietario di tutte le quote societarie assieme ai tre figli e alla moglie, una Sità.
L’ex socio è stato proprietario anche del ristorante Bomba Grill a Differdange, probabilmente all’epoca chiamato così per via del soprannome di Callà, Bomba. Dalle foto trovate su Facebook, l’arredamento richiamava lo stile di serie e film sulla mafia, come Scarface e Il Padrino. Il ristorante ha adesso cambiato proprietà, si chiama Bellissimo, ed è gestito da un’azienda di un giovane mammolese, citato nell’indagine Malea perché cognato del presunto capo-società della locale di Mammola Damiano Abbate. Secondo gli inquirenti, avrebbe anche partecipato all’estorsione ai danni dei gestori delle giostre di Mammola durante la festa del patrono di paese, San Nicodemo. Ad aprire l’azienda di ristorazione con il cognato di Abbate è stato un altro socio citato in Malea, che secondo il pentito Domenico Agresta avrebbe venduto droga agli Scali.
L’indagina Malea tocca però solo alcuni dei soggetti e delle aziende mappate da #OpenLux: l’impressione è che a continuare gli affari di famiglia in Lussemburgo siano per lo più le nuove generazioni, pronte a ricevere i finanziamenti dei padri e farli girare in uno dei paradisi fiscali per eccellenza. Lo dice chiaramente Damiano Abbate a Rodolfo Scali: «E se facciamo qualche cosa [in Lussemburgo]? Io e mio cognato vogliamo investire 50 mila euro, 100 mila euro, là che stai tu, che stanno i figli tuoi, a gestirseli loro, devo vedere che ce li devono prendere che, che quelli vengono là». A dire, figuriamoci se la polizia italiana ci traccia gli investimenti nel Granducato. E per ora, va detto, Abbate e Scali ci hanno visto lungo.
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