È fine marzo e l’epidemia da Covid-19 sta colpendo duramente l’Italia. Rocco Molè, giovane narcos dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta, si trova ad affrontare un bel dilemma. Cosa fare con 537 chili di cocaina appena arrivata a Gioia Tauro, il porto controllato dalla sua ‘ndrina, assieme a quella dei Piromalli? L’Italia è appena entrata in lockdown, circostanza che rende la distribuzione più problematica del solito: i camion di frutta e verdura possono viaggiare, ma con il resto del traffico veicolare sospeso, le possibilità di essere sottoposti a un controllo aumentano. E cinquecento chili non sono uno scherzo.
Molè decide alla fine di tenerne solo una piccola parte per la distribuzione e sotterrare il resto in un limoneto nella piana. La Squadra Mobile di Reggio Calabria scopre ugualmente il nascondiglio proprio durante un pattugliamento per far rispettare le misure previste per l’emergenza Covid-19. Siamo nei primi giorni del lockdown: nessuno è giustificato a trovarsi fuori casa senza motivo, tanto meno in una rimessa agricola intestata ad altri.
La storia di Molè racconta bene l’ondata di panico che ha investito in pieno anche il mondo della droga, a tutti i livelli, in quelle prime settimane di confinamento. Il blocco del commercio con la Cina ha paralizzato la produzione di cocaina in alcune regioni sudamericane; i controlli su strada hanno reso molto più rischiosi i trasporti interni agli Stati; gli spacciatori, non potendo più uscire liberamente di casa, hanno chiesto ai clienti di spostarsi loro, e venirla a prendere di persona, ma i consumatori stessi si trovavano di fronte allo stesso problema: cosa scrivere sull’autocertificazione? «Cerco droga»? Cosa per altro successa davvero, in più occasioni. Sembrava che il mercato della droga dovesse affrontare una significativa contrazione in periodo di lockdown. Ma questo, possiamo confermare dati alla mano, non è avvenuto.
A cominciare dai grandi produttori con un know how che forse molto ha da insegnare agli altri settori della nostra economia, il narcotraffico si è riorganizzato in fretta, grazie anche ad una gestione oculata del prodotto. I grandi cartelli colombiani da sempre tengono stoccate scorte di cocaina sufficienti a coprire circa due mesi di esportazioni, per far fronte a qualsiasi emergenza. Alcune rotte sono dovute cambiare e ci sono stati piccoli sconvolgimenti della geografia criminale globale ma le soluzioni trovate dalle mafie hanno raggiunto l’obiettivo di superare, senza perdite evidenti, due dei mesi più duri per l’intera economia mondiale.
Anche le vendite al dettaglio si sono aggiornate, con ordini online e consegne via food-delivery, e i precursori sono tornati ad arrivare. Analizzando i dati dei sequestri degli ultimi due mesi e intervistando produttori di coca, narcotrafficanti e forze dell’ordine, IrpiMedia può raccontare come il mondo del narcotraffico abbia saputo adattarsi alle sfide poste dal Covid-19, in un’inchiesta coordinata da Occrp in cinque Paesi del mondo.
Eppure, il cartello della droga più forte della Colombia, il Clan del Golfo, sembra aver sofferto poco di questa situazione. Un membro del gruppo criminale che ha chiesto di essere solo identificato come Raúl spiega ad Occrp che il Clan ha attinto a riserve messe da parte prima della pandemia e si è rifornito di foglie di coca da fattorie più piccole, che non si sono mai fermate, non avendo bisogno di troppa manodopera.
La roccaforte del Clan del Golfo è la regione di Urabà, nel nordest del Paese, una zona strategica dove ci sono piantagioni, laboratori di raffinazione, e soprattutto grandi porti internazionali per le esportazioni. Raúl racconta che il Clan ha sempre da parte circa 40-45 tonnellate di coca già pronta, abbastanza per due mesi di esportazioni. «Si è sempre conservata una “riserva”, è una catena molto ben organizzata. È l’unico modo per tenere tutto sotto controllo, specialmente il prezzo. Le scorte sono nascoste sulle spiagge, a Tarena (vicino al confine panamense, ndr), oppure nelle piantagioni di banani, o nella giungla. Sono dappertutto». Ramón Santolaria, dell’antinarcotici della Catalogna, in Spagna, aggiunge che i trafficanti di cocaina hanno continuato a esportare verso l’Europa, forse nella speranza che il lockdown rallentasse i controlli nei porti: «I cartelli devono continuare a esportare. Sono come un’azienda, non possono tenersi troppe scorte, sarebbe troppo rischioso».
La produzione non si ferma
In Colombia, Paese che produce il 70% della cocaina mondiale, la situazione due mesi dopo l’entrata in vigore del lockdown non è uniforme. Le forze dell’antidroga hanno da allora sradicato 1969 ettari di piantagioni in tutto il Paese. Misure del genere, però, colpiscono solo i coltivatori delle foglie di coca, non i trafficanti: «Stanno portando via il poco che quella gente ancora aveva», spiega Jorge Elias Ricardo Rada, rappresentante di un sindacato di piccoli coltivatori della regione di Cordoba, che con i cartelli non ha niente a che fare

Nella regione di Catatumbo, vicino al confine venezuelano, «il business è praticamente paralizzato», spiega Giovanni Mejía Cantor, giornalista di Ocaña, capoluogo della regione. Normalmente quel territorio produce almeno 84 tonnellate l’anno di cocaina pura, ovvero un quarto della produzione totale del Paese. «Le comunità locali sono scese in strada a mettere barricate per impedire l’ingresso a qualsiasi estraneo, per paura del virus», prosegue Mejía. Queste limitazioni hanno ovviamente impattato anche sul movimento delle materie prime necessarie alla produzione: la foglia di coca, la benzina, l’acetone.
Un documento dell’intelligence della Marina colombiana, ottenuto da Occrp, conferma che i cartelli hanno spedito la coca prodotta prima della crisi da coronavirus soprattutto verso gli Usa, il loro mercato principale. In questi anni i narcos hanno fatto largo uso di motoscafi superveloci, barche da pesca e sottomarini artigianali per rifornire la “rotta del nord”, che dal Messico entra negli Stati Uniti. La quarantena ha reso questi sistemi più difficili da usare e i cartelli sono tornati a usare vecchie piste, più lente e frammentate. In questi mesi i carichi arrivati in California sono meno numerosi, ma più grandi.
Diverse fonti nel nord della Colombia, incluso Raúl e un coltivatore di coca, hanno descritto a Occrp almeno sei rotte in uso ora per portare la coca fuori dalla regione produttrice. Alcune di queste sono antichi sentieri e passaggi fluviali tracciati dalle popolazioni indigene degli Embera e dei Katío, che trasportano la coca per brevi tratti a bordo di piccole imbarcazioni. Nella fitta giungla montagnosa del “tappo del Darien”, una regione stretta tra Colombia e Panama, la coca viene portata a spalla, da carovane composte da oltre venti persone con pesanti zaini.

Le esportazioni verso il secondo mercato più importante al mondo, l’Europa occidentale, hanno sofferto meno problemi. Al contrario della rotta per gli Stati Uniti, quella atlantica si basa sullo sfruttamento di sistemi di trasporto legali via nave o aereo, in particolare carichi di frutta, verdura o fiori freschi. I prodotti alimentari hanno continuato a muoversi costantemente durante il lockdown, prestandosi così a rifornire anche il mercato della cocaina.
Ci sono ad esempio le banane colombiane, tra i carichi di copertura più usati per portare cocaina in Europa. «Chiunque, autorità, polizia o altro, cerchi di bloccare queste rotte fa una brutta fine», spiega il narcos Rául, aggiungendo che tanto le forze dell’ordine quanto gli imprenditori continuano a ricevere le tangenti necessarie a oliare il meccanismo. «Tutti devono mangiare», conclude.
La terza rotta della cocaina per importanza è quella che dai Paesi produttori, Colombia, Bolivia e Perù, passa dal Paraguay per arrivare in Brasile, da dove i panetti vengono imbarcati a Santos, il porto di Sao Paulo, per procedere verso l’Africa e poi l’Europa. Questa rotta, secondo Lincoln Gakyia, procuratore antimafia dello Stato di Sao Paulo, è ancora perfettamente funzionante. Il principale gruppo criminale della zona, il Primeiro Comando da Capital (Pcc), è riuscito a mantenere le forniture, ma sta comunque finendo le scorte che aveva nascosto sul territorio, aggiunge il procuratore brasiliano.

Il trend dei sequestri
«Se confrontiamo i dati di marzo e aprile 2019 con questi mesi di lockdown, in Italia i sequestri di cocaina sono scesi dell’80%», spiega a IrpiMedia Riccardo Sciuto, generale dei carabinieri che dirige la Direzione Centrale Servizi Antidroga, l’organo di coordinamento italiano per indagini internazionali sul narcotraffico.
I magazzini, tuttavia, erano già ben riforniti e in pochissimo tempo le nostre mafie si sono riorganizzate per farsi arrivare i carichi in Spagna. Il trend era cominciato già prima della pandemia: i porti prediletti dalla organizzazioni criminali italiane sono tornati ad essere per lo più quelli spagnoli, dopo dieci anni in cui si preferivano quelli del nord Europa.
Lo confermano i dati sui sequestri: «Solo tra marzo e aprile le autorità spagnole hanno fermato oltre 14 tonnellate di cocaina, una cifra sei volte più alta di quella dell’anno precedente», dichiara a Occrp Manuel Montesinos, vicedirettore dell’intelligence delle dogane dell’autorità fiscale spagnola. «Siamo stupiti dal ritmo frenetico dei carichi – spiega Montesinos – ogni giorno riceviamo segnalazioni di sequestri o di operazioni sospette». E i carichi intercettati sono molto più grossi del passato. Tra la fine di marzo e la fine di aprile in Spagna ne sono stati sequestrati quattro importanti: 3 tonnellate il 28 marzo, 1.5 il 20 aprile, 1 il 21 aprile e ben 4 il 27 aprile.
Quest’ultimo carico era trasportato da un’imbarcazione di servizio, che di solito navigava nei pressi del porto di Colon, a Panama. Poi improvvisamente ha cambiato lavoro: dalla Colombia è partita dritta per le coste portoghesi attraversando l’Atlantico con quattro tonnellate a bordo. Un’operazione rischiosa che dimostra come per le consegne si tenti il tutto per tutto: di norma il carico sarebbe passato ad altre imbarcazioni più grandi, ma non questa volta. La barca è stata intercettata dalle dogane spagnole al largo delle coste della Galizia, regione del nordovest spagnolo. Almeno altri sette sequestri da oltre 100 chili sono avvenuti in Spagna nello stesso periodo.

«Non potendo fare entrare i carichi via mare a causa dei controlli intensi, le mafie italiane hanno concentrato le loro operazioni sulla Spagna, che da sempre trattano come una loro colonia», analizza Marco Sorrentino, comandante del GICO (antimafia) della Guardia di Finanza di Roma. I carichi sono stati inviati principalmente ad Algeciras (Spagna) o Barcellona, e da lì spostati su gomma nel resto d’Europa, nascosti tra frutta o farina di soia, che ha un aspetto molto simile alla cocaina.
I grandi porti del nord Europa continuano comunque a ricevere significativi carichi di cocaina, sempre nascosta nei container che vengono sbarcati a migliaia ogni giorno. «Non ci facciamo illusioni, i criminali continueranno a lavorare senza sosta», dice Fred Westerberke capo della polizia di Rotterdam. «Osserviamo sempre più attività al porto. Nelle scorse settimane abbiamo fermato moltissimi “raccoglitori”, persone incaricate dai narcos di svuotare i container di droga prima che li possiamo individuare» spiega, aggiungendo che dall’inizio del lockdown hanno arrestato oltre 40 raccoglitori”.
L’ultimo tratto per arrivare in Italia da Spagna o Olanda avviene su strada. Trenta chili sono arrivati dall’Olanda anche a Prato, in Toscana. Sono stati scoperti nell’auto di un uomo albanese che, fermato ad posto di blocco in seguito alle misure per l’emergenza Covid-19, si è lanciato in una folle corsa per la città. Messo alle strette, il narcos ha provato anche a investire degli agenti a piedi, che però hanno risposto sparando ai pneumatici della sua auto che ha così finito la corsa, svelando nel bagagliaio 26 panetti di cocaina e 140mila euro.
Per quanto efficaci siano stati i vari gruppi criminali nell’adattarsi alla situazione attuale, le difficoltà sono riflesse nei prezzi. Il comandante della DCSA, Riccardo Sciuto, spiega che i prezzi «sono cresciuti fra il 20 e il 30%». Un dettaglio confermato anche dalle autorità spagnole: un chilo di cocaina scambiato fra diversi gruppi criminali a 27mila euro l’anno scorso, oggi vale fra i 35 e i 37mila.