Da locale a offshore, la metamorfosi del calcio italiano in 30 anni

A lungo società senza scopo di lucro in mano a imprenditori locali in cerca di prestigio, oggi i club calcistici appartengono a fondi di investimento e investitori stranieri votati al profitto. A discapito della trasparenza

© pcruciatti / Shutterstock

Sono passati 35 anni da una fredda sera di febbraio quando, con un colpo di coda sul fotofinish, Silvio Berlusconi acquisiva il Milan per 6 miliardi di vecchie lire. Allora – era il 1986 – molti se non tutti i presidenti di Serie A e B faticavano a generare utili, coscienti che l’unica fonte certa per far quadrare i bilanci fosse la vendita dei biglietti da stadio. Erano tempi in cui i risultati sul campo determinavano in maniera diretta i conti societari. Ne era certamente cosciente il neo proprietario del club rossonero che ereditava un club in grave crisi, economica prima che sportiva. Ma ciò che forse ignorava era che con lui il calcio italiano entrava in una nuova epoca dove le società sportive avrebbero gradualmente cessato di essere entità no-profit per diventare imprese votate al profitto.

La società di consulenza Kpmg individua quattro forze motrici dietro l’acquisto di una società di calcio professionistica alle quali associa altrettanti profili di acquirenti. Quella più comune in Italia, nonché la più longeva, è la «proprietà politica», tipica del medio-grande imprenditore per il quale il fine primario non è tanto l’arricchimento quanto invece veicolare il messaggio di un marchio o di una società attraverso la straordinaria unicità rappresentata dal calcio, capace di raggiungere un audience pressoché inestinguibile. L’aveva compreso Berlusconi, secondo cui «ogni tifoso è un potenziale consumatore, ogni consumatore è un potenziale utente televisivo», come ha ricostruito in un libro l’ex avvocato di Mediaset, Vittorio Dotti. L’intuizione di Berlusconi si è rivelata vincente. Un concetto utile al marchio Milan ma anche all’entità politica che è nata in quegli anni, Forza Italia (1994). La stessa dinamica si ripropone con i casi, ad esempio, di Manchester City e Paris Saint Germain, i cui successi sul campo contribuiscono a promuovere positivamente l’immagine di due Paesi – Emirati Arabi e Qatar – non particolarmente popolari nell’immaginario pubblico internazionale.

Immutabile per quasi un secolo, dall’arrivo di Berlusconi in poi l’archetipo imprenditoriale alla base dei club si è trasformato più volte. All’era inaugurata da Berlusconi è seguita quella dell’imprenditore straniero in cerca di fortune in un campionato, quello italiano, lontano dai fasti dello scorso secolo ma comunque ancora attraente e certamente più accessibile rispetto agli altri big europei (Inghilterra e Spagna). E così, dall’estero, è subentrata una prassi oggi sempre più diffusa, ossia registrare in paradisi fiscali le holding societarie che controllano i club: dal Lussemburgo (cuore finanziario europeo dalla tassazione agevolata) all’Olanda; dalle Isole Cayman al Delaware e oltre. Fino all’ultimo stadio di questa evoluzione, dove le quote dei club sono in mano a fondi di investimento e grosse società assicurative

È una metamorfosi ancora in corso, guidata soprattutto da questioni economiche, naturalmente. Con l’avvento delle pay-tv nei primi anni ‘90 le società sportive hanno cominciato a registrare utili fino ad allora mai visti. Nel 1995 arrivava poi la “sentenza Bosman” che dava avvio alla stagione degli agenti sportivi, principali autori della rivoluzione del calciomercato con stipendi stellari ai calciatori e trasferimenti multi-milionari tra i club. Il nuovo millennio ha portato gli introiti per diritti televisivi a nuove vette mentre i club hanno implementato nuove strategie commerciali globali, capaci di raggiungere nuovi e ricchi mercati per gran parte ancora inesplorati.

E così, mentre a Berlusconi si sono susseguiti i Tanzi, i Cragnotti, i Matarrese, i Moratti, i Borsano e molti altri, nel 2011 il calcio italiano è entrato in una nuova stagione con l’arrivo alla Roma di una cordata capeggiata dall’americano James Pallotta, il primo di una lunga serie di investitori stranieri.

Le proprietà straniere nel calcio italiano

Le proprietà straniere nel calcio italiano

Dalla ritirata cinese all’arrivo degli americani

L’Italia calcistica si sta rivelando particolarmente attraente per gli investitori a stelle e strisce. Dall’avvento di Pallotta, oggi sono undici i club di Serie A, B e C in mano a entità straniere, di cui sette americane. Il dato, così come i grafici in questo articolo, tiene conto della nazionalità del beneficiario ultimo del club, in genere individuato nel presidente. Nella prossima puntata di IrpiMedia analizzeremo invece dove sono registrate le holding che detengono le quote di maggioranza dei club italiani. Le ragioni della nuova Eldorado all’italiana le spiega a IrpiMedia Fernando Roitman, responsabile del Cies Sports Intelligence: «I magnati Usa non solo dispongono di importanti capitali ma sanno anche che disporre di un club calcistico in Europa porta prestigio e una maggiore valutazione dei propri asset. Inoltre, l’investimento iniziale per l’acquisto di un club italiano è irrisorio rispetto alla cifra da sborsare per comprarne uno americano o inglese, senza contare che in Italia la prospettiva di investire nella costruzione di nuovi impianti sportivi risulta molto allettante».

Prima dell’Italia è toccato all’Inghilterra accogliere gli investitori da Oltreoceano. «Il modello americano si basa sulla massimizzazione dei profitti, mentre quello europeo prevede la massimizzazione dei risultati sportivi, a costo di indebitarsi», spiega Francesco Addesa, docente di Sport Economics all’Università di Leeds. E aggiunge: «Con la nascita della Premier League inglese nel 1992 è cominciato un graduale avvicinamento del modello europeo a quello americano», accelerato dalla sentenza Bosman e dall’introduzione nel 2013 del Fair Play Finanziario.

L’arrivo degli americani è coinciso con il ritiro graduale dal calcio del Vecchio continente degli investitori cinesi. Il piano di grandeur della Cina, che nelle intenzioni di Xi Jinping puntava a diventare una potenza del calcio mondiale e a ospitare – e possibilmente vincere – la Coppa del mondo entro il 2050, ha portato a investire nei club europei 2 miliardi di euro tra il 2014 e il 2018. Di questo shopping compulsivo fanno parte le acquisizioni dell’Inter (2016), del Milan e del Parma (2017) ma anche del Southampton, del Wolverhampton, dell’Espanyol, del Nizza e molti altri in Europa. La bolla si è però sgonfiata in fretta e dal 2017 si assiste alla ritirata cinese, causata dalla stretta sugli investimenti esteri non strategici prima e dalla pandemia poi. Nel frattempo, l’avanzata americana si è fatta sempre più evidente fino a soppiantare quella del Dragone. Considerando le prime due divisioni dei campionati europei, al momento sono 38 i club in mano a investitori Usa (dati Cies).

Gli ultimi dieci anni hanno visto un’ulteriore evoluzione della figura dell’investitore proveniente dall’estero, con l’avvento sempre più frequente di fondi di investimento, fondi hedge e di private equity. Ancora una volta è stata la Premier League inglese a fare da apripista, campionato cresciuto in maniera esponenziale dai primi anni Duemila soprattutto in tema di diritti televisivi e per questo diventato assai appetibile ai soggetti dell’alta finanza internazionale: tra società di private equity, fondi sovrani e hedge funds, lo scorso anno tre club su quattro del campionato inglese erano in mano a un qualche tipo di investitore straniero.

Cronologia delle proprietà straniere nel calcio italiano

Cronologia delle proprietà straniere nel calcio italiano

A farla da padrone, come anche in Italia, sono gli investitori americani in quella che Kpmg descrive come «proprietà economica», un’impostazione che punta soprattutto alle entrate commerciali e da diritti televisivi a patto che i risultati della squadra siano migliori di quelli al momento dell’acquisto. La tendenza per questo tipo di profilo è anche quella di acquistare club di piccola o media categoria con l’obiettivo di portarle nella categorie più nobili e generare profitti grazie ai maggiori introiti, ancora, dai diritti televisivi e al maggior appeal commerciale. Su questa strada, in Italia, si muovono il Padova, il Pisa, il Venezia, il Catania e Lo Spezia.

Fondi di investimento, i nuovi padroni

A prima vista un interesse simile verso un settore, quello calcistico, considerato assai volatile sembra ingiustificabile. Troppe le variabili. Impossibile prevederle. Basta chiedere a chi guida un club quotato in borsa (22 in Europa e tre in Italia: Juventus, Lazio e Roma). Nel breve periodo, il valore delle azioni va di pari passo con i risultati sul campo e una stagione particolarmente sfortunata, infortuni eccellenti o una mancata qualificazione alle competizioni europee possono costare decine di milioni di euro, abbastanza per disincentivare molti investitori. Eppure dall’avvento di Joe Pallotta alla Roma, sono 11 i club di Serie A, B e C che hanno visto l’arrivo di imprenditori stranieri – di cui cinque soltanto negli ultimi 14 mesi – evidentemente convinti che i potenziali benefici sono maggiori dei rischi. Otto di questi club militano nella massima serie e sei investitori sono americani.

«Generalmente questo tipo di investitori ha come obiettivo quello di rivalorizzare un club sottovalutato utilizzando nuovi metodi per poi rivendere il club stesso, non mirano a una strategia a lungo termine», aggiunge Francesco Addesa, professore all’Università di Leeds. Con un debito complessivo passato dai 2,6 ai 4,6 miliardi di euro in dieci anni e con i costi della pandemia che hanno raggiunto i 700 milioni, la serie A è sempre più obiettivo fondi di private equity, come quelli interessati all’acquisto di Sampdoria e Genoa. A destare il loro interesse non sono solo i prezzi più bassi causa crisi e pandemia ma anche la prospettiva di nuovi stadi e la torta dei diritti televisivi. Secondo Deloitte, il rinnovamento degli impianti nei prossimi dieci anni potrebbe attirare investimenti per 4,5 miliardi di euro, mentre i diritti tv – seppur valgano circa un terzo rispetto al ricco campionato inglese – nel prossimo triennio sono destinati a pareggiare o superare gli 1,4 miliardi di euro del ciclo precedente.

Nonostante il campionato italiano sia meno attraente in termini di qualità e competizione di altri, come ad esempio quello inglese, ci sono comunque tanti investitori sui quali i club della Serie A esercitano ancora un certo appeal. I motivi sono diversi. In primis, il valore culturale del calcio italiano, che è storicamente tra i più prestigiosi, con club dal forte fascino internazionale e giocatori e allenatori entrati nell’immaginario collettivo globale. Poi, i prezzi più bassi: tra i 32 club europei più prestigiosi, le società italiane valgono in media un terzo di quelle inglesi e la metà di quelle spagnole, necessitano quindi di un capitale iniziale assai inferiore per l’eventuale acquisto. Inoltre, 60 milioni di abitanti e 30 milioni di appassionati rappresentano un ampio mercato a cui rivolgersi.

Infine la questione immobiliare, forza trainante della finanza che si rivolge al pallone. Al momento soltanto quattro società di Serie A sono proprietarie dello stadio in cui giocano (Atalanta, Juventus, Sassuolo e Udinese). Non possederlo non è percepito come ostacolo quanto invece un’opportunità per sviluppi futuri. Non sorprende che gran parte dei nuovi investitori stranieri (Fiorentina, Inter, Milan, Roma) abbiano in programma la costruzione di nuovi impianti – tra stadi e centri sportivi – alla ricerca dell’ottimizzazione dei ricavi, tra biglietteria, diritti di denominazione dello stadio e utilizzo lungo tutto l’arco dell’anno dell’arena trasformata in uno spazio multifunzionale, da utilizzare non solo durante le gare. Ma non basta. «Non dimentichiamo che per essere appetibile agli occhi di un investitore finanziario un club deve dimostrare di avere i conti a posto ed essere in grado di sfornare nuovi giovani talenti regolarmente», spiega a IrpiMedia Stefan Szymanski, docente di economia dello sport all’università del Michigan.

Generare introiti attraverso la rivendita di calciatori cresciuti “in casa” può infatti essere una fonte di utili inestimabile, specie con le valutazioni economiche dei calciatori che non cessano di crescere. Si spiega così l’ingresso nel capitale sociale del Barnsley (Regno Unito) e dell’AZ Alkmaar (Olanda) di Billy Bean, il noto dirigente americano celebrato nella pellicola L’arte di vincere che utilizza l’analisi statistica per scovare talenti nascosti o sottovalutati. Nella stessa direzione vanno i recenti investimenti del colosso delle assicurazioni spagnolo Mapfre nel capitale sociale dell’Ajax e del Lione, due dei più prolifici settori giovanili del calcio europeo.

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