«[D]el tutto disapplicata»: così l’onorevole del Partito Democratico della Sinistra Aldo Rebecchi definisce la legge che, a fine marzo 1992, ha messo al bando in Italia la produzione di amianto e l’uso dei materiali che contengono questa fibra cancerogena. In seduta alla Camera, nel dicembre 1992 – quindi a pochi mesi dall’entrata in vigore della norma – Rebecchi denuncia la mancanza dei decreti che renderebbero esecutivo il divieto.
La contraddizione fra una legge in anticipo sui tempi – il bando comunitario sull’amianto sarà emanato dall’Ue oltre un decennio più tardi – e un processo di applicazione lento e tortuoso è la cifra della legislazione sull’amianto in Italia. Mappature incomplete, responsabilità poco chiare e mancanza di sensibilizzazione sul tema hanno fatto sì che, dopo trent’anni, di amianto ce ne sia ancora troppo, da bonificare e da smaltire: non solo visibile sui tetti, ma anche nascosto dentro stufe e canne fumarie, nelle tubature della rete idrica fino agli scheletri delle navi dismesse.
In questa serie
Il rischio nascosto dell’amianto nell’acqua
A trent’anni dalla messa al bando, nella rete idrica ci sono ancora 20.000 chilometri di tubature in amianto. Per rimuoverle potrebbero volerci secoli, mentre la pericolosità delle fibre nell’acqua divide ancora gli esperti
L’ultimo viaggio
Le navi a fine vita vengono smantellate principalmente in Asia meridionale e in Turchia. Ma raramente in questi cantieri ci sono standard di sicurezza adeguati. I lavoratori spesso si ammalano a causa delle sostanze tossiche contenute nelle carcasse delle navi. Una su tutte, l’amianto
Il lascito inestinguibile dell’amianto
Non si sa dove sia, né quanto ne resti ancora da bonificare. L’asbesto è vietato da 30 anni, eppure continua a uccidere e a inquinare, in Italia come in Europa