Fra cinquant’anni sulle Alpi, al di sotto dei 1.800 metri, non nevicherà praticamente più. Già oggi la neve scarseggia, al punto che in Italia il 90% delle piste da sci è innevato ricorrendo alla neve «tecnica» o «programmata», ovvero “sparata” con i cannoni.
Due dati che raccontano in modo plastico l’impatto del cambiamento climatico sulle montagne e sugli sport invernali. E, insieme, la trasformazione del concetto stesso di inverno. Non più una stagione definita da temperature rigide e fiocchi naturali, ma pianificata a tavolino per garantire ai turisti discese su piste perfette e ai gestori incassi milionari. Condizioni, queste, che hanno fatto la fortuna di un pugno di aziende italiane, leader mondiali nella fornitura di impianti per produrre la neve programmata.
A fare le spese del cambiamento climatico sono invece i piccoli impianti sciistici a bassa quota, che per rimanere aperti o investire nelle attività estive hanno bisogno dei finanziamenti pubblici. Per il quinquennio 2024-2028 il ministero del Turismo ha previsto 230 milioni per interventi di manutenzione degli impianti di risalita e innevamento artificiale. Tanti soldi, per tenere in vita impianti dove ormai la neve è un evento eccezionale. E in quelle montagne dove il turismo invernale ha garantito lo sviluppo per decenni alcuni iniziano a criticare le distorsioni di un modello orientato ad attrarre più visitatori possibili.
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Fra cinquant’anni sull’arco alpino sotto i 1.800 metri non nevicherà più e la neve già scarseggia. Gli impianti sciistici cercano di sopravvivere grazie all’innevamento artificiale e ai finanziamenti pubblici