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Senza rete: indagine sulla salute mentale dei giornalisti in Italia

Numeri e storie di come si sente chi racconta per professione. La prima inchiesta sui motivi per cui il giornalismo è un mestiere che si fa in condizioni di vita sempre più difficili

IrpiMedia era appena nato quando per la prima volta abbiamo affrontato un seminario sulla salute mentale e sul benessere all’interno della redazione. Il nostro gruppo, ancor prima di diventare redazione, ha vissuto, in modi diversi, burnout, momenti di enorme stress, traumi. Il tema della salute mentale è un tabù all’interno delle redazioni, come nella società. Chiedere aiuto è ammettere l’esistenza di una crisi, circostanza che oggi si nega, sempre. I luoghi di lavoro disposti a fornire sostegno psicologico o spazi sicuri di condivisione e dialogo sono eccezioni.

La nostra esperienza, a IrpiMedia, è stata condotta grazie a input provenienti dalla nostra rete internazionale, in questo caso i colleghi del Dart Center for Journalism and Trauma, un think tank nato da un progetto della Scuola di giornalismo della Columbia University, a New York. Statunitensi sono anche i primi studi sull’argomento, risalenti agli anni Novanta. Eppure, per quanto «la quotidianità delle redazioni può essere stressante anche per chi non si occupa di una tragedia», si legge in uno studio pubblicato nel 2016 dalla Rivista europea di psicologia del lavoro e delle organizzazioni, «pochissimi studi distinguono (e nessuno confronta) l’angoscia dei giornalisti nel loro lavoro quotidiano dall’angoscia di raccontare i grandi disastri». Indagare questa condizione di disagio non è semplice.

Esperienze da altri Paesi dimostrano come sia più facile farlo dal basso, basti pensare alle ricerche di Newsbreak in Gran Bretagna, o alla guida messa a disposizione da Solomon in Grecia. In Italia la Casagit, la cassa autonoma dei giornalisti, e il Consiglio nazionale ordine psicologi (Cnop) stanno indagando in modo pregevole sullo stress da lavoro correlato dei giornalisti italiani, ma la loro ricerca si rivolge esclusivamente ai contrattualizzati. Freelance, precari, false partite Iva – categorie di professionisti rese fragili anche dalle loro condizioni di lavoro – sono esclusi.

L’intento di questo lavoro di ricerca condotto da Alice Facchini per nove mesi è aggiungere questo pezzo mancante e contribuire alla comprensione dello stato di salute generale del giornalismo e di chi lo pratica. Senza sostituirsi al lavoro di ricerca scientifica, questa inchiesta vuole essere uno spunto, anche di proposte, per un tema che va affrontato senza più perdere tempo.

– Lorenzo Bagnoli

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